Archivio della Categoria 'Opera'

Festival dell’operetta a Trieste

venerdì 5 agosto 2011

Innanzitutto un plauso per un Festival quello dell’operetta che non ha uguali in Italia, stato in cui la cultura radical-chic ha da sempre snobbato un genere che annovera capolavori come quelli di Johann Strauss o di Jaques Offenbach. Inoltre quest’anno si è ricuperato il meraviglioso spazio del Castello di San Giusto da anni in disuso per rientrare al Verdi con Offenbach e un’insolita Opera da tre soldi di Kurt Weill .

L’inaugurazione con Una notte a Venezia era sulla carta lo spettacolo clou della stagione con un cast di tutto rispetto costituito da specialisti DOC compreso il direttore Alfred Eschwe un vero protagonista alla Volksoper viennese. Uno spettacolo, ci dicono, organizzato in poco tempo sulla rielaborazione drammaturgica di Gianni Gori in lingua italiana  e basato in particolare sulla narrazione scenica di Giuseppe Pambieri che raccontava nei particolari la trama.  Il risultato non era però quello che ci si aspetta da uno spettacolo d’operetta che fondamentalmente deve divertire e non impegnare. Sarà stato anche forse per la poco intrigante regia di Francesco Esposito che, basata su uno sfondo scenico con proiezioni fotografiche era assai avara di gags e di trovate sceniche.Lo spettatore non riusciva a calarsi nel pittoresco e fascinoso mondo di una Venezia decadente e affascinante. Anche la direzione del pur esperto Alfred Eschwe mancava di slancio e convinzione. Daniela Mazzucato sempre splendente nella sua classe e nel suo stile conferiva ad Annina un’allure inconfondibile. Max Renè Cosotti dava di Caramello una rara attinenza stilistica e proprietà scenica. Marco Frusoni era un Guido assai fisso, legato scenicamente e piuttosto inespressivo. Simpatico il Pappacoda di Stefano Consolini. Discreta la Ciboletta di Erika Pagan.

Diverso il discorso per La metamorfosi di una gatta di Jacques Offenbach spettacolino senza pretese più adatto a un teatrino che non a una importante scena come quella del Verdi dove appariva un pò fuori luogo. Operetta non fra le più piacevoli e varie del grande autore re dei Bouffes Parisiens ottocenteschi ,godeva comunque al Verdi della regia graziosa di Irene Noli con la pittoresca caratterista Ilaria del Prete e con Sonia Dorigo convincente sia scenicamente che vocalmente. Il protagonista Matè Gal pur nel non agilissimo italiano dava un soddisfacente ritratto del giovane studente bohémien.

L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, ultima ma non ultima, per interesse e valore concludeva il ciclo delle tre opere rappresentate mentre il Festival si chiuderà  alla fine del mese di luglio con un concerto celebrativo dei 150 anni dall’Unità d’Italia. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Napoli con la regia di Luca De Fusco che sembra essere costato assai caro, è risultato però assai imponente nella scenografia e nel numero degli interpreti presenti in scena.

Brecht autore novecentesco politically correct come pochi, piace a certi intellettuali nella suo mettere in ridicolo un mondo dove banchieri delinquenti e piccoli truffatori e quant’altro sono posti un pò sullo stesso piano. L’ambientazione nel napoletano Real Albergo dei Poveri, davanti al quale appaiono un’infinità di vetusti computer abbandonati, riporta a una Napoli tristemente celebre oggi più che altro per i propri rifiuti . I continui riferimenti testuali alla Londra dei primi Novecento risultano però piuttosto stridenti con ciò che si vede in scena. La recitazione è accurata e quasi tutti gli interpreti ritraggono con precisione i diversi personaggi. Mackie Messer è un Massimo Ranieri scenicamente convincente ma spesso imbarazzante sul piano vocale nonostante la amplificazione a tratti persino esagerata in un teatro acusticamente perfetto come il Verdi triestino. Lina Sastri nel piccolo personaggio di Jenny delle spelonche porta bene i suoi anni con presenza scenica e carattere. Più che buona la Polly di Gaia Aprea sia nella presenza come nella recitazione. Centralissimo e irrinunciabile il Geremia di Ugo Maria Morosi. La direzione dell’orchestra del Verdi da parte di Francesco Lanzillotta era adeguata.  La durata complessiva dello spettacolo (oltre tre ore) faceva pensare all’opportunità di alcuni tagli in particolare sulle parti recitate più che su quelle musicali. Il pubblico della prima dimostrava di saper apprezzare l‘attento lavoro di regia.

