Archivio della Categoria 'Opera'
lunedì 8 settembre 2025
Anna Netrebko e Yusif Eyvazof sono ormai di casa a Lubiana. Da diversi anni infatti il binomio costituisce un appuntamento irrinunciabile non solo per gli appassionati sloveni ma anche per un pubblico internazionale. Quest’anno il programma si presentava particolarmente appetibile in quanto dedicato esclusivamente a Puccini. Inoltre non si capisce bene il motivo della mancanza nei programmi dei festival italiani di serate di questo genere,contenenti tali programmi operistici. Il 26 agosto la coppia Anna Netrebko e Yusif Eyvazovsi è’presentata così al Cankarjev Dom accompagnata dall’Orchestra filarmonica Slovena diretta da Denis Vlasenko al Cankarjev Dom con un programma a dir poco notevole. Il coro dell’Opera di Maribor e altri solisti coronavano l’esecuzione. Il concerto si apriva con l’introduzione alla grande scena di Turandot eseguito con perfetto aplomb senza mai alcun suono sforzato dalla Netrebko, mentre poco dopo la impegnativa aria ” Non piangere Liu’ vedeva nell’interpretazione di Eyazov un valido Calaf imperativo e deciso. Anche Pumeza Matshikiza impersonava una toccante Liu’, nella famosa aria “Tu che di gel sei cinta’ . Anche nella grande seconda aria di Turandot il grande soprano Netrebko dipanava con facilità e morbidezza l’impegnativa tessitura. Il maestro Vlasenko presentava poi una sentita lettura del celebre Intermezzo da Manon Lescaut. Netrebko e Eyvazov presentavano poi eccellenti esecuzioni di Sola perduta abbandonata e Donna non vidi mai. La prima parte del concerto si chiudeva con il duetto del primo atto da Tosca. La seconda parte, indubbiamente più lirica vedeva nel concertato con Mimi Rodolfo Musetta e Marcello una delle parti più toccanti della Boheme.Dopo la rara aria di Edgar Netrebko eseguiva un esemplare Vissi d arte arte, mentre Recondita armonia di Eyvazov appariva estatica e trascinante. Il coro muto di Butterfly preparava poi la grande aria Vogliatemi bene eseguita con padronanza dal soprano russo. Non sono mancati i bis come O mio babbino caro e Nessun dorma in un tripudio di pubblico.
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mercoledì 9 luglio 2025
Fra i capolavori settecenteschi la Creazione di Franz Joseph Haydn occupa un posto particolare. Di non frequentissima esecuzione in Italia presenta del geniale compositore tedesco alcune fra le caratteristiche più splendide fra cui non solo una varieta’tematica inesauribile ma anche un’orchestrazione ricchissima e molto moderna per i suoi tempi di composizione.Lo spettacolo affidato alle cure della celeberrima Fura dels Bauls pur non essendo nuovo ma risalente al 2017 quando fu presentato a Parigi puo’ vantare di essere fra i più grandi successi del festival di Lubiana degli ultimi anni. Per quanto ci riguarda dobbiamo operare un netto distinguo fra la parte scenica e la direzione di Josep Vincent che ha saputo condurre la grande orchestra Adda con padronanza e precisione in ogni momento non meno del poderoso coro Filarmonico sloveno vero interprete del grande oratorio. Il tenore Victor Sordo e il baritono Toni Marsol ben dipanavano le tessiture haydniane. Unica voce femminile Alba Fernandez Cano da cui ci saremmo aspettati maggiore coinvolgimento interpretativo. SUl piano scenico lo spettacolo di Carlos Pedrissa vuole essere particolarmente popolare ed andare incontro ai gusti del pubblico più’semplice introducendo ogni sorta di trovata. Dai palloncini pieni di elio a una minivasca dove annaspano Adamo ed Eva. Da un certo punto di vista possiamo anche capirlo ma il gusto estetico settecentesco non appare risaltare ne’ nelle scene come neppure nei costumi di Altziber Sanz. Le coreografie di Mirella Romero apparivano consone all’idea registica, che ripetiamo a nostro parere non sembrava andare nel senso di una cantata di impostazione si moderna ma ancora molto settecentesca e rigorosa come quella di Haydn. Ma si sa il pubblico ha sempre ragione e il successo è stato trionfale.
