Archivio della Categoria 'Opera'

Vittorio Grigolo in recital alla Scala

venerdì 11 gennaio 2013

Vittorio  Grigolo è il giovane tenore italiano portato alla ribalta internazionale dalla celebre versione di Rigoletto con Placido Domingo nel ruolo di Rigoletto prodotto dalla Rai e visto in Mondovisione. Recente il trionfale debutto alla Scala nel bel ruolo di Roméo nell’omonima opera di Gounod, dove ha perfettamente centrato il personaggio e la vocalità . La bella presenza e il bel timbro vocale da vero tenore lirico sono in lui pregi evidenti. Lunedi sera al difficile banco di prova di un recital di canto alla Scala è stato accompagnato dall’assai esperto Vincenzo Scalera. La prorompente personalità del giovane tenore è apparsa da subito in tutta la sua irrefrenabile energia. Il dominio dei mezzi vocali, l’impostazione corretta e la genuina comunicatività non sono certo mai mancati. Ciò che è mancato invece in particolare nella prima parte dedicata al belcanto italiano del primo Ottocento è stata piuttosto l’aderenza stilistica che fa di Bellini qualcosa di diverso da Donizetti, da Verdi e da Rossini. Un’agitarsi continuo anche scenicamente ha inficiato una prova che se dosata da un maggior controllo avrebbe potuto dare risultati artistici invidiabili. Il belcanto italiano inoltre dovrebbe essere comunque esempio di aristocratica sensibilità, di abbandono estatico, mai di istintività non repressa anche se genuina. Intendiamoci niente da dire sull’emissione e la correttezza della tecnica vocale. Sarà forse per questo motivo che la seconda parte del concerto dedicata a canzoni più tarde, fine Ottocento primi Novecento quali quelle di Paolo Tosti o di Leoncavallo, sono sembrate molto più calzanti ed adeguate alla personalità dell’artista. Assai generosa è stata poi la conclusione con i numerosi bis fra cui la celeberrima Mamma ,”Una furtiva lagrima” eseguita con cura belcantista, Amor ti vieta”da Fedora e infine l’immancabile “O sole mio”. Esemplare è stato l’accompagnamento di Vincenzo Scalera.  

Cecilia Bartoli, vera leonessa

martedì 11 dicembre 2012

Cecilia Bartoli alla Scala. Un’ occasione ghiotta di belcanto pensavano in molti. Per altri un ‘occasione per fare bagarre e sfogare le proprie frustrazioni represse nel tempio della lirica. Diventare protagonisti per pochi minuti, rovinando l’inaugurazione della Filarmonica della Scala. La Bartoli si dimostrava ancora una volta una vera signora, dichiarando a caldo al maestro Barenboim che si ripresenterà volentieri alla Scala. “Voce piccola , non si sente, non corre, non passa l’orchestra” dicono alcuni sedicenti competenti fuori e dentro dal loggione.  Anche alcuni critici togati non la amano affatto anzi, l ‘accusano ripetutamente di essere un buon prodotto discografico ma non una vera cantante lirica. Indubbiamente dietro tutto ciò vi è anche il fastidio provocato da un intenso battage pubblicitario di una cantante che della diva ha sì qualche aspetto, ma anche una semplicità e una immediata comunicatività. Affatto americana come si vorrebbe far credere, ma genuinamente italiana. Da parte nostra, se proprio volessimo farle un appunto, non è certo sul canto ma esclusivamente sullo stile dell’ abbigliamento: un fasciatissimo abito verde smeraldo, non è certo quanto di più adatto a chi possiede qualche chiletto in più. Tutto sommato poteva anche  essere simpatico. Il concerto si apriva co  una diligente esecuzione della Sinfonia in si bemolle maggiore K319 di Mozart. Una sinfonia per la verità piuttosto scolastica del grande genio salisburghese ma eseguita con grande disinvoltura da Barenboim e dalle compagini scaligere. Cecilia Bartoli ha potuto esprimere  con la maestria che le è propria ogni spericolata agilità della grande aria di Agilea dal Teseo di Handel. Passando poi a “Lascia la spina” dal Trionfo del Tempo e del Disinganno, il mezzosoprano ha potuto  dimostrare il suo afflato lirico nella grande aria che presagisce il più celebre “Lascia ch’io pianga.”Ma è stato poi nel terzo e ultimo brano della prima parte con Amadigi di Gaula, che la Bartoli ha potuto sfoderare tutta l’arte drammatica più genuinamente belcantistica, a chiusura della parte handeliana del concerto. Con il celebre mottetto Exultate , Jubilate  la Bartoli ha potuto dimostrare le giuste differenze con lo stile celebrativo mozartiano, indubbiamente più classicheggiante. La seconda parte del concerto, dedicata interamente a Rossini è stata aperta con la grande scena di Desdemona dall’Otello.  Giusto per smentire le accuse mosse che la vedrebbero impersonare sempre ruoli minori.  Il mezzosoprano ha sfoderato non solo stile appropriato ma anche immedesimazione emotiva, nel difficile ruolo della sofferente eroina. Gioia incontenibile e sfarzo belcantistico ripetutamente bissato per il grande finale di Angiolina sfoggiato con rutilanti agilità. Da vera leonessa nell’arena  la Bartoli a risposto ripetutamente rinforzando ad hoc la voce, dimostrando il vero sostegno del fiato e non una voce cosiddetta” spoggiata”. Il concerto è stato poi concluso da una lodevole esecuzione della celeberrima Sinfonia n. 40 in Sol minore K 550 dove il maestro Barenboim e le compagini scaligere hanno potuto  il più compiuto me non compiaciuto stile mozartiano fatto di eleganza mai manierata ma sempre contenuta . Trionfo finale per tutti.  

