Archivio di maggio 2023

Turandot chiude la stagione del Verdi di Trieste

martedì 16 maggio 2023

Il capolavoro incompiuto del cigno di Torre del lago gode a Trieste di una certa fortuna sia dal punto di vista vocale come pure da quello direttoriale, avendo visto in passato  il teatro triestino direttori come Daniel Oren e cantanti come Olivia Stapp, Maria Chiara , Giovanna Casolla . La produzione presentata al Verdi a firma di Davide Garattini originariamente concepita con Katia Ricciarelli nel 2019 è apparsa forse leggermente rinnovata rispetto alla prima versione. In particolare i costumi di Danilo Coppola che dividevano chiaramente i personaggi buoni in bianco dai cattivi in nero, semplificavano la comprensione dell’azione non sempre chiarissima. Anche le scene molto imponenti di Paolo Vitale non apparivano scontate ma funzionali all’azione . Le proiezioni sul fondale erano abbastanza discrete. Nell’insieme una realizzazione scenica decorosa con nessuna trovata particolare ma che non meritava le contestazioni finali. La direzione orchestrale di Jordi Bernacer privilegiava la tenuta drammatica piuttosto che la tavolozza coloristica della partitura della partitura incompiuta che è stata eseguita senza la tradizionale aggiunta del finale di Alfano.  Scelta rispettosa anche se poco popolare.  Il cast era nel suo insieme all’altezza. In particolare il Calaf di Amadi Lagha era sicuro, deciso e altisonante comme il faut anche se non privo di nuances. Kristina Kolar una buona Turandot mai affaticata ma sempre squillante. Ilona Revolskaja pur non in possesso di un bel timbro ha dato di Liù un’efficace rappresentazione in particolare nell’ultima aria. Anche le tre maschere erano adeguate. Nota non positiva sul Timur di Marco Spotti. Buona sia la prova dell’orchestra come pure del coro del Verdi. Gran successo alla fine se non fosse stato per qualche contestazione alla regia come detto sopra.

Orfeo a Venezia e a Trieste.

martedì 9 maggio 2023

Sono passati molti anni da quando adolescente cominciavo a frequentare i teatri lirici e i vecchi maestri non cessavano di ripetere che per ridurre i costi ed ampliare l’offerta i teatri avrebbero dovuto agire in coordinamento. Ci troviamo invece a recensire oggi due Orfeo ed Euridice di Cristoph Willibald Gluck  entrambi versione viennese 1762, entrambi in italiano, entrambi senza danze. Non volendo alimentare polemiche non possiamo non considerare come neppure il periodo Covid sia riuscito ad insegnare qualcosa . La produzione veneziana a firma di Pier Luigi Pizzi, da un lato non presentava sorprese ma si confermava nella tradizione di un ottimo metteur en scene più che su quello di un innovativo regista. Grande eleganza nei morbidi e sontuosi costumi ma soprattutto una sana concezione del teatro che va con la musica e non contro la musica. Apparente semplicità ma nello stesso tempo buon gusto  adattissimi a uno stile musicale , quello di Gluck volutamente antitetico alle macchine barocche e ai virtuosismi belcantistici. