Archivio della Categoria 'Opera'

Il Trovatore al Verdi di Trieste

martedì 24 marzo 2026

Si racconta che Verdi era particolarmente attaccato a due suoi capolavori : Rigoletto ma ancora di più’ Trovatore. Entrambi gli spartiti dovevano sempre essere sul suo pianoforte. Di fatto il Trovatore richiede la presenza di quattro grandi cantanti dalle qualità verdiane ineccepibili. In primis il libretto piuttosto improbabile e le tessiture estesissime fanno si’che i ruoli di Manrico, Leonora, Conte di Luna e Azucena siano riservate a pochi. L’allestimento a firma di Louis Desire’ non disturba l’occhio e coglie quelle tinte scure che scorrono durante tutto il corso dell’ opera. L’ ambientazione non e’molto chiara se non fosse per il mantello di Azucena e per certi copricapo tipo fez di alcuni coristi. In tutti i casi la presenza di un piccolo manipolo di mimi durante il racconto di Ferrando sembra abbastanza azzeccata. Sarebbe stato il caso di non tagliare le splendide danze come purtroppo avviene troppo spesso in quanto di notevole  valore musicale e parte integrante di un vero grand’ opera. Jordi Bernacer conduce con ottimo senso verdiano la partitura se non fosse per qualche sonorita’ esagerata e per una scelta dei tempi spesso allentati. Il protagonista Yusif Eyvazov e’ perfettamente a suo agio nel ruolo che segue con padronanza e ottiene la giusta ovazione.  Anna Pirozzi affronta Leonora con sicurezza e spessore autenticamente verdiano ma deve regolare l’ emissione degli estremi acuti che risultano sforzati e sfocati. Daniela Barcellona debuttante nel ruolo di Azucena risulta assolutamente all’altezza del ruolo scrostandolo dai malvezzi della tradizione verista e riportandolo all’ originale bel canto. Youngyoun Park e’ un Conte di Luna vocalmente notevole in ogni registro lussuosamente dotato come raramente abbiamo ascoltato. Dovrebbe plasmare un fraseggio più accurato ma lo farà sicuramente in futuro. Anche  il Ferrando di Carlo Lepore era all’altezza della situazione. Ottima prova dell’ orchestra e del coro del Verdi con trionfo e ovazioni finali.

Simone Boccanegra alla Fenice

sabato 14 febbraio 2026

Che il Teatro alla Fenice sia un teatro dalla programmazione raffinata non è una novità, ma che abbia la forza e il xcoraggio di presentare dopo un titolo non popolare come La clemenza di Tito, uno ancora poco popolare come Simone Boccanegra e’ un merito che va riconosciuto al sovrintendente e direttore artistico uscente Fortunato Ortombina. Simone e’opera della maturita’ di Verdi, caratterizzata da tinte fosche e scure,dalla drammaturgia profonda e interiorizzata che puo’ essere letta sia nella sua dimensione intimistica come pure in quella sociale. Opera particolarmente amata dai registi e dai direttori d’orchestra, vede quindi negli ultimi decenni innumerevoli allestimenti interessanti e di buon livello. Quello di Luca Micheletti non e’da meno. Imponente scuro a tratti atemporale, ma sempre in tono con la presenza di un mare tetro e onnipresente, si basa su scene di Leila Fteita e ricchi costumi di Anna Biagiotti. Le luci sofisticate di Giuseppe Di Iorio restituiscono una Genova densa comme il faut. Ma e’nella autorevole direzione di Renato Palumbo che si regge il fascino di questo allestimento attento sia alle esigenze del canto come a quelle di una drammaturgia complessa e profonda. Ma si sa che per Verdi le voci sono fondamentali : Luca Salsi protagonista vive Simone con immedesimazione, mentre gli altri due bassi Alex Esposito come Fiesco e Simone Alberghini come Paolo Albiani non gli sono certo da meno. Francesco Meli tende a cantare sempre un po’ forte ma si impegna in un ruolo adatto a lui in quanto piuttosto centrale e non troppo acuto. Francesca Dotto e’ il vero punto debole della produzione manca di morbidezze e spara acuti assai sgradevoli, perle nere a profusione. Ottima prova del coro diretto da Alfonso Caiani e dell’orchestra della Fenice che ricordiamo ha seguito la versione del 1881. Trionfo alla seconda recita da noi presenziata.

Aufstieg und fall der stadt Mahagonny

giovedì 5 febbraio 2026

Il solo titolo di quest’opera di Kurt Weill su testo di Bertold Brecht appare come quanto di più’ ostico ci possa essere per lo spettatore comune. In realtà, Trieste fra le più sofisticate le citta’ italiane in quanto a gusti teatrali, un tempo culla del più famoso festival d’operetta,non ha mai avuto paura di affrontare le sfide. Se infatti a prima vista questo titolo potrebbe sembrare più adatto a un teatro come il Rossetti, il successo alla prima del 30 gennaio e’stato decisamente notevole. Sarà stato dovuto anche alla brillante regia di Henning Brockhaus che in coproduzione con i teatri di Parma e Reggio Emilia ha voluto attenersi a un certo gusto tradizionale senza voler troppo trasgredire o uscire dagli schemi restando nell’
ambito di un certo buon gusto. Anche se qualcuno si scandalizzerà, vorremmo far rientrare quest’ opera nel novero dei moderni musical in quanto cantata e danzata. Il genere tragicomico e la mancanza di leit motiv conduttori fa si’che non sia diventata popolare come ad esempio la più celebre Opera da tre soldi. Non per questo che non risulti oggi meno contemporanea. Portata in scena a Lipsia nel marzo del 1930 e’ un vero atto d’accusa della società moderna e in particolare del capitalismo e della funzione basica del denaro visto come origine di ogni male. La musica di Kurt Weill e’impegnativa,non accondiscendente non melodica, ma respingente quasi sempre ma anche molto teatrale. La direzione orchestrale di Beatrice Venezi e’risultata sempre appropriata e calzante nel difficile compito di mettere insieme cantanti ballerini e attori dispiegati non solo sul palcoscenico ma sparsi un po’in tutto il teatro . L’efficace regia di Brockhaus era ben corroborata dalle scene di Margherita Palli e dai costumi di Giancarlo Colosi. Esemplare Cristiano Olivieri nella parte protagonistica di Jim , mentre Alisa Kolosova e Maria Belen Rivarola ben si dividevano le due parti femminili. Le coreografie di Valentina Escobar coronavano uno spettacolo curato in ogni particolare,realizzato in lingua originale con sopratitoli in inglese e in italiano con trionfo di pubblico alla prima e in scena fino all’8 febbraio.

La clemenza di Tito inaugura La Fenice.

venerdì 16 gennaio 2026

Chissa’ mai perché molti pensano che un teatro si debba inaugurare con un’opera popolare. Mozart pur essendo fra i più’ grandi geni non solo della musica ma in assoluto,fino a qualche decennio fa non era affatto popolare nel nostro paese, se si escludono pochissimi titoli. Fra questi non vi è di certo La clemenza di Tito che per quanto riguarda sia il testo che la musica, e’opera che guarda un po’indietro rispetto ad esempio al Don Giovanni. Il regista Paul Curran non ha voluto stravolgere l’ambientazione originale più di tanto, anche se ha collocato l’azione all’interno di un moderno museo dove alla fine del primo atto avviene un attentato. Pur non togliendo una certa staticita’all’insieme, Curran ha curato comunque nei dettagli la recitazione dei singoli protagonisti. La direzione di Ivor Bolton specialista di questo genere di repertorio, pur nella serietà dell’impostazione ha voluto modernizzare certe tradizionali letture , probabilmente per aderire alla visione registica. Cecilia Molinari ha presentato un Sesto che non esitiamo a definire esemplare sia nel fraseggio come pur nello stile belcantistico più’puro. Non lo stesso merito interpretativo dobbiamo attribuire al tenore Daniel Behle che pur in possesso di tecnica e voce all’ altezza del difficile ruolo di Tito, rimane estraneo a uno scavo psicologico del personaggio forse anche a causa di un’emissione “alla tedesca”, piuttosto che belcantistica. Anastasia Bartoli ripetutamente ammirata in Rossini,pur affrontando con sicurezza la temibile parte di Vitellia,manca talvolta di morbidezze e smorzati che in Mozart sono assai graditi. Il controtenore Nicolò Balducci ha offerto una prova un po’discontinua con intonazione non sempre precisa ma interpretazione belcantistica. 0ttima prova del coro e dell’orchestra della Fenice. Gran successo alla prima pomeridiana. Stendiamo un pietoso velo sul lancio dei volantini contestanti Beatrice Venezi: e’ora che le posizioni politiche escano una volta per tutte dai templi della lirica. Restituiamo alla musica e al teatro l’imparzialità alla quale hanno diritto.