Otello infiamma la Fenice

lunedì 3 dicembre 2012

“Datemi il tenore e vi darò Otello” era frase assai frequente nelle direzioni artistiche dei teatri di tutto il mondo. Ebbene ancora una volta l’eccezione che conferma la regola. Chi avrebbe mai detto che il grandissimo  tenore rossiniano  Gregory Kunde, potesse cimentarsi nel più inaffrontabile dei grandi ruoli da tenore drammatico? Misteri della voce umana, ma anche perfetta conoscenza da parte del  tenore americano dei propri mezzi e della tecnica posseduta e consolidata nel corso della lunga carriera. Uno smacco nei confronti degli scettici nei confronti di una voce ibrida, adatta a cantare in tessiture piuttosto centrali ma anche facilissima nel settore acuto e sovracuto. Ciò che ha stupito in questa interpretazione è stata anche la prorompente forza scenica che Kunde ha saputo infondere dall’inizio alla fine. Linea di canto sicurissima ma con sfumature, mezze voci e colori inauditi nelle interpretazioni storiche anche della grande tradizione tenorile, se non consideriamo eccezioni come Jon Vickers o Ramon Vinay celeberrimi Otello del passato ormai non più prossimo. Ma questo Otello veneziano è stato caratterizzato da una splendida direzione orchestrale da parte di Myung- Whun  Chung. Sontuosa brillante ma attenta alle minime sfumature e ad ogni colore. Se ci fosse stata una maggiore cura nel bilanciamento voci-golfo mistico, avremmo potuto citarla come antologica ma comprendiamo che anche ai più grandi direttori d’impronta sinfonica a volte è facile farsi sfuggire il difficile equilibrio. Note alterne invece per la regia di Francesco Micheli che partiva da una scena generale sempre uguale blu come il mare ma con segni astrologici , leoni di San Marco e quant’altro. Bello invece il grande cubo aperto solo dal lato frontale che rappresentava  le scene intime fra Otello e Desdemona con i diversi stati d’animo quali rosso per la passione giallo per la gelosia e così via. Desdemona  era una Leah Crocetto vocalmente impressionante ma piuttosto uniforme nella linea interpretativa. Lucio Gallo era uno Jago piuttosto lontano dalla tradizione: muscolare, poco sottile ma dal canto significativo e sicuro in tutta la tessitura. Ottima prova dell’orchestra e del coro. Trionfo finale per tutti.