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lunedì 23 giugno 2025
La maggior parte delle opere liriche raccontano di amori, di contrasti incentrati per lo piu’fra la passione del soprano per il tenore con il frapporsi del baritono. Francis Poulenc narra invece un fatto realmente avvenuto durante gli anni del Terrore cioè durante la rivoluzione francese nelle sue fasi più cruente in cui in nome della rivoluzione si tagliavano teste anche ai piu’innocenti. Les dialogues des Carmelites, ossia le Martiri
di Compiegne non era nel 1953 un argomento attuale politicamente anzi, possiamo pure apffermare che Il testo di George Bernanos non soddisfaceva i gusti politici delle correnti allora imperanti, non andava certo di moda in quell’epoca parlare di una storia di religiose mandate a morte con la ghigliottina per non avervoluto ripudiare la propria fede,ma il direttore di casa Ricordi Guido Valcarenghi si appassiono’all’argomento e decise di pubblicare l’opera. Emma Dante che aveva gia’ presentato il suo spettacolo all’Opera di Roma qualche anno fa porta in scena questa produzione alla Fenice con un certo successo. La musica e il libretto di Francis Poulenc alla Fenice appaiono con un cast completamente diverso e godono in particolare della adeguata direzione di Frederic
Chaslin, vero esperto di musica francese. Il direttore e’ apparso soprattutto intento ad assecondare le reali esigenze dei cantanti in uno stile molto simile al verismo italiano, anche se molto meno popolare. Sembrerà strano ma la prima edizione fu rappresentata alla Scala in lingua italiana mentre solo più tardi fu composta in francese.
Il capolavoro di Poulenc si rivela in tutta la sua complessità, più che nelle arie musicali in una continua ansia emotiva che fin dall’inizio dell’opera attrae lo spettatore in un vortice continuo che porta al cruentissimo finale. La vena religiosa della regista Emma Dante non appare fra le più azzeccate ma il senso teatrale drammatico risulta abbastanza presente. Le scene di Carmine Maringola e i costumi di Vanessa Sannino erano adeguate all’idea registica. IL cast di medio livello vedeva nella sola presenza di Anna Caterina Antonacci un punto di spicco non indifferente. Anche il cavaliere di Juan Francisco Gatell Si disimpegnava con professionalità. Ottima poi la prova del coro e dell’orchestra che soddisfano il pubblico accorso numeroso per un titolo non esattamente popolare.
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venerdì 30 maggio 2025
Attila che un tempo veniva classificata come opera appartenente agli anni di galera e quindi ben lontana da essere paragonati ai capolavori verdiani e’ ormai divenuta piuttosto popolare. Ricordiamo molti anni fa una storica edizione all’ arena di Verona con Maria Chiara in splendida forma, come pure Alla Scala diretta da Muti con Cheryl Studer e Samuel Ramey protagonista. L’ edizione veneziana a firma di Leo Muscato non colpisce particolarmente per originalita’ creativa ma rispetta l’originale ambientazione dell’ epoca barbarica. Alla luce delle ultime scoperte storiche sembra infatti che la fondazione di Venezia non fosse dovuta alla fuga in seguito all’invasione barbarica. Muscato predispone una scena unica piuttosto naturalistica nelle belle scene di Federica Parolini, ma manca di modernità e di pregnanza del gesto sia delle masse come pure dei singoli. Significativa e’ invece la presenza dei fuochi tale da far temere un nuovo incendio del teatro. Ciò che convince e’ piuttosto la direzione orchestrale intensa e teatralmente verdiana. Un unico appunto : il rallentare nelle cabalette e nei da capo e’ apparso ripetitivo e scontato cosi da rompere la tensione drammatica. Vero asso nella manica della produzione e’ stato invece il cast appropriato tecnicamente che vedeva nella presenza di un veterano come Michele Pertusi apparire in splendida forma e gestire con la consueta eleganza un ruolo che affronta ormai da molti anni con padronanza e sicurezza. Anastasia Bartoli decisa e sicura anche se deve perfezionare il settore acuto e’ una Odabella imperiosa e tenera come il faut. Antonio Poli non e’ piu’ solo una speranza tenorile ma una realtà, e quindi Foresto di lusso. Vladimir Stoyanov un Ezio di tutto rispetto sia vocalmente che interpretativamente. Trionfo alla recita del 24 maggio.
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sabato 5 aprile 2025
Torniamo all’antico e sarà il migliore dei progressi! Sembra questo voler essere il pensiero di Pier Luigi Pizzi che, sembra strano ma vero,presenta la sua prima versione di Anna Bolena di Donizetti nel massimo teatro veneziano con grande successo. La partitura che fa parte della celebre trilogia insieme al Devereux e alla Stuarda e’ stata eseguita in versione integrale con tutti i tagli riaperti e con i da capo variati .Restituita così alla sua versione originale priva delle incrostazioni e dei tagli previsti dallla tradizione la partitura diretta da Renato Balsadonna ha potuto risplendere di una luce sospesa fra quella rossiniana ma piuttosto protesa all”incalzante nuovo romanticismo del Donizetti più maturo. Dicevamo del ritorno all’antico che caratterizza il metteur en scene ultra novantenne che cura ogni particolare di scene e costumi come fosse un affresco cinquecentesco e non si preoccupa troppo di stupire con trovate o trasposizioni temporali di dubbio gusto. Qui poi persistono i colori scuri i grigi a significare l’infelicita’ di tutti i personaggi che giacciono nello sconforto a causa delle traversie amorose e di un destino ingrato. Certamente Pizzi ha potuto anche contare su un cast non solo adeguatamente preparato ma anche partecipe,anche perché non costretto dalle solite divagazioni imperanti in certe regie stravaganti.Balsadonna al di là di un’ouverture dallo stile pompier assecondava con appropriatezza le esigenze dei solisti chiamati ad impegnative variazioni. In primis Lidia Fridman una Bolena finalmente dal timbro scuro a volte mascolino e dalle agilità sgranate senza problemi. Certo non ci si puo’ aspettare da lei le morbidezze e la varieta’ del fraseggio di una Devia o di una Gruberova, tacciate a loro volta di non essere abbastanza drammatiche per il ruolo della Bolena. Al suo fianco Enea Scala Percy di notevole impatto non solo vocale ma anche interpretativo. In splendida forma Carmela Remigio come Seymour ha sfoderato una fatale sue migliori prove degli ultimi anni. Alex Esposito e’stato un Enrico VIII protervo e arrogante . Manuela Custer ha impersonato a sua volta uno Smeton tutt’altro che secondario. Trionfo finale alla recita del 4 aprile.
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domenica 26 gennaio 2025
Se il Ratto dal serraglio non e’ certo fra le più famose partiture mozartiane ,ciò non significa che non sia un vero e proprio capolavoro. Indubbiamente il fatto che il genere singspiel non sia fra i più popolari anche in quanto non identificabile nel serio o nel comico,fa si che lo spettatore medio non sia così appassionato a questo titolo. Assente dal Verdi di Trieste da una ventina d’ anni, vi ritorna con uno spettacolo a firma di Ivan Stefanutti,non minimalista ma neppure troppo sfarzoso .Ci e’sembrata positiva l’idea di sostituire la lingua tedesca con quella italiana nei recitativi anche se l’ incisivita’della lingua tedesca latitava. Certo spesso la pronuncia tedesca non era perfettissima ma e’ una cosa che succede spesso. L’ allestimento appariva piuttosto tradizionale ma non privo di fascino in particolare nell’ analisi di scene e costumi. La regia non presentava particolare originalità ma non disturbava neppure l’occhio pur nella sua semplicità’. L’impronta direttoriale di Beatrice Venezi non sembrando particolarmente mozartiana non mancava di professionalita’ anche nella conduzione del coro , sempre di buon livello. Il cast discreto nel suo insieme,vedeva nel tenore Ruzil Gatin un ottimo Belmonte mentre la Konstanze di Anna Aglatova , pur in possesso di un bel timbro appariva un po’in difficoltà nella famosa aria Marten Allen Arten.Osmim di Andrea Silvestrelli e’ risultato credibile scenicamente ma un po’ opaco vocalmente, al contrario la Blonde di Maria Sardaryan brillante e spiritosa . Anche il Pedrillo di Marcello Nardis si distingueva per una certa spontaneita’.Pubblico inizialmente un po’cauto negli applausi ma caloroso nel finale con diverse chiamate e ovazioni.