“Viva l’Italia” era invece il titolo allo spettacolo finale di questo Festival dell’operetta. Uno spettacolo garbato di buon gusto non privo di aspetti polemizzanti nei confronti dell’attuale momento politico e, guarda caso, di  quello del Ventennio. Ottimo equilibrio fra le parti recitate e quelle cantate, dove le masse corali ben si distinguevano. Daniela Mazzucato brillava nell’interpretazione di canzoni come Ideale o sogno di Tosti. Elegante, mai prevaricante ma sempre brillante,ella  metteva ancora una volta in luce il fascino di una cantante attrice come oggi non se ne vedono più. Calzante la drammaturgia di Gianni Borgna ed equilibrata la regia di Fabrizio Angelini atta a ricostruire la travagliata storia dell’unità d’Italia attraverso le composizioni musicali. Riccardo Simone Berdini si è poi distinto in diverse canzoni fra cui la toccante Tammurriata Nera. Buona anche la prova di Andrea Binetti nella presenza scenica sempre sentita. Buon successo in uno spettacolo ben costruito e ben diretto da Romolo Gessi.

Aureliano inaugura la Valle d’Itria

martedì 26 luglio 2011

La presenza di Rossini a Martina Franca e in particolare di un titolo come Aureliano in Palmira sarebbe potuto sembrare un po’una sfida al pesarese ROF al quale manca proprio il suddetto titolo al completamento della Rossini renaissance. Fonti ben informate dicono invece che la futura edizione critica pesarese sarà apprestata anche alla luce di quella preparata qui a Martina Franca. Personalmente crediamo piuttosto che dopo la felicissima interpretazione di Bertarido nella handeliana Rodelinda da parte del controtenore argentino Franco Fagioli si sia giustamente pensato a lui per il grande ruolo di Arsace che Rossini concepì alla Scala per il Velluti grande castrato e grande divo dell’epoca. Al contrario della prima scaligera del 1813 la serata martinese ha avuto un grande successo e in particolare un vero e proprio trionfo per Fagioli che anche in una tessitura piuttosto grave sapeva risplendere e diventare protagonista assoluto di una serata memorabile in cui sembrava di rivivere fasti belcantistici ormai perduti da diversi anni. Il libretto di cui l’autore a lungo dibattuto sembra essere definitivamente il celeberrimo Felice Romani è assai complicato e non tedieremo il lettore nella narrazione. Se musicalmente il capolavoro del 1813 è ritenuto a tutt’oggi fra i più trascurati in quanto a parte un’edizione del 1980 a Genova ne risulta solo un ‘altra al festival rossiniano di Wildbad. Non poche sono le parti che ritroveremo in opere posteriori del genio pesarese ma come si sa l’autoimprestito era cosa assai in uso all’epoca . Ciò che conta è il pathos generale dell‘opera, aulico, aristocratico ma anche tenero ed elegiaco. Il finale lieto secondo i dettami del tempo non ostacola certo il carattere intimistico che presagisce certo romanticismo rossiniano .

L’allestimento martinese di quest’estate che inaugurava il festival firmato dal giovane Timoty Nelson non è fra quelli che fan gridare al miracolo scenico ma ha dalla sua il pregio di non disturbare più di tanto l’occhio dello spettatore. Ambientato in epoca moderna con al posto di antichi romani moderni scozzesi in kilt cui vengono affiancati moderni palestinesi secondo la moda vigente dell’attualizzazione a tutti i costi. Manca piuttosto lo studio introspettivo dei personaggi che sembra lasciato all’iniziativa dei singoli e improntato a una generale staticità. I lunghi recitativi non hanno spesso riscontro in una qualche azione scenica né dei singoli né delle masse.