Traviata inaugura il Verdi di Padova

lunedì 29 ottobre 2012

Traviata con regia di Hugo de Ana al Teatro Verdi di Padova domenica 21 ottobre. Titolo celeberrimo, regista pure, protagonista una cantante di fama internazionale come Natalie Manfrino. Sulla carta un pomeriggio da tutto esaurito, in realtà ottimo successo, teatro pieno ma non completo. Motivi ? la crisi economica o quali altri? Tempi tristi comunque, quali che siano le vere ragioni. Questa produzione non recentissima proveniente dal Teatro di Maribor aveva comunque al suo arco molte frecce anche nella ripresa registica di Filippo Tonon, in assenza del maestro de Ana. Una Traviata piuttosto tradizionale, ricca, fastosa come ai vecchi tempi, se non fosse per qualche imponente struttura metallica che sosteneva le scene e che si voleva distinguere. L’ambientazione comunque non quella originale pensata dal librettista, ma una rivisitazione, visto che si trattava di un liberty piuttosto ricco e colorato in particolare nelle scene d’assieme. Decisamente controcorrente visto l’imperante e dilagante minimalismo. La direzione di Steven Mercurio  si delineava più nelle linee melodiche che in quelle armoniche, ma non riusciva nel suo insieme a comunicare un sentire veramente personale con quegli accenti non scritti in partitura che spesso aiutano i cantanti . Natalie Manfrino annunciata indisposta,  rivelava una vocalità importante convincendo pienamente più sul lato scenico che su quello vocale. Riusciva a commuoverci  quasi solo nell’”Addio del passato”, cantato comme il faut, conservando un rigore da vera professionista anche durante lo squillo di un maleaugurato  telefonino. Vera rivelazione l’Alfredo di Francesco Demuro, tenore assai interessante, che pur dovendo sistemare alcuni passaggi di registro possiede doti più che ammirevoli nel settore acuto . Ci ha stupito la vocalità affascinante di Elia Fabbian alias Germont . In possesso di timbro morbido ed elegante difettava  solo di quel mestiere che  con il tempo potrà apprendere, e quei trucchi che solo con un direttore di tradizione possono imparare.  Buono il Coro e l’Orchestra di Maribor.

Orfeo in Valle d’Itria

giovedì 4 ottobre 2012

Nell’ambito dell’orientamento contemporaneo che il direttore artistico Alberto Triola vuole dare al Festival è stato poi presentato L’Orfeo sul testo originale del secentesco  Luigi Rossi ma riveduto drammaturgicamente dal regista Fabio Ceresa  e soprattutto inframmezzato dalle musiche della giovane compositrice friulana Daniela Terranova. Lo spettacolo in verità piuttosto breve, restringe l’azione del dramma originale ad alcune fasi principali ed amplia in particolare personaggi quali Aristeo, Proserpina e Venere. In particolare poi la drammaturgia si dilunga nella parte delle nozze di Orfeo e di Euridice mentre sorvola in parte su la discesa agli Inferi del poeta. Spettacolo semplice, fatto con pochi mezzi e indubbiamente senza pretese dal punto di vista scenico. Si avvale della convinta esecuzione degli allievi dell’Accademia Paolo Grassi. Lavoro curato nella sua composizione ha ottenuto un buon successo alla prima rappresentazione. Da parte nostra in quanto veri cultori del mondo barocco dobbiamo accusare una certa caduta nella tensione musicale in quanto le continue interruzioni alla partitura originale del Rossi si sono rivelate piuttosto fastidiose.  Soddisfacente è stata l’esecuzione orchestrale di  Carlo Goldstein .