Figaro doppio protagonista inaugura la stagione 2026 del Verdi di Trieste

venerdì 19 dicembre 2025

Insolita inaugurazione quella del Verdi di Trieste. Da un lato il rossiniano Barbiere di Siviglia, dall’altro le mozartiana Nozze di Figaro. I due capolavori portati in scena da un unico regista, il decano Pier Luigi Pizzi appassionato cultore del Settecento e primo Ottocento in particolare belcantistico. Usufruendo di un unico impianto scenico l’esperto regista (nonagenario) ha voluto cosi’mettere l’accento sulla recitazione dei singoli protagonisti. Entrando nel dettaglio del Barbiere, il regista ha accentuato con una luce accecante Siviglia. Nella grande pulizia scenica mancava però quella tradizione comica che se da un lato non deve essere appesantita da troppe trovate di dubbio gusto, qualche sorriso e qualche risata la deve pur concedere. In pratica mancavano un po’di quelle spiritosaggini che, senza distrarre dalla musica, aiutano lo spettatore meno attento alla trama a divertirsi un po’. Bartolo di Marco Filippo Romano era forse il personaggio più calzante. Annalisa stroppia era una solida Rosina mentre la vocalità di Figaro convinceva più nell’ intrepretazione che nel timbro. Ottimo Almaviva Marco Ciaponi mentre qualche problema abbiamo rilevato nel Basilio di Abramo Rosolen. Anche la Berta di Anna Maria Chiuri appariva discreta. Sempre corretta la direzione di Enrico Calesso. Trionfo alla serata inaugurale con un pubblico elegante. Diverso il discorso da farsi per Le Nozze di Figaro andate in scena il giorno dopo con grande successo. Uno spettacolo apparso fin dall’inizio molto più’riuscito sotto ogni profilo. Calesso ha saputo infondere alla partitura mozartiana aurea simplicitas,assai difficile da ottenere, mentre anche la Regia di Pizzi giustamente meno comica ma forse più malinconica nella giusta maniera e’risultata più’calzante. Il cast di ottimo livello vedeva nella Susanna di Carolina Lippo e nel Cherubino di Paola Gardina le migliori rappresentanti. Sul versante maschile avremmo preferito vedere Simone Alberghini nel ruolo del Conte e Giorgio Caoduro in quello di Figaro, ma la vocalità di entrambi e’apparsa assolutamente adeguata e calzante dall inizio alla fine. Ottima la Contessa di Ekaterina Bakanova. Trionfo finale anche per il capolavoro mozartiano.

Athalia al Giovanni da Udine

lunedì 27 ottobre 2025

Fra le tante composizioni del genio sassone George Frideric Handel, Athalia non è certo fra le più note al grande pubblico. Niente a che fare con il celebre Messia o con opere come Giulio Cesare Semele o Orlando o Tamerlano. Il celeberrimo compositore sassone per la verità abbastanza trascurato nei cartelloni lirici dei teatri italiani, vede così al teatro ne una consacrazione a tutti gli effetti. Non che Handel ne avesse bisogno ma dopo svariati anni di concertoni di orchestre ultraconsacrate come Santa Cecilia o London Symphony anche un dimenticato titolo quale Athalia ha trovato il suo opportuno collocamento. Il progetto Handel affidato ad Amsterdam Baroque Orchestra and Choir diretti dal celebre cembalista Ton Koopman ha così potuto essere restituito al raffinato pubblico udinese che non ha mancato di tributare un meritato successo. L’esecuzione della partitura e’ cosi risultata stilisticamente appropriata nella tenuta generale anche se abbastanza mancante di quel pathos tipicamente italiano che in un compositore di impronta tipicamente belcantista non può mai mancare. Ottima l’esecuzione del coro leggero e pregnante insieme in ogni momento. Dramatic Oratorio anche per le sei parti soliste chiamate da Handel a prove impegnative. In primis Athalia di Suzanne Jerosme. Jordan era Tim Mead controtenore dal timbro non bellissimo ma dall’esecuzione assai accurata. Abner era un valid Andreas Wolf dal colore caldo e profondo. Kieran White un convincente Mathan, mentre Ilse Eerens era una Josabeth piuttosto sfocata. Trionfo finale per tutti.

Chiusura del Festival di Lubiana 2025

mercoledì 24 settembre 2025

In cauda venenum si diceva una volta quando le massime in latino erano di uso corrente anche fra le persone non troppo colte. Il festival di Lubiana non fa eccezione a questa massima e anche quest’anno anno ha presentato una fine festival scoppiettante come un grande spettacolo di fuochi d’artificio. Noi ve ne parleremo nell’ordine di esecuzione. In primis Tosca in forma di concerto con uno fra i migliori cast che si possano oggi ottenere. Sondra Radvanovsky ospite ormai abituale del festival ha rappresentato non solo vocalmente ma anche scenicamente una Tosca palpitante e sicura in ogni suo aspetto. Freddie De Tommaso che sostituiva un indisposto Jonathan Tetelman e’stato per noi una vera rivelazione nella generosa vocalità e nel giovanile slancio che ne fanno un Cavaradossi di tutto rispetto. Bryn Terfel ha impersonato uno Scarpia imperioso e arrogante a dovere. La direzione affidata a Modestas Pitrenas era cosi’teatrale da non far rimpiangere allestimenti scenici di dubbio gusto,cioè a dire che alla luce di un’esecuzione cosi’ trascinante e insieme corretta come quella dell’orchestra sinfonica di Maribor la partitura pucciniana risultava piena di fascino,anche se non eseguita nella sua integrità. Maxim Vengerov e’per noi una vecchia conoscenza in quanto abbiamo potuto ascoltarlo già, dai tempi dei suoi debutti milanesi alla Scala e al Consetvatorio di Milano. L’artista russo gia’da molti anni una stella fra le più brillanti del firmamento internazionale,ha presentato il Concerto di Sibelius in cui ha potuto unire profondità tardo romantica a grande virtuosismo mai fine a se stesso. Kahi Solomnisvili direttore principale della validissima orchestra Slovena ha dipanato con grande raffinatezza la tessitura del toccante preludio di Lohengrin mentre ha potuto sfogare rutilanti effetti sonori nella Quinta Sinfonia di Prokofiev. Ma L’ attesissimo concerto di chiusura con i Wiener Philharmoniker ha superato ogni trionfale previsione, con un programma assolutamente classico teso a sfidare ogni moda passeggera, la massima orchestra viennese ha presentato la 38 esima sinfonia di Mozart in un’esecuzione di rara pulizia e precisione aurea come si confà al più grande Mozart. Nella seconda parte eccezionale e’ stata l’interpretazione della Patetica ciaikovskiana diretta con massima pregnanza e aderenza stilistica interpretativa in ogni sua minima parte da Franz Welser Most. Il lirismo ciaikovskiano come pure gli effetti più trascinanti nell’ultimo movimento non si possono dimenticare. Un direttore non troppo conosciuto o meglio non come meriterebbe in Italia ma che ha saputo aggiungere qualcosa di nuovo alle storiche interpretazione della più tragica delle sinfonie di Ciaikovski. Trionfo finale anche se sarebbe stato graditissimo un bis, ma si sa i Wiener non bissano quasi mai. Un concerto indimenticabile.

Puccini gala al festival di Lubiana con Netrebko e Eyvazof

lunedì 8 settembre 2025

Anna Netrebko e Yusif Eyvazof sono ormai di casa a Lubiana. Da diversi anni infatti il binomio costituisce un appuntamento irrinunciabile non solo per gli appassionati sloveni ma anche per un pubblico internazionale. Quest’anno il programma si presentava particolarmente appetibile in quanto dedicato esclusivamente a Puccini. Inoltre non si capisce bene il motivo della mancanza nei programmi dei festival italiani di serate di questo genere,contenenti tali programmi operistici. Il 26 agosto la coppia Anna Netrebko e Yusif Eyvazovsi è’presentata così al Cankarjev Dom accompagnata dall’Orchestra filarmonica Slovena diretta da Denis Vlasenko al Cankarjev Dom con un programma a dir poco notevole. Il coro dell’Opera di Maribor e altri solisti coronavano l’esecuzione. Il concerto si apriva con l’introduzione alla grande scena di Turandot eseguito con perfetto aplomb senza mai alcun suono sforzato dalla Netrebko, mentre poco dopo la impegnativa aria ” Non piangere Liu’ vedeva nell’interpretazione di Eyazov un valido Calaf imperativo e deciso. Anche Pumeza Matshikiza impersonava una toccante Liu’, nella famosa aria “Tu che di gel sei cinta’ . Anche nella grande seconda aria di Turandot il grande soprano Netrebko dipanava con facilità e morbidezza l’impegnativa tessitura. Il maestro Vlasenko presentava poi una sentita lettura del celebre Intermezzo da Manon Lescaut. Netrebko e Eyvazov presentavano poi eccellenti esecuzioni di Sola perduta abbandonata e Donna non vidi mai. La prima parte del concerto si chiudeva con il duetto del primo atto da Tosca. La seconda parte, indubbiamente più lirica vedeva nel concertato con Mimi Rodolfo Musetta e Marcello una delle parti più toccanti della Boheme.Dopo la rara aria di Edgar Netrebko eseguiva un esemplare Vissi d arte arte, mentre Recondita armonia di Eyvazov appariva estatica e trascinante. Il coro muto di Butterfly preparava poi la grande aria Vogliatemi bene eseguita con padronanza dal soprano russo. Non sono mancati i bis come O mio babbino caro e Nessun dorma in un tripudio di pubblico.

