Archivio della Categoria 'Opera'

Attila alla Fenice

venerdì 30 maggio 2025

Attila che un tempo veniva classificata come opera appartenente agli anni di galera e quindi ben lontana da essere paragonati ai capolavori verdiani e’ ormai divenuta piuttosto popolare. Ricordiamo molti anni fa una storica edizione all’ arena di Verona con Maria Chiara in splendida forma, come pure Alla Scala diretta da Muti con Cheryl Studer e Samuel Ramey protagonista. L’ edizione veneziana a firma di Leo Muscato non colpisce particolarmente per originalita’ creativa ma rispetta l’originale ambientazione dell’ epoca barbarica. Alla luce delle ultime scoperte storiche sembra infatti che la fondazione di Venezia non fosse dovuta alla fuga in seguito all’invasione barbarica. Muscato predispone una scena unica piuttosto naturalistica nelle belle scene di Federica Parolini, ma manca di modernità e di pregnanza del gesto sia delle masse come pure dei singoli. Significativa e’ invece la presenza dei fuochi tale da far temere un nuovo incendio del teatro. Ciò che convince e’ piuttosto la direzione orchestrale intensa e teatralmente verdiana. Un unico appunto : il rallentare nelle cabalette e nei da capo e’ apparso ripetitivo e scontato cosi da rompere la tensione drammatica.  Vero asso nella manica della produzione e’ stato invece il cast appropriato tecnicamente  che vedeva nella presenza di un veterano come Michele Pertusi apparire in splendida forma e gestire con la consueta eleganza un ruolo che affronta ormai da molti anni con padronanza e sicurezza. Anastasia Bartoli decisa e sicura anche se deve perfezionare il settore acuto e’ una Odabella imperiosa e tenera come il faut. Antonio Poli non e’ piu’ solo una speranza tenorile ma una realtà, e quindi Foresto di lusso. Vladimir Stoyanov un Ezio di tutto rispetto sia vocalmente che interpretativamente. Trionfo alla recita del 24 maggio.

Anna Bolena alla Fenice

sabato 5 aprile 2025

Torniamo all’antico e sarà il migliore dei progressi! Sembra questo voler essere il pensiero di Pier Luigi Pizzi che, sembra strano  ma vero,presenta la sua prima versione di Anna Bolena di Donizetti nel massimo teatro veneziano con grande successo. La partitura che fa parte della celebre trilogia insieme al Devereux e alla Stuarda e’ stata eseguita in versione integrale con tutti i tagli riaperti e con i da capo variati .Restituita così alla sua versione originale priva delle incrostazioni e dei tagli previsti dallla tradizione la partitura diretta da Renato Balsadonna ha potuto risplendere di una luce sospesa fra quella rossiniana ma piuttosto protesa all”incalzante nuovo romanticismo del Donizetti più maturo. Dicevamo del ritorno all’antico che caratterizza il metteur en scene ultra novantenne che cura ogni particolare di scene e costumi come  fosse un affresco cinquecentesco e non si preoccupa troppo di stupire con trovate o trasposizioni temporali di dubbio gusto. Qui poi persistono i colori scuri i grigi a significare l’infelicita’ di tutti i personaggi che giacciono nello sconforto a causa delle traversie amorose e di un destino ingrato. Certamente Pizzi ha potuto anche contare su un cast non solo adeguatamente preparato ma anche partecipe,anche perché non costretto dalle solite divagazioni imperanti in certe regie stravaganti.Balsadonna al di là di un’ouverture dallo stile pompier assecondava con appropriatezza le esigenze dei solisti chiamati ad impegnative variazioni. In primis Lidia Fridman una Bolena finalmente dal timbro scuro a volte mascolino  e dalle agilità sgranate senza problemi. Certo non ci si puo’ aspettare da lei le morbidezze e la varieta’ del fraseggio di una Devia o di una Gruberova, tacciate a loro volta di non essere abbastanza drammatiche per il ruolo della Bolena. Al suo fianco Enea Scala Percy di notevole impatto non solo vocale ma anche interpretativo. In splendida forma Carmela Remigio come Seymour ha sfoderato una fatale sue migliori prove degli ultimi anni. Alex Esposito e’stato un Enrico VIII protervo e arrogante . Manuela Custer ha impersonato a sua volta uno Smeton tutt’altro che secondario. Trionfo finale alla recita del 4 aprile.