Diverso il discorso sul lato musicale che vedeva sul podio il giovane Giacomo Sagripanti che con mano leggera ed elegante teneva saldamente le fila dell’Orchestra Internazionale d’Italia evidenziando più gli aspetti settecenteschi che quelli prolusivi al  romanticismo ottocentesco. Qualche taglio nei recitativi sarebbe stato auspicabile. Si è detto della mirabile interpretazione dell’argentino( non italiano a dispetto del nome ingannatore) Franco Fagioli che non ha bisogno di premi ( anche se gli è stato conferito quello Abbiati) per sfavillare nell’ormai non più sparuto numero dei controtenori in attività. Presenza scenica, introspezione psicologica, comunicativa naturale e insieme sofisticata ne fanno ormai una vera e propria icona di un nuovo modo di cantare assolutamente lontano da certi macchiettistici bamboleggiamenti di dubbia matrice. Al suo fianco la  preparata Maria Alejda come Zenobia pur nella sua vocalità sicura e decisa risultava piuttosto sbiadita in una tessitura al limite delle sue possibilità. Il tenore protagonista Bogdan Mihai, dalle buone intenzioni e appropriato stilisticamente, dava il suo meglio ma come si dice “mostrava la corda” in più momenti. Non trascurabile affatto la Publia di Asude Karayavuz.. Grande successo di pubblico alla prima affollatissima e trionfo per Fagioli.

Lucia a Venezia e Trieste

martedì 28 giugno 2011

In questo fine di primavera le due splendide città di Trieste e Venezia sono accomunate da una  medesima scelta: quella di mettere in scena Lucia di Lammermoor di Donizetti. Non osiamo pensare a una competizione fra i due teatri visti i tempi di magrissimi finanziament,i tagli continui  più e più volte rimarcati su ogni media. Trattandosi poi di teatri ristrutturati o ricostruiti da poco non possiamo nemmeno parlare di diverse esigenze tecniche, considerata anche le dimensioni non molto diverse dei due massimi teatri lirici delle tre venezie. Che dire dunque in definitiva per comprendere l’inevitabile doppione che si è presentato davanti ai nostri occhi e a quelli di molti melomani viaggiatori sempre intenti a spostarsi fra una città e l’altra alla ricerca di nuovi titoli? Che è stato un caso e che la collaborazione fra le diverse direzioni artistiche non è ancora in via d’attuazione nei teatri italiani. Purtroppo non è certo una novità.. Detto questo, dobbiamo ammettere che entrambi gli spettacoli andati in scena non solo hanno avuto un buon successo di pubblico nelle recite cui abbiamo assistito, ma che anche il livello artistico generale non è stato affatto trascurabile. Alla Fenice la produzione dell’Opera di Houston pur apparendo piuttosto generica non disturbava l’occhio ed evidenziava i bei costumi. Se solo la recitazione dei cantanti e delle masse  fosse stata più originale ed accurata certe critiche negative avrebbero potuto essere evitate. La buona direzione di Antonino Fogliani non solo riapriva numerosi tagli di tradizione ma avvantaggiava spesso i cantanti accompagnandoli con discrezione. Jessica Pratt era una discreta Lucia pur non sfavillando nel settore acuto. Shalva Mukeria tenore georgiano di rara eleganza vocale faceva pensare per nobiltà di accenti e varietà di fraseggi ad alcuni grandi tenori della tradizione. La facilità nel registro acuto e la chiarezza di emissione lo rendono oggi uno fra i migliori Edgardo in circolazione. Buona anche la prova di Claudio Sgura come Enrico e di Mirco Palazzi come Raimondo. Nella produzione triestina cui abbiamo assistito a firma di Giulio Ciabatti se la scena era piuttosto spoglia, la connotazione romantica dei costumi appariva indubbiamente più accentuata. La direzione di Julian Kovatchev risultava invece totalmente estranea alle più elementari regole belcantistiche affaticando i cantanti con sonorità roboanti e scelte di tempi ostici alla respirazione dei suddetti. I soliti tagli di tradizione cioè quelli della scena della torre e dell’aria del basso non aiutavano certo ad elevare il giudizio artistico generale. Silvia Dalla Benetta pur non in possesso di quel timbro adamantino che si richiederebbe al personaggio, ricavava una sua Lucia tutt’altro che banale. Al suo fianco Aquiles Machado conferiva al ruolo di Edgardo naturalezza e incisività oltre che personalità e incisività . Il baritono Giorgio Caoduro nella parte di Enrico risultava invece piuttosto affaticato a causa della direzione orchestrale. Anche il basso Giovanni Furlanetto non si presentava nelle sue migliori condizioni. Buona come al solito la resa dell’orchestra e del coro del Verdi sempre all’altezza della tradizione. Grande successo per questi due spettacoli che concludevano le stagioni.