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venerdì 6 dicembre 2024
La nuova produzione del capolavoro verdiano della maturità’ a firma di Fabio Ceresa ha inaugurato il grande teatro veneziano con un vero trionfo di pubblico anche alla penultima recita quella a cui abbiamo assistito. A dispetto degli scioperi ormai imperanti in questo autunno ormai in diversi teatri La Fenice ha coraggiosamente presentato una versione piuttosto tradizionale, a tratti sovrabbondante , che riportava l’ultimo capolavoro verdiano ad un gusto tradizionale spesso lussuoso tipico di un tempo ormai perduto. I ricchi costumi di Claudia Pernigotti e le scene di Massimo Checchetto narravano una capitale marinara ben lontana dal minimalismo onnipresente. La novita’stava nel protagonista Francesco Meli al suo debutto nel ruolo il tenore ligure partito dal mondo rossiniano ha voluto così’ calarsi in quello del tenore drammatico verdiano. Al di là’ di un timbro ben lontano da quello dei tenori di tradizione l’esperimento può dirsi riuscito in quanto la grinta e la comunicativa dell’interprete hanno dato luogo a un personaggio fragile e indifeso di fronte alla perfidia del rivale Jago.Luca Micheletti splendido interprete estraneo agli accenti veristizeggianti di certa tradizioneha scolpito uno Jago interiorizzato ma assai potente nella personalità. Assai efficace la Desdemona di Karah Song che a parte qualche suono forzato ha ritratto una Desdemona profondamente sentita e umanamente commovente. La direzione di Myung Whun Chung e’ stata all’altezza delle aspettative di un grande direttore verdiano a tratti forse fragorosa ma anche fiacca di sfumature e colori di sicuro taglio drammatico. Peccato il solito taglio delle danze che nel caso di Otello sono indubbiamente fra le più affascinanti composte dal cigno di Busseto. In una produzione cosi’ ricca e fastosa molto vicina a un taglio scenico da grand opera sarebbe stato molto apprezzabile il loro ripristino. Anche le parti non principali erano ben raffigurate nel Cassio di Roberto Marsiglia e nel Roderigo di Enrico Casari. Ottimi sia l’orchestra che il coro della Fenice.Trionfo finale per tutti.
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venerdì 30 agosto 2024
Il Rossini opera festival del 2024 presentava grandi aspettative e a dire il vero non sono andate deluse.Nell’anno in cui Pesaro si colloca come capitale europea della cultura infatti il ventaglio delle proposte operistiche e concertistiche del Rof si è ampliato e non di poco. In particolare ci soffermeremo sulle due nuove produzioni : Bianca e Falliero ed Ermione. Entrambi capolavori del cigno di Pesaro riscoperti e presentati a Pesaro per la prima volta in questo secolo hanno goduto di ottimi allestimenti . Quello firmato da Jean Luis Grinda da noi visionato nell’ultima recita quella del 19 agosto,ha trovato più di un aspetto positivo ; in primis ci e’apparso assecondare l’azione drammatica con un fluire continuo senza interruzioni dovute ai cambi di scena che sempre più frequentemente appesantiscono gli allestimenti . Non ugualmente condivisibile l’accostamento fra diverse epoche nei costumi e soprattutto una certa mancanza nella cura della recitazione. Significativa la risoluzione del finale lieto visto come un risveglio da un incubo. Indiscutibile e’stato il livello musicale dell’interpretazione sia orchestrale che vocale. Roberto Abbado alla testa dell’Orchestra Nazionale della Rai ha saputo conferire il giusto aplomb alla partitura. Orchestra il cui ritorno a Pesaro e’stato fra le migliori sorprese di questo’anno. Jessica Pratt protagonista sempre di alto livello ci e’apparsa forse troppo intenta a sfoderare i suoi sovracuti piuttosto che a scavare l’aspetto intimistico del personaggio.Aya Wakizono dal timbro non proprio contraltile ha pero’ sfumato con partecipazione un Falliero di tutto rispetto. Preziosa la prestazione di Dmitry Korchak nella difficile parte di Contareno cui faceva da contraltare il notevole Capellio di Giorgi Manoshvili un basso elegante nel canto e nella presenza. Applausi trionfali alla fine.