 

 

 

 

 

 

 

 

il Ratto dal Serraglio al Verdi di Trieste

domenica 26 gennaio 2025

Se il Ratto dal serraglio non e’ certo fra le più famose partiture mozartiane ,ciò non significa che non sia un vero e proprio capolavoro. Indubbiamente il fatto che il genere singspiel non sia fra i più popolari anche in quanto non identificabile nel serio o nel comico,fa si che lo spettatore medio non sia così appassionato a questo titolo. Assente dal Verdi di Trieste da una ventina d’ anni, vi ritorna con uno spettacolo a firma di Ivan Stefanutti,non minimalista ma neppure troppo sfarzoso .Ci e’sembrata positiva l’idea di sostituire la lingua tedesca con quella italiana nei recitativi anche se l’ incisivita’della lingua tedesca latitava. Certo spesso la pronuncia tedesca non era perfettissima ma e’ una cosa che succede spesso. L’ allestimento appariva piuttosto tradizionale ma non privo di fascino in particolare nell’ analisi di scene e costumi. La regia non presentava particolare originalità ma non disturbava neppure l’occhio pur nella sua semplicità’. L’impronta direttoriale di Beatrice Venezi  non sembrando particolarmente mozartiana  non mancava di professionalita’ anche nella conduzione del coro , sempre di buon livello. Il cast discreto nel suo insieme,vedeva nel tenore Ruzil Gatin un ottimo Belmonte mentre la Konstanze di Anna Aglatova ,  pur in possesso di  un bel timbro appariva un po’in difficoltà nella famosa aria Marten Allen Arten.Osmim di Andrea Silvestrelli e’ risultato credibile scenicamente ma un po’ opaco vocalmente, al contrario la Blonde di Maria Sardaryan brillante e spiritosa . Anche il Pedrillo di Marcello Nardis si distingueva per una certa spontaneita’.Pubblico inizialmente un po’cauto negli applausi ma caloroso nel finale con diverse chiamate  e ovazioni.

Otello inaugura il Gran Teatro alla Fenice

venerdì 6 dicembre 2024

La nuova produzione del capolavoro verdiano della maturità’ a firma di Fabio Ceresa ha inaugurato il grande teatro veneziano con un vero trionfo di pubblico anche alla penultima recita quella a cui abbiamo assistito. A dispetto degli scioperi ormai imperanti in questo autunno ormai in diversi teatri La Fenice ha coraggiosamente presentato una versione piuttosto tradizionale, a tratti sovrabbondante , che riportava l’ultimo capolavoro verdiano ad un gusto tradizionale spesso lussuoso tipico di un tempo ormai perduto. I ricchi costumi di Claudia Pernigotti e le scene di Massimo Checchetto narravano una capitale marinara ben lontana dal minimalismo onnipresente. La novita’stava nel protagonista Francesco Meli al suo debutto nel ruolo il tenore ligure partito dal mondo rossiniano ha voluto così’ calarsi in quello del tenore drammatico verdiano. Al di là’ di un timbro ben lontano da quello dei tenori di tradizione l’esperimento può dirsi riuscito in quanto la grinta e la comunicativa dell’interprete hanno dato luogo a un personaggio fragile e indifeso di fronte alla perfidia del rivale Jago.Luca Micheletti splendido interprete estraneo agli accenti veristizeggianti di certa tradizioneha scolpito uno Jago interiorizzato ma assai potente nella personalità. Assai efficace la Desdemona di Karah Song che a parte qualche suono forzato ha ritratto una Desdemona profondamente sentita e umanamente commovente. La direzione di Myung Whun Chung e’ stata all’altezza delle aspettative di un grande direttore verdiano a tratti forse fragorosa ma anche fiacca di sfumature e colori di sicuro taglio drammatico. Peccato il solito taglio delle danze che nel caso di Otello sono indubbiamente fra le più affascinanti composte dal cigno di Busseto. In una produzione cosi’ ricca e fastosa molto vicina a un taglio scenico da grand opera sarebbe stato molto apprezzabile il loro ripristino. Anche le parti non principali erano ben raffigurate nel Cassio di Roberto Marsiglia e nel Roderigo di Enrico Casari. Ottimi sia l’orchestra che il coro della Fenice.Trionfo finale per tutti.