Orlando Furioso a Nizza

giovedì 14 aprile 2011

Sempre stato meta di appassionati internazionali fin dagli anni settanta, il piccolo ma elegante teatro che si affaccia su una fra le più famose e più invidiate baie dell’intero mediterraneo, è l’Opéra di Nizza. Ebbene dicevamo fin dai tempi d’oro di Montserrat Caballè, il grande soprano preparava qui suoi futuri cavalli di battaglia che rimangono ancor oggi esempi di interpretazione quando non assolute chicche vocali. Sarà forse per questo che si è deciso di ospitare il grande Antonio Vivaldi pur essendo compositore fra i più famosi in campo internazionale non vive ancora la celebrità meritata . Fra le poche iniziative discografiche degne di nota degli ultimi anni l’edizione integrale delle composizioni vivaldiane porta la firma della Naive che sta realizzando non solo le opere ma tutte le composizioni del famoso prete rosso. Indubbiamente Orlando Furioso si trova a concorrere con il più celebre Orlando handeliano anche se quello vivaldiano ha avuto la propria massima realizzazione nella celebre messa in scena di Pier Luigi Pizzi all’Opera di San Francisco con Marilyn Horne protagonista . Altri tempi diranno i nostalgici, ma” ça va sans dire”, di Horne ne nasce una ogni cento anni se va bene…Pierre Audi firmava la coproduzione fra il Théatre des Champs- Elysées e le Opéra di Nancy e di Nizza. Il famoso regista  ha scelto di rappresentare l’amore di Angelica e Medoro non sull’isola di Alcina ma all’interno di un palazzo settecentesco con mobili particolarmente importanti in stile Luigi XV. Meravigliosi costumi facevano sembrare le nostre protagoniste uscite da un film di Ivory se non fosse stato per i colori assai spenti in bianco e nero per accentuare l’aspetto fanée. Unico momento di luce all’interno dell’opera era l’ incanto della scoperta dell’isola di Alcina da parte di Medoro. La tensione registica cresceva con la pazzia di Orlando che con Marie Nicole Lemieux diventava un vero cammeo interpretativo. Da lì in avanti anche l’aspetto vocale si andavano definendo sempre più interessante che nella prima parte dell’opera dove le difficoltà vocali impedivano alle interpreti di brillare. Il vero agio vocale lo si cominciava a definire con il Ruggiero di Max Emanuel Cencic che si sarebbe voluto ascoltare in una parte più ricca di agilità e virtuosismi vocali. Si diceva della Lemieux che ritagliava su di sé una vocalità costruita su un mezzo vocale assai più che usurato. Eseguita così la parte sembrava avere più che altro accenti veristi, rendendo più che un eroe classico un personaggio attuale ma senza fascino vocale nobiltà di fraseggio e distacco coturnato. Jennifer Larmore non brillava più per nettezza e precisione ma ci consegnava un’Alcina di classe e ammaliatrice come da copione. L’Angelica di Veronica Cangemi è sembrata non proprio azzeccata sul piano della tessitura poco adeguata alla sua vocalità. Discreta la Kristina Hammarstrom come Bradamante e pure il Medoro di Paula Murrihy. Più che buono l’Astolfo di Christian Senn. La direzione di Jean Christophe Spinosi raffinata e stilisticamente appropriata con l’Ensemble Mattheus .Grande successo di pubblico alla recita del 3 aprile cui abbiamo assistito.

Rigoletto al Palais Garnier di Montecarlo

lunedì 11 aprile 2011

Sempre un ‘emozione entrare nel Palais Garnier di Montecarlo che tutt’oggi mantiene da solo fra i grandi teatri, per quanto ci risulti, un unico ingresso in un unico palazzo sia per il teatro come pure per il Casino. E il teatro bomboniera del glorioso palazzo si apre per noi con il capolavoro verdiano che il vecchio maestro riconobbe fino all’ultimo come la più amata delle sue creature. Il maestro Giuliano Carella propone così un Rigoletto ammirevole compendio di tradizione ed edizione critica in cui viene sì proposto il recupero delle cabalette ma anche la scelta dei tempi e delle cadenze  adeguate alle singole esigenze dei cantanti. Il doppio cast vanta in particolare la presenza di due fra i tenori più di spicco della nuova generazione. Stefano Secco dotato di bel timbro lirico puro, al di là di qualche forzatura nel passaggio di registro presenta un Duca giustamente spavaldo e arrogante. Celso Albelo nel secondo cast ci fa invece dono di una vocalità adamantina e sfavillante fino al re sovracuto della celebre cabaletta :”Possente amor mi chiama”. Dinamiche sfumate e nobiltà d’accenti che fanno ricordare la lezione dell’indimenticabile Alfredo Kraus senza ricorrere in alcun modo a una imitazione. Diverso il discorso per i due protagonisti nel ruolo del titolo. Lado Atanaeli pur in possesso di bel timbro e facilità nella vocalizzazione si espone ripetutamente a problemi di intonazione che ne inficiano la prova. George Petean vocalmente molto più sicuro presenta un personaggio perfettibile di limature. Nathalie Manfrino scenicamente splendida convince anche vocalmente pur non partendo da quell’emissione belcantistica che ci si aspetterebbe per il personaggio di Gilda. Ekaterina Lekhina al contrario presenta un’organizzazione vocale puramente belcantistica, anche se un timbro non bellissimo in quanto un po’vetroso e non limpidissimo. Bella la prova dello Sparafucile di Deyan Vatchkov. Un po’ troppo esasperata la Maddalena di Marie Ange Todorovitch. Discreto pure il Monterone di Luciano Montanaro. Ultima ma non ultima la regia di Jean Louis Grinda che si è voluta mantenenere in un minimalismo scenico che avremmo voluto fosse anche esteso a una recitazione lasciata piuttosto all’iniziativa dei singoli cantanti, che spesso ricadevano in gesti di tradizione ridondanti e affatto calzanti. I costumi di Rudy Sabounghi sembravano provenire da un pot-pourri, in particolare nell’ultima scena dove la taverna di Sparafucile ricordava una palafitta maldiviana in perfetto stile turistico. Grande successo in entrambe le recite alle quali abbiamo assistito.

        

Vespri al Regio di Torino

lunedì 11 aprile 2011

Le celebrazioni per il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia hanno visto a Torino il proprio apogeo con quella che è ritenuta forse l’opera più patriottica di Giuseppe Verdi,I Vespri Siciliani. In realtà i moti siciliani del 1282 con i quali si scacciavano i francesi da Palermo non hanno radici storiche così precise come il libretto di Scribe vuol far risultare. Al Regio di Torino la messinscena è firmata dal torinese Davide Livermore che a dispetto del cognome è italianissimo. Si è portata in scena la realtà siciliana di qualche anno fa ai tempi di Falcone e Borsellino. La realtà di un paese è influenzata dai media dove lo spettacolo diventa fondamentale, dove i politici sono dichiaratamente venduti alla malavita e presenziano con grande pompa ai funerali dei due giudici. Al di là del convincimento e dell’operazione politica di Livermore, che può essere più o meno condivisibile rimane il fatto che la sua regia è convincente e soprattutto racconta l’azione per la verità affatto semplice anche allo spettatore meno preparato a seguire le intricate trame operistiche. Certo difficile pensarla in altre situazioni o ripresentata in altri luoghi o in altri momenti. Visti la crisi finanziaria attuale poi non sarebbe stato meglio concepire qualcosa di più riciclabile o esportabile all’estero? O forse il clichet di un Italia fortemente piegata alla mafia è comunque un prodotto molto vendibile?.In tutti i casi bisogna riconoscere che il capolavoro resiste perfettamente anche a questo tipo di forzature. Vero punto di forza era comunque la direzione di Gianandrea Noseda che al di là di un’ouverture un po’ troppo”bandistica” ,sapeva sottolineare con attento fraseggio parti liriche e vivaci. Faceva risultare così sia l’aspetto più intimamente classico della partitura come pure gli slanci che preludono la nuova stagione verdiana. Gregory Kunde non cessava di stupire passando da rossiniano doc come abbiamo sempre riconosciuto ad una vocalità perigliosissima che ha fatto cadere tenori come Chris Merritt ancora all’apice della forma . Fraseggio eroico e teneri accenti lirici si sono alternati agli acuti più spavaldi. Al suo fianco Maria Agresta sosteneva la parte di Elena con professionalità dando il meglio di sé negli aspetti lirici dell’impervia tessitura. Soprano lirico e non drammatico d’agilità quale richiederebbe il celebre bolero “Mercè dilette amiche “, ha comunque convinto per ruolo e profondità d’accenti.Prova alterna è stata invece quella del Monforte di Franco Vassallo che pur dotato di mezzi vocali ragguardevoli non ha esitato a ricorrere a suoni non sempre corretti ed ortodossi, fatta eccezione l’aria “In braccio alle novizie” cantata con perizia tecnica ed interpretativa. Ildar Abdrazakov è stato il vero principe di una serata di raro livello artistico vocale. Timbro armonioso emissione sempre morbida e sorvegliata e linea di canto autenticamente verdiana. Un Procida da antologia in grado di sfidare tutti i contemporanei e di essere paragonato ai grandi del passato. Abbiamo assistito alla recita del 20 marzo accolta da trionfale successo.    

Un Flauto “illuminista”alla Scala

giovedì 7 aprile 2011

Il massimo capolavoro mozartiano ha trovato negli ultimi anni una grande varietà di interpretazioni registiche fra le più fantasiose ed originali. Ogni tipo di ambientazione è stata proposta considerando anche il fatto che il mozartiano Die Zauberflute è basato su un canovaccio al di sopra dei tempi e delle epoche. Fondamentalmente il messaggio è che la realtà non sempre appare quale essa è effettivamente, cioè a dire che il bene può apparire sotto mentite spoglie come pure il male. Chi è infatti il vero cattivo ? La Regina della notte o Sarastro? Bisognerà attender il finale per saperlo come nelle migliori fiabe. Il regista William Kentridge, celebre artista internazionale, autore anche delle scene, presenta una raffinata ma anche spiritosa versione ambientata in epoca rivoluzione francese, con eleganti costumi abbastanza lontani dalla tradizione mozartiana, ma raffinati e comunque significativi. L’illuminismo con le sue scoperte e la massoneria sono i temi principali di un allestimento dove compassi, regole, righelli, binocoli e quant’altro preludono alla macchina fotografica e al cinema. Sono le grandi scoperte archeologiche riprese con quel gusto da carta pergamena da beige e nero, per altro verso da disegni di Gustave Dorè per intendersi che regnano su questo allestimento. Nonostante i lunghi parlati in tedesco il pubblico riesce anche a divertirsi, cosa si vuole di più? Ciò che non ci convince sono le aggiunte di parti al fortepiano per riempire vuoti musicali. Sembra che la tradizione secondo alcuni permettesse questo. Ma la partitura mozartiana da sola contiene pagine che altri compositori non sarebbero mai riusciti a concepire in tutta la loro esistenza. Che dire di più?.Roland Boer dirige con leggerezza e precisione facendo quasi sparire il suono orchestrale quando i cantanti hanno qualche problema. Peccato che manchi di varietà colori e sfumature in diversi momenti. Il cast non appare affatto omogeneo. Alex  Esposito è un Papageno esemplare per presenza scenica dizione e chiarezza di emissione. Anche Saimir Pirgu ci dà un Pamino elegante e virile mentre la sua Tamina ossia Genia Kuhmeier è assai modesta nella linea di canto appena sufficiente. La Regina della Notte di Albina Shagimuratova è assai sicura nella seconda aria mentre piuttosto incerta nella prima.Monostatos di Peter Bronder canta la sua aria fuori tempo mentre il Sarastro di Gunther Groissbock è piuttosto imbarazzante per assenza di gravi e di proiezione sonora. Ottimo stilisticamente il coro scaligero diretto da Bruno Casoni. Spettacolo in coproduzione fra Bruxelles,San Carlo, Lille e Caen. Più coproduzione di così cosa si vuole? Trionfo di pubblico.     

Elisir poco mirabile a Valencia

giovedì 31 marzo 2011

Una spiaggia sovraffollata, un chiosco di gelati , un venditore di bibite eccitanti, un aqua park con scivolo pieno di schiuma pronto per un party e un continuo spaccio di bustine di stupefacenti. Questa la scena che si sottopone alla vista dello spettatore della nuova produzione di Elisir d’amore ,donizettiano in scena a Valencia con la regia dell’italiano Damiano Michieletto che ha messo in scena il capolavoro con grande successo di pubblico. Certo da Michieletto non ci si poteva che aspettare una regia cosiddetta innovativa. Rimane il fatto che a partire da Peter Sellars già dal Così fan tutte, mozartiano degli anni ottanta l’ambientazione originale veniva completamente rivoluzionata in un chiosco di bibite molto simile a quello visto a Valencia. Niente di nuovo sotto il sole quindi come si potrebbe pensare anche se per alcuni colleghi gli aggettivi laudativi si sono sprecati. Il fatto è che al di là del punto di vista scenico qui il teatro di regia che avevamo potuto apprezzare nell’ottimo Roméo et Juliette da noi visionato ben tre volte fra Venezia Verona e Trieste, risulta qui assai poco convincente anche nella singola recitazione dei cantanti. Eccettuato Erwin Schrott alias Dulcamara, l’unico che dà l’impressione di essere convinto della parte di un vero e proprio spacciatore macho e strafottente.

Passando poi alla direzione d’orchestra di Omer Wei Wellber abbiamo faticato a riconoscere l’ottima direzione che avevamo apprezzato sempre a Valencia in una buona Aida in questa stessa stagione. Sono mancate qui compattezza dell’orchestra , brio, vivacità e personalità direttoriale. Speriamo che il giovane direttore possa cimentarsi in qualche prova più adatta alle sue peculiarità artistiche. Il cast avrebbe dovuto essere dominato dal celebre Ramon Vargas al quale oltre al bel timbro rimane attualmente una vocalità piuttosto ridotta in particolare nel settore acuto, quasi sempre carente. Le “incombenze” registiche lo affaticano e da “Quanto è bella “fino alla celebre “Furtiva lagrima “ tutto appare faticoso. Aleksandra Kurzak alias Adina non è certo più convincente. A partire da un timbro insignificante fino ad arrivare a un fraseggio generico ha poco da offrire oltre a una presenza accettabile. Fabio Capitanucci è invece un discreto Belcore vocalmente ma affatto convincente scenicamente così poco calato nella parte di una guardia costiera. Un cammeo è invece Erwin Schrott che come dicevamo sembra essere l’unico a credere nella parte dello spacciatore insolente e attraente e dotato vocalmente e scenicamente. A qualcuno ha dato fastidio proprio per questo ma era l’unico “in parte”. Grande successo di pubblico.     

Death in Venice alla Scala

lunedì 21 marzo 2011

Quante volte parlando con amici a proposito di un film tratto da un romanzo abbiamo sentito affermare:”E’ migliore il libro del film”. Quasi sempre la risposta rispondere a questa domanda verterà a favore del libro, in quanto la fantasia sprigionata nel lettore dalla lettura di un romanzo  non incontra le difficoltà pratiche che esistono nella realizzazione di un film. Nel caso di Death in Venice di Benjamin Britten tratto dal famoso romanzo di Thomas Mann e in scena alla Sxcala ultimamente, il caso è molto simile. L’ultima opera del massimo compositore inglese dovette fin dalla sua genesi confrontarsi con una questione di diritti d’autore legati al film del grande Luchino Visconti. L’autore del celebre film ha reso immortale la storia del nobiluomo Gustav Von Aschenbach e del suo amore platonico per il giovanetto Tadziu. L’allestimento scaligero in scena è firmato dalla validissima Deborah Warner in coproduzione con English National Opera e la Monnaie di Bruxelles riportando così gli spettacoli scaligeri a un altissimo livello. A trentasette anni dalla prima assoluta al Teatro alla Fenice di Venezia, questo nuovo allestimento con la direzione musicale di Edward Gardner restituisce tutta l’essenzialità di una partitura assai scarna e stilizzata dove i rarefatti silenzi rimangono più impressi dei temi musicali ben lontani dal discorso melodico di un tempo. Partitura ritenuta al tempo assai moderna e gradita alla critica più impegnata, affida la propria centralità più allo spazio teatrale che a quello musicale. La regista Warner sembra accentare appieno l’aspetto apollineo più di quello dionisiaco che pure nella seconda parte dovrebbe essere ben presente. Quello di Aschenbach per il giovane Tadziu è un amore tutto interiorizzato. Il lato dionisiaco almeno nella seconda parte è apparso piuttosto assente. La parte danzata che pure non viene sempre eseguita è dipanata molto più sul versante di un semplice gioco fra Tadziu e i suoi amici. Splendidi i costumi di Chloe Obolensky ed essenziali le scene di Tom Pye .Validissimo protagonista John Graham Hall a sostituire il previsto Ian Boostridge.Uno spettacolo decisamente raffinato per palati esigenti.

Giulio Cesare a Parigi al Palais Garnier

venerdì 11 febbraio 2011

Già da qualche anno non varcavamo più la soglia del Palais Garnier e in verità dobbiamo dire che l’emozione non è stata poca, anche se sono decisamente molti i teatri che ci hanno visti come attenti spettatori . In effetti questo tempio immortale dell’opera se a prima vista conserva tutta la maestosa imponenza, nei dettagli avrebbe bisogno di una rinfrescata per non dire di un accurato restauro. L’occasione era ghiottissima: Giulio Cesare capolavoro handeliano in versione pressoché integrale con la nuova produzione firmata da Laurent Pelly la direzione di Emmanuelle Haim e un cast dominato da Natalie Dessay, Lawrence Zazzo e Isabel Leonard, Christophe Dumaux. Neanche a dirlo tutto esaurito per le dieci repliche. Quale teatro italiano potrebbe vantarsi di simili risultati? Ma Handel non compose opere italiane e solo qualche oratorio in inglese? Il paese del belcanto sembra essersi dimenticato di uno fra i più grandi geni della storia musicale. Ma i sovrintendenti dicono che Handel non è teatrale. Qualche togato critico di nostra conoscenza si permette pure di affermare che si tratta di sequenze di arie poco teatrali. Ma in questo caso il regista Pelly agisce decisamente trasportando l’azione ai giorni nostri e all’interno di un museo non meglio precisato ma probabilmente quello archeologico di El Cairo. Non un’idea nuovissima anche perché talmente tante sono state ormai le produzioni che è veramente difficile dire qualcosa di nuovo. In tutti i casi la sigla personale di Pelly è questo grande senso del ritmo musicale, la recitazione dei cantanti e il senso comico infuso un pò a tutta l’opera, escluso qualche momento elegiaco o patetico. Comprendiamo il punto di vista dei non pochi tradizionalisti, ma in cuor nostro non ci sentiamo di condannare una regia così dettagliata e precisa e soprattutto con il  perfetto senso ritmico. Emmanuelle Haim dirigeva l’Orchestre du Concert d’Astrèe, un ‘orchestra piuttosto nutrita e dal suono assai corposo per una partitura del 1724. La tenuta nell’insieme non mancava mai ma talvolta il bilanciamento orchestra voci era a netto sfavore di quest’ultime, che risultavano piuttosto penalizzate. Avremmo desiderato anche una maggiore tavolozza di colori e di dinamiche sfumate che in alcuni momenti sembravano mancare. Il cast appariva di notevole livello e stilisticamente appropriato oltre che assai impegnato nella recitazione. In primis Lawrence Zazzo recentemente da noi apprezzato nel Radamisto handeliano andato in scena in ottobre all’English National Opera cioè al London Coliseum. Ha presentato un Cesare profondamente sfaccettato interpretativamente: sensibile ma anche amante appassionato a suo agio in ogni parte della tessitura sia nelle agilità come nel canto spianato. A tutt’oggi un vero fuoriclasse nel gusto nello stile e nella misura. Natalie Dessay impareggiabile sul piano interpretativo nel canto elegiaco, si trova invece a fare i conti con una vocalità assai meno estesa di quella di un tempo nel settore acuto, dove riesce ad arrivare senza quello splendore e quella luminosità che speriamo possa recuperare. Doti attoriali e comiche la rendono comunque una Cleopatra di pregio. Vardhui Abrahamyan è stata una Cornelia dal timbro bronzeo, sicura nel medium della voce. Isabel Leonard un Sesto invece assai poco mezzosoprranile ma ugualmente piena di fascino e stile vocale. Il controtenore Christophe Dumaux è stato un Tolomeo di rilievo protagonistico dall’impeto esemplare. Un po’parossistico e sopra le righe il Nireno di Dominique Visse. Un vero mistero è stato invece Nathan Berg nella parte di Achilla. Un basso assolutamente estraneo ad ogni belcantismo handeliano. Grande successo per tutti nella recita da noi visionata che presumiamo sarà diffusa in DVD.