Zaira a Palazzo Ducale

mercoledì 5 settembre 2012

Nell’ambito della Bellini renaissance Zaira occupa indubbiamente un posto non di primissimo piano , essendo stata rappresentata in epoca moderna quasi esclusivamente a Catania. Messa in scena a Parma nel 1829 per la prima volta e concepita per  Henriette  Méric – Lalande. Stessa interprete, guarda caso della Imogene del  Pirata e dell’Alaide di Straniera. Se non fosse  per  Maria Callas che riportò il Pirata sulle scene moderne e Renata Scotto a sua volta storica Alaide nella Straniera, potremmo dire  che i due titoli sono fra i più dimenticati dell’intero catalogo belliniano. Ma oggi, si sa, le primedonne sono in secondo piano e i registi  hanno carta bianca anche perché il tema principale di uno spettacolo è e rimane la regia. Martina Franca con il suo festival non fa eccezione e Rosetta Cucchi , vera donna di teatro neppure. La sua ambientazione contemporanea   ella storia di una schiava fattasi musulmana per amore e riconvertita al cristianesimo una volta ritrovato il padre è quanto di più stuzzicante  per un regista contemporaneo. Un po’ come nel Moise et Pharaon pesarese, neanche a farlo apposta la struttura registica era molto simile con i due piani diversi dell’azione.  Anche qui come a Pesaro il pubblico si divideva in due parti , quelli a favore e quelli contro in maniera più o meno evidente. Da parte nostra diremo che se la Cucchi ha fatto indubbiamente un buon lavoro forse si sarebbe anche potuta lasciar scorrere l’azione nella sua originale semplicità senza complicarla. Il cast piuttosto omogeneo nel suo insieme si destreggiava con la direzione di Giacomo Sagripanti che pur con dignitosa professionalità, mancava di quel rapinoso trasporto e di quell’abbandono che vedono  un cardine fondamentale in Bellini. Saioa Hernandez canta bene ma timbro e personalità non appaiono tali da giustificare un ruolo così centrale. Più interessante la figura tenorile del Corasmino di Enea Scala. Simone Alberghini si dimostra un Sicuro Orosmane. Buona la prova dell’Orchestra Internazionale d’Italia, meno quella del Coro Lirico Terre Verdiane.   

Artaserse in Valle d’Itria

domenica 5 agosto 2012

Sarebbe stato contento Rodolfo Celletti nel vedere rappresentato proprio a Martina Franca questo raro gioiello barocco nella Valle d’Itria. L’indimenticabile maestro fondatore di questo prezioso festival, diversi anni fa ci confessò infatti di avere un sogno : potersi dedicare concretamente alla valorizzazione di un grandissimo compositore che andava rivalutato non meno di Rossini di Donizetti o di Handel :Johan Adolf Hasse. Un sogno dunque che speriamo possa confermarsi anche negli anni a venire. Il dramma di Metastasio su musica del grande compositore tedesco fu rappresentato a Venezia nel 1730 e in effetti ha di quell’epoca tutto l’incanto melodico. Atmosfere sognanti, a volte patetiche e rapinose lo pervadono dall’inizio alla fine. Certo nella complessa partitura del grande maestro sassone non mancano gli allegri e i passaggi brillanti atti a dimostrare il virtuosismo di cantanti come il celeberrimo castrato Farinelli qui a Martina rievocato nell’impressionante vocalità e interpretazione di Franco Fagioli. Il grande controtenore di origine argentina da noi già precedentemente lodato in  Rodelinda e Aureliano in Palmira, rispettivamente di Handel e di Rossini andate in scena negli anni scorsi, si è confermato quest’anno nella  parte di Arbace. Fra le più spaventosamente impegnative che siano mai state scritte sia per permanenza in scena come pure per complessità e arditezza di tessitura. Le capacità interpretative  e sceniche non si sono comunque mai dimostrate inferiori allo straordinario virtuosismo del grande cantante che qualunque melomane dovrebbe  ascoltare per poter amare un repertorio e un mondo, quello barocco, che ancora oggi è largamente sottovalutato in particolare in Italia. Vicino a lui l’Artabano di Sonia Prina si distingueva per eleganza come pure il Mandane di Maria Grazia Schiavo . Anche il Megabise di Antonio Giovannini  si dimostrava di tutto rispetto . Indubbiamente la direzione di Corrado Rovaris pur essendo corretta e stilisticamente appropriata sarebbe potuta essere più fantasiosa e meno ripetitiva in quanto ricordava certe esecuzioni di musica sacra settecentesca molto in voga in area germanica. La regia di Gabriele Lavia pur basandosi su un solido impianto scenico di Alessandro Camera voleva attualizzare l’azione in un ipotetico golpe realizzato da moderni carabinieri, senza però riuscire a dare una convincente versione del dramma. Ottimo successo di pubblico anche alle repliche.      