Pesaro, Bianca e Falliero

venerdì 30 agosto 2024

Il Rossini opera festival del 2024 presentava grandi aspettative e a dire il vero non sono andate deluse.Nell’anno in cui Pesaro si colloca come capitale europea della cultura infatti il ventaglio delle proposte operistiche e concertistiche del Rof si è ampliato e non di poco. In particolare ci soffermeremo sulle due nuove produzioni : Bianca e Falliero ed Ermione. Entrambi capolavori del cigno di Pesaro riscoperti e presentati a Pesaro per la prima volta in questo secolo hanno goduto di ottimi allestimenti . Quello firmato da Jean Luis Grinda da noi visionato nell’ultima recita quella del 19 agosto,ha trovato più di un aspetto positivo ; in primis ci e’apparso assecondare l’azione drammatica con un fluire continuo senza interruzioni dovute ai cambi di scena che sempre più frequentemente appesantiscono gli allestimenti . Non ugualmente condivisibile l’accostamento fra diverse epoche nei costumi e soprattutto una certa mancanza nella cura della recitazione. Significativa la risoluzione del finale lieto visto come un risveglio da un incubo. Indiscutibile e’stato il livello musicale dell’interpretazione sia orchestrale che vocale. Roberto Abbado alla testa dell’Orchestra Nazionale della Rai ha saputo conferire il giusto aplomb alla partitura. Orchestra il cui ritorno a Pesaro e’stato fra le migliori sorprese di questo’anno. Jessica Pratt protagonista sempre di alto livello ci e’apparsa forse troppo intenta a sfoderare i suoi sovracuti piuttosto che a scavare l’aspetto intimistico del personaggio.Aya Wakizono dal timbro non proprio contraltile ha pero’ sfumato con partecipazione un Falliero di tutto rispetto. Preziosa la prestazione di Dmitry Korchak nella difficile parte di Contareno cui faceva da contraltare il notevole Capellio di Giorgi Manoshvili un basso elegante nel canto e nella presenza. Applausi trionfali alla fine.

 

 

 