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martedì 9 luglio 2024
Grande serata lunedì sera al Cankarjev dom con il Trovatore nella nuova produzione del teatro del Maggio Musicale Fiorentino con la regia di Cesare Lievi ma soprattutto con la direzione del maestro Zubin Mehta,che ha avuto recentemente anche l’onore di avere a Firenze una sala a lui intitolata,considerata anche la dedizione che il maestro indiano ha dedicato al teatro fiorentino. Grande successo dicevamo per un titolo nazional popolare quale Trovatore che fa tremare le vene ai polsi di qualunque direttore e sovrintendente. Diciamo subito che la regia piuttosto semplice di Cesare Lievi appariva convenzionale e lasciava molta gestualità all’iniziativa dei singoli . L’ambientazione non era quella originale risultando piuttosto modernizzata, ma in tutti i casi non disturbava l’occhio, permettendo di concentrarsi così sull’aspetto prettamente musicale. La direzione di Mehta appariva improntata alla tradizione senza tagli riaperti,ma soprattutto senza le originali danze ormai irrinunciabili. risultava cosi’una visione più interessante sul piano dei cantabili spianati e drammatici che su quella degli slanci e degli allegri. In pratica avremmo auspicato stacchi più energici ad esempio nelle cabalette. Inoltre Mehta dava spesso quella sgradevole sensazione di lasciare un po’troppa discrezione ai solisti nella scelta dei tempi.Ottima la prova sia del coro che dell’orchestra del Maggio. Protagonista era Matteo Desole un giovane tenore non esattamente lirico spinto o drammatico come la tradizione ci ha abituato, ma comunque interessante sia per timbro come pure per fraseggio. A tale proposito ricordiamo che la parte di Manrico era stata scritta da Verdi per lo stesso tenore che interpretava Duca di Mantova e Alfredo della Traviata. L’opera viene talvolta chiamata la Zingara a testimoniare la presenza da vera protagonista del ruolo di Azucena. In questo caso Olesja Petrova si dimostrava infatti non solo cantante ma anche attrice di primo livello. Voce decisamente scura e con il carattere deciso e sicuro richiesto dal ruolo, il mezzosoprano in carriera internazionale ha avuto meritate ovazioni sia durante la recita come pure negli applausi finali.Leonora era Carolina Lopez Moreno che si dimostrava una Leonora di tutto rispetto, capace di sfumare anche gli acuti che solo talvolta sono sembrati un po’fissi e stimbrati. Anche la presenza scenica era adeguata.Leone Kim nell’ impegnativa parte del Conte di Luna non è sempre stato sicurissimo nell’emissione, ma ha comunque dato del personaggio un’incarnazione credibile.Ferrando era Giorgi Manosvili dalla vocalità corretta e sicura. Prolungate ovazioni finali in un trionfo generale.
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venerdì 14 giugno 2024
Mefistofele non è certo attualmente fra le opere da noi più rappresentate anche se rientra nella grande tradizione dell’opera italiana. Difficile sostenere che trattasi di musica sopraffina anche se non pochi sono i sostenitori del verismo. Mefistofele ha goduto in passato di una certa popolarità.Vero manifesto di una vocalità decisamente verista non può neppure lontanamente essere paragonato al Faust di Gounod. Dobbiamo pero’riconoscere che quando si avvantaggia di un allestimento come quello andato in scena a Venezia il successo non tarda a manifestarsi. Non e’infatti un mistero che le cadute di gusto in un argomento come quello del sogno di un vecchio medico di consegnare la propria anima al diavolo in cambio del poter godere di tutti i privilegi consentiti a un giovane affascinante e seducente hanno dato troppe volte risultati di dubbio gusto. Per fortuna nella versione di Moshe e Leiser non poche sono state le buone idee registiche anche se mancava un vero e proprio filo conduttore a legare le diverse scene. Anche le trovate registiche quali la doccia iniziale del protagonista non risultava superflua piu’ di tanto per merito anche delle qualità attoriali del soggetto. La direzione di Nicola Luisotti appariva ben calzante alla fragorose sonorità delle partitura di Arrigo Boito che cercava di bilanciare orchestra e voci in una scrittura orchestrale piuttosto penalizzante nei confronti dei solisti. Piero Pretti nella parte di Faust appariva più’ a suo agio nella seconda parte che nella prima pur se non in possesso di un timbro piacevolissimo si destreggiava anche nel settore acuto. Maria Agresta come Margherita spadroneggiava invece con eleganza in una parte assolutamente centrale e impegnativa.Grande successo alla recita da noi recensita.
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