Battaglia di Legnano a Trieste

venerdì 30 marzo 2012

Composta da Verdi in pieno periodo risorgimentale e rappresentata al teatro Argentina di Roma nel 1849, La battaglia di Legnano non è certo opera aliena da una qualche “volgarità” musicale. Verdi stesso infatti non esitava a collocare quest’opera nei cosiddetti “anni di galera” ossia gli anni della sua giovinezza. In essa una prepotente vena popolare prevaleva sulla più profonda e intima ispirazione che sarebbe scaturita pochi anni più tardi in capolavori tali quali Rigoletto o Traviata o ancora Trovatore. Non la pensa così il regista Ruggero Cappuccio che, trasportando l’azione in un ipotetico magazzino di un moderno museo, vuole risvegliare l’attenzione degli spettatori nei confronti di un’arte, quella italiana,ingiustamente dimenticata. Si vuole segnalare come oggi i tesori siano sepolti e dimenticati nei musei italiani. Certo non è idea nuova ma soprattutto non è sembrata musicalmente calzante con lo spirito genuinamente popolare delle maggior parte di arie e cabalette presenti ovunque nell’opera. Ma si sa la tentazione è grande di mettere la politica sempre dappertutto e il politically correct è imperante nel mondo dell’opera . Tanto più che la primadonnna contesa fra il tenore e il baritono per motivi di passione amorosa è soggetto scontato e affatto interessante per alcuni. La direzione di Boris Brott, pur se più adeguata che nella Bolena donizettiana, sembrava non staccare quello slancio verdiano o meglio in questo caso decisamente “padano” che ci si attendeva fin dalla celebre ouverture. Leonardo Lopez Linares è un baritono come non se ne ascoltano più da molto tempo. Certo con simili mezzi vocali qualcosa si deve mettere a posto, ma sulle scene internazionali dal punto di vista del colore e del timbro ha oggi pochi rivali. Le voci ci sono quindi, basta metterle in evidenza! Prova alterna invece per il tenore Andrew Richards. Dimitra Theodossiou appare alla prima in serata di grazia , certo più nei cantabili che nelle cabalette, ma la sua linea interpretativa e la sua gestualità un po’ bamboleggiante non rientrano nello stile dell’opera. Il coro del Verdi ci è sembrato meno significativo del solito. Grande successo e trionfo per Theodossiou ,qualche contestazione solo per la regia.   

Magnifica Bolena inaugura il Verdi a Trieste

sabato 28 gennaio 2012

Potremmo definirla :”Nata sotto un dio minore “ questa Anna Bolena inaugurale al teatro Verdi di Trieste il 17 gennaio scorso. Nata sulla carta con una distribuzione musicale fra le migliori che si possano oggi concepire,vista la presenza di Bruno Campanella , del tenore Celso Albelo e di Mariella Devia nel ruolo del titolo. Incidenti di percorso di diversa natura l’hanno portata così all’incerto risultato artistico con cui noi l’abbiamo vista rappresentare. Da un lato una protagonista di levatura eccezionale al confronto con un ruolo ostico a molte ma soprattutto in un contesto di difficile risoluzione. La regia di Graham Vick da noi già visionata al Filarmonico di Verona alla sua prima presentazione nel marzo 2007,appariva pregnante nel suo impianto scenico originale con scene moderne e costumi di Paul Brown attinenti l’epoca di ambientazione. Purtroppo la ripresa scenica di Stefano Trespidi sembrava non cogliere l’essenza drammatica originale ma piuttosto gli aspetti grotteschi ad esempio del personaggio principale di Enrico VIII . Anche a causa della goffaggine fisica e vocale dell’interprete apparivano al di fuori di ogni logica drammaturgica. La direzione del canadese Boris Brott non coglieva quegli aspetti di impostazione originariamente belcantistica intesa nel senso rossiniano del termine. Neppure quella coloristica tipicamente donizettiana che avrebbero potuto risultare in tutta la loro evidenza. Apprezzabile comunque la scelta dell’esecuzione praticamente integrale con tagli riaperti. Mariella Devia è non solo da oggi una testimonial della grande scuola italiana del belcanto nel mondo, rivissuta con stile e sensibilità modernissime. La sua Bolena non risente di influenze di primedonne del passato più o meno remoto. E’una Bolena interiorizzata non certo declamata o esasperata come certa tradizione potrebbe ispirare ma più lirica .La vocalità della primadonna ligure risulta omogenea in ogni momento. Non lo stesso possiamo dire della Seymour di Laura Polverelli che pur scenicamente convincente appariva spesso lontana da quello stile e quella eleganza che in Donizetti non dovrebbero mai mancare. Discreto lo Smeton di Elena Traversi Dolenti note sul versante maschile dove Il Percy di Riccardo Casals appariva in seria difficoltà in termini di intonazione e controllo dell’emissione. Peccato perché il giovane tenore avrebbe mezzi vocali non trascurabili.Grottesco si diceva Luiz Ottavio Faria come Enrico VIII. Max René Cosotti risultava invece un ottimo Hervey .Buon successo di pubblico con qualche rimbrotto al tenore.