Il Trovatore a Lubiana

martedì 9 luglio 2024

Grande serata lunedì sera al Cankarjev dom con il Trovatore nella nuova produzione del teatro del Maggio Musicale Fiorentino con la regia di Cesare Lievi ma soprattutto con la direzione del maestro Zubin Mehta,che ha avuto recentemente anche l’onore di avere a Firenze una sala a lui intitolata,considerata anche la dedizione che il maestro indiano ha dedicato al teatro fiorentino. Grande successo dicevamo per un titolo nazional popolare quale Trovatore che fa tremare le vene ai polsi di qualunque direttore e sovrintendente. Diciamo subito che la regia piuttosto semplice di Cesare Lievi appariva  convenzionale e lasciava molta gestualità all’iniziativa dei singoli . L’ambientazione non era quella originale risultando piuttosto modernizzata, ma in tutti i casi non disturbava l’occhio, permettendo di concentrarsi così sull’aspetto prettamente musicale. La direzione di Mehta appariva improntata alla tradizione senza tagli riaperti,ma soprattutto senza le originali danze ormai irrinunciabili. risultava cosi’una visione più interessante sul piano dei cantabili spianati e drammatici che su quella degli slanci e degli allegri. In pratica avremmo auspicato stacchi più energici ad esempio nelle cabalette. Inoltre Mehta dava spesso quella sgradevole sensazione di lasciare un po’troppa discrezione ai solisti nella scelta dei tempi.Ottima la prova sia del coro che dell’orchestra del Maggio. Protagonista era Matteo Desole un giovane tenore non esattamente lirico spinto o drammatico come la tradizione ci ha abituato, ma comunque interessante sia per timbro come pure per fraseggio.  A tale proposito ricordiamo che la parte di Manrico era stata scritta da Verdi per lo stesso tenore che interpretava Duca di Mantova e Alfredo della Traviata.  L’opera viene talvolta chiamata la Zingara a testimoniare la presenza da vera protagonista del ruolo di Azucena. In questo caso Olesja Petrova si dimostrava infatti non solo cantante ma anche attrice di primo livello. Voce decisamente scura e con il carattere deciso e sicuro richiesto dal ruolo, il mezzosoprano in carriera internazionale ha avuto meritate ovazioni sia durante la recita come pure negli applausi finali.Leonora era Carolina Lopez Moreno che si dimostrava una Leonora di tutto rispetto, capace di sfumare anche gli acuti che solo talvolta sono sembrati un po’fissi e stimbrati. Anche la presenza scenica era adeguata.Leone Kim nell’ impegnativa parte del Conte di Luna non è sempre stato sicurissimo nell’emissione, ma ha comunque dato del personaggio un’incarnazione credibile.Ferrando era Giorgi Manosvili dalla vocalità corretta e sicura. Prolungate ovazioni finali in un trionfo generale.

Mefistofele alla Fenice

venerdì 14 giugno 2024

Mefistofele non è certo attualmente fra le opere da noi più rappresentate anche se rientra nella grande tradizione dell’opera italiana. Difficile sostenere che trattasi  di musica sopraffina anche se non pochi sono i sostenitori del verismo. Mefistofele ha goduto in passato di una certa popolarità.Vero manifesto di una vocalità  decisamente verista non può neppure lontanamente essere paragonato al Faust di Gounod. Dobbiamo pero’riconoscere che quando si avvantaggia di un allestimento come quello andato in scena a Venezia il successo non tarda a manifestarsi. Non e’infatti un mistero che le cadute di gusto in un argomento come quello del sogno di un vecchio medico di consegnare la propria anima al diavolo in cambio del poter godere di tutti i privilegi consentiti a un giovane affascinante e seducente hanno dato troppe volte risultati di dubbio gusto. Per fortuna nella versione di Moshe e Leiser non poche sono state  le buone idee registiche anche se mancava un vero e proprio filo conduttore a legare  le diverse scene. Anche le trovate registiche quali la doccia iniziale del protagonista non risultava superflua piu’ di tanto per merito anche delle qualità attoriali del soggetto. La direzione di Nicola Luisotti appariva ben calzante alla fragorose sonorità delle partitura di Arrigo Boito che cercava di bilanciare orchestra e voci in una scrittura orchestrale piuttosto penalizzante nei confronti dei solisti.  Piero Pretti nella parte di Faust appariva più’ a suo agio nella seconda parte che nella prima pur se non in possesso di un timbro piacevolissimo si destreggiava anche nel settore acuto. Maria Agresta come Margherita spadroneggiava invece con eleganza in una parte assolutamente centrale e impegnativa.Grande successo alla recita da noi recensita.

Les contes d’Hoffmann inaugura La Fenice.

martedì 5 dicembre 2023

Les Contes d’Hoffmann sono da sempre un’opera affascinante, suggestiva e abbastanza popolare. Nonostante la lingua francese, non proprio accessibile a tutti, il capolavoro non è mai passato di moda ed ha sempre soddisfatto le platee di mezzo mondo. Assai difficile da catalogare Hoffmann va interpretata anche scenicamente e conseguentemente un regista come Damiano Michieletto è stato” invitato decisamente a nozze” nelle sue bizzarre ma a volte geniali visioni. Qui ad esempio partendo dal primo atto, quello che rappresenta la bambola meccanica Olympia, vuole richiamare la situazione infantile con i banchi di scuola e il diabolico maestro che non vede l’ora di distruggere la prima innamorata del piccolo aspirante scrittore. Nell’atto seguente, quello di Antonia, più che di una cantante vittima della sua malattia, vi è un’aspirante ballerina ormai con le stampelle che cerca invano di rcuperare se stessa contro le insidie del diavolo. Completamente diversa giustamente l’atmosfera sensuale e dionisiaca dell’ultimo atto, dove la protagonista Giulietta chiude con grande lussuria quello che è forse il più significativo dei tre atti , con il famoso terzetto :”Helas mon coeur s’égare encore” a significare come il protagonista Hoffmann perda qui una volta per tutte le proprie speranze amorose. Ciò che ha decisamente colpito in questa regia è stato l’uso delle danze o meglio del carattere giocoso dell’uso dei corpi, non solo dei ballerini ma anche dei coristi che Michieletto è riuscito a coinvolgere nell’azione. Naturalmente alcuni avranno potuto trovare in questa regia aspetti di una certa esagerazione in quanto talvolta si preferisce godere della musica senza troppi movimenti in scena. Non dimentichiamo che Offenbach era però un autore di operette e il re dei grands boulevards non quello del Palais Garnier e dei grands opéra…. Frédéric Chaslin dirigeva l’orchestra dando però spesso troppo “fiato alle trombe ” per così dire e troppo poco alle sfumature e a i colori di cui Offenbach non certo difetta. Un pò più di delicatezza sarebbe stata a volte più apprezzabile. Vero protagonista vocale è stato Alex Esposito che non è certo una sorpresa per noi,il basso ha dato dei quattro ruoli demoniaci ideati da Offenbach per quest’opera una personale e insieme ideale rappresentazione. Il tenore ivan Ayon Rivas ha impersonato un buon Hoffmann con notevole facilità nella tessitura vocale a dispetto di una presenza scenica non proprio fascinosa. Una discreta Rocio Perez era Olimpia . Carmela Remigio una buona Antonia mentre la più seducente era indubbiamente la Giulietta di Veronique Gens. L’impegnativa parte di Nicklausse era ben impersonata da Giuseppina Bridelli. Le belle scene di Paolo Fantin e i costumi di Carla Teti coronavano il tutto. Grande successo alla replica del 30 novembre.

Manon Lescaut inaugura il Verdi di Trieste

giovedì 30 novembre 2023

Manon Lescaut di Puccini non è fra le opere più popolari del cigno di Torre del Lago ormai da molto tempo. Secondo noi è forse invece il capolavoro del maestro toscano. Egli non cede qui agli eccessi veristi di Tosca anche se scuote a dovere gli spettatori con un argomento scabroso. Inoltre non sempre a ragione spiazza la meravigliosa Manon di Massenet e con accenti e colori più forti ma sempre autenticamente romantici nel senso italiano del termine. Il teatro triestino non è tradizionalmente aperto a regie particolarmente moderne ed innovative, qui però il regista Guy Montavon interviene spesso e volentieri sulla drammaturgia abbastanza pesantemente senza preoccuparsi troppo di essere fedele alle intenzioni dell’autore. Va da sè che un vero librettista nel dramma musicato da Puccini in realtà non c’è perchè sappiamo essere un lavoro in collaborazione fra diversi librettisti. Non ci sembra comunque questa una buona ragione per modificare azione e personaggi ripetutamente.  In verità l’unica vera scena che ci sembra essere riuscita nella sua originalità è quella finale dove Manon e des Grieux appaiono separati perchè già divisi da una grande vetrata che li allontana ancor prima della morte di Manon. Questo non potersi toccare e stringere e abbracciarsi é apparso significativo. Ingiustificabile comunque il non presentarsi al proscenio al termine dello spettacolo da parte di tutti gli autori della parte scenica….per quale motivo ? da quando in qua? Ricordiamo che noi abbiamo assistito alla recita di sabato che a causa dello sciopero è stata la vera e propria prima rappresentazione dello spettacolo anche se non si è trattato di serata di “gala”…..Ottime note invece per gli interpreti fra cui svettava la rigorosa e pulita vocalità di Roberto Aronica sempre lontano da accentacci veristi e cadute di stile. Lana Kos era una Manon dalla vocalità sicura e senza cedimenti credibile anche scenicamente. Mancava quel gusto della parola, del recitar cantando difficile da trovare in una protagonista non di madre lingua. Fernando Cisneros come Lescaut non ha mancato di dare soddisfaziione sia vocale ches cenica in un ruolo non certo scondario.la direzione della maestra Gianna Fratta ha convinto per tenuta degli insiemi, pulizia, eleganza anche se come dicevamo per quanto riguarda la Kos mancava quella cura del significato della parola e dell’accento che certe grandi cantanti del passato ci hanno lasciato.Grandi applausi finali per tutto il cast orchestra e coro compresi.

 

 

 

 

 

I due Foscari alla Fenice

mercoledì 25 ottobre 2023

Fra le opere del giovane Verdi forse i due Foscari sono la meno popolare. In effetti se paragonati a Ernani o ai Lombardi o ancora meglio al Nabucco il raffronto risulta abbastanza a sfavore della partitura tratta dal dramma di Lord Byron. Ciò non toglie che le scure tinte del dramma veneziano andato in scena a Roma nel 1844 non siano ricche di fascino e soprattutto non permettano ai protagonisti una certa introspezione psicologica e scritture vocali interessanti. Il teatro veneziano ha presentato l’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino a firma di Grischa Asagaroff che non appariva particolarmente interessante ma non disturbava nemmeno l’occhio. Indubbiamente una Venezia molto tradizionale nelle scene e nei costumi di Luigi Perego. Non vi sono molte idee registiche e una certa atmosfera plumbea non aiutava a tener viva l’attenzione dello spettatore. Nota positiva invece per le brevi danze di Cristiano Colangelo.  Una certa noia si riscontrava poi della direzione di Sebastiano Rolli che accentuava certe ritmiche tipiche della tradizione verdiana più vetusta invece che alleggerire anche per evidenziare i pregi dei solisti piuttosto che i difetti. Vero protagonista diventava così il coro del teatro che diretto dal maestro Alfonso Caiani dava una vera lezione di colori e accenti verdiani. Il cast trovava nell’intensa presenza di Luca Salsi un Francesco Foscari di tutto rilievo all’altezza del ruolo per intensità vocale e padronanza della tessitura nella sua completa estensione. non lo stesso si può dire di Francesco Meli nel ruolo di Jacopo che nella recita del 14 ottobre appariva visibilmente affaticato in particolare nella prima parte dell’opera. Ci auguriamo che possa riprendere il suo smalto abituale senza problemi. Anastasia Bartoli da parte sua pur in possesso di una vocalità più che interessante presentava le stesse problematiche vocali espresse nell’Elvira dell’Ernani. Suoni sforzati nel settore acuto e spesso sgradevoli. Ottima invece nel settore centrale e nelle intenzioni espressive. Buone nel loro insieme le cosiddette seconde parti . Qualche “beccata” di pubblico all’indirizzo tenorile durante la recita ma grande successo finale.