La Creazione di Haydn al Festval di Lubiana.

mercoledì 9 luglio 2025

Fra i capolavori settecenteschi la Creazione di Franz Joseph Haydn occupa un posto particolare. Di non frequentissima esecuzione in Italia presenta del geniale compositore tedesco alcune fra le caratteristiche più splendide fra cui non solo una varieta’tematica inesauribile ma anche un’orchestrazione ricchissima e molto moderna per i suoi tempi di composizione.Lo spettacolo affidato alle cure della celeberrima Fura dels Bauls pur non essendo nuovo ma risalente al 2017 quando fu presentato a Parigi puo’ vantare di essere fra i più grandi successi del festival di Lubiana degli ultimi anni. Per quanto ci riguarda dobbiamo operare un netto distinguo fra la parte scenica e la direzione di Josep Vincent che ha saputo condurre la grande orchestra Adda con padronanza e precisione in ogni momento non meno del poderoso coro Filarmonico sloveno vero interprete del grande oratorio. Il tenore Victor Sordo e il baritono Toni Marsol ben dipanavano le tessiture haydniane. Unica voce femminile Alba Fernandez Cano da cui ci saremmo aspettati maggiore coinvolgimento interpretativo. SUl piano scenico lo spettacolo di Carlos Pedrissa vuole essere particolarmente popolare ed andare incontro ai gusti del pubblico più’semplice introducendo ogni sorta di trovata. Dai palloncini pieni di elio a una minivasca dove annaspano Adamo ed Eva. Da un certo punto di vista possiamo anche capirlo ma il gusto estetico settecentesco non appare risaltare ne’ nelle scene come neppure nei costumi di Altziber Sanz. Le coreografie di Mirella Romero apparivano consone all’idea registica, che ripetiamo a nostro parere non sembrava andare nel senso di una cantata di impostazione si moderna ma ancora molto settecentesca e rigorosa come quella di Haydn. Ma si sa il pubblico ha sempre ragione e il successo è stato trionfale.

Les Dialogues des Carmelites alla Fenice

lunedì 23 giugno 2025

La maggior parte delle opere liriche raccontano di amori, di contrasti incentrati per lo piu’fra la passione del soprano per il tenore con il frapporsi del baritono. Francis Poulenc narra invece un fatto realmente avvenuto durante gli anni del Terrore cioè durante la rivoluzione francese nelle sue fasi più cruente in cui in nome della rivoluzione si tagliavano teste anche ai piu’innocenti. Les dialogues des Carmelites, ossia le Martiri
di Compiegne non era nel 1953 un argomento attuale politicamente anzi, possiamo pure apffermare che Il testo di George Bernanos non soddisfaceva i gusti politici delle correnti allora imperanti, non andava certo di moda in quell’epoca parlare di una storia di religiose mandate a morte con la ghigliottina per non avervoluto ripudiare la propria fede,ma il direttore di casa Ricordi Guido Valcarenghi si appassiono’all’argomento e decise di pubblicare l’opera. Emma Dante che aveva gia’ presentato il suo spettacolo all’Opera di Roma qualche anno fa porta in scena questa produzione alla Fenice con un certo successo. La musica e il libretto di Francis Poulenc alla Fenice appaiono con un cast completamente diverso e godono in particolare della adeguata direzione di Frederic
Chaslin, vero esperto di musica francese. Il direttore e’ apparso soprattutto intento ad assecondare le reali esigenze dei cantanti in uno stile molto simile al verismo italiano, anche se molto meno popolare. Sembrerà strano ma la prima edizione fu rappresentata alla Scala in lingua italiana mentre solo più tardi fu composta in francese.
Il capolavoro di Poulenc si rivela in tutta la sua complessità, più che nelle arie musicali in una continua ansia emotiva che fin dall’inizio dell’opera attrae lo spettatore in un vortice continuo che porta al cruentissimo finale. La vena religiosa della regista Emma Dante non appare fra le più azzeccate ma il senso teatrale drammatico risulta abbastanza presente. Le scene di Carmine Maringola e i costumi di Vanessa Sannino erano adeguate all’idea registica. IL cast di medio livello vedeva nella sola presenza di Anna Caterina Antonacci un punto di spicco non indifferente. Anche il cavaliere di Juan Francisco Gatell Si disimpegnava con professionalità. Ottima poi la prova del coro e dell’orchestra che soddisfano il pubblico accorso numeroso per un titolo non esattamente popolare.