Il Verdi di Padova apre con Lucia

mercoledì 26 ottobre 2011

Qualche anno fa dopo una conferenza stampa alla Scala ebbi l’ardire di chiedere a Riccardo Muti perché non avesse mai diretto un capolavoro come Lucia di Lammermoor. Egli che aveva già diretto Traviata, indicandomi una foto della Callas mi disse che solo disponendo di una cantante di quel livello si poteva pensare di avvicinarsi a tale titolo. In realtà di grandi Lucia dopo Maria Callas ce ne sono state molte altre di diverse sensibilità e linee interpretative anche se la tragicità che l’immensa artista ha saputo trasfondere al personaggio non è forse mai stata uguagliata. È però vero che per questo titolo più che per altri si è quasi sempre partiti da una grande vocalista e/o da una grande interprete.

Non possiamo dire lo stesso nel caso dell’edizione padovana con cui si è inaugurata venerdì scorso la breve ma ormai consolidata stagione del teatro Verdi di Padova che puntava piuttosto sull’originale regia di Stefano Poda e sul giovane tenore Ismael Jordi. Stefano Poda che avevamo già ammirato nel torinese Thais non è certo un regista banale, ma intriso spesso da volontà intellettuali. Desidera a tutti i costi staccarsi dalla tradizione ma lo fa con convinzione e pervicacia anche se talvolta l’aspetto spettacolare e sanguigno prevale. Autore anche delle scene e dei costumi Poda colloca l’azione davanti a un grande muro dal quale di volta scende l’acqua della fonte o sul quale appaiono i teschi dei morti che rappresentano “l’ultimo avanzo di una stirpe infelice”. Ma il regista sa indubbiamente cogliere questa grande tragicità che angustia l’opera dall’inizio alla fine avvolgendo lo spettatore con colori tetri . Mai vi sono momenti felici neppure nella scena del matrimonio con lo sposino che al contrario di quanto appare nella tradizione qui viene visto in modo abbastanza gradevole. Ma sono le luci sempre spettrali volutamente laterali che danno lo spessore dell’azione culminante nella grande scena della pazzia, dove il sangue e la presenza dello sposino grondante di sangue non impediscono a Lucia di uscire sulle sue gambe piuttosto che cadere a terra come da tradizione.

La direzione di Francesco Rosa calzava bene con la regia anche se troppo spesso dava quell’impressione di tempi dilatati o accorciati “ a fisarmonica” per seguire cantanti come il baritono Bylyy dalle scarse quadrature ritmiche(spesso anche di intonazione).Il soprano Burcu Uyar ha vocalmente molto poco per non dire quasi niente di Lucia . E però un’artista comunicativa . Il suo registro vocale acuto è fastidioso e faticoso anche se la cadenza della pazzia è eseguita con professionalità se non fosse per l’acuto forzato. Ben altro il discorso su Ismael Jordi che ha del grande maestro Kraus una certa eleganza anche se spesso tende a evidenziare manierismo . Il baritono Bylyy pur in possesso di una voce di tutto rispetto esagera nell’emissione e non è musicalmente quadrato. Peccato perché la vocalità sarebbe di tutto rispetto. Il basso Riccardo Zanellato ha invece una vocalità semplice e pura come poche altre. Grande successo di pubblico alla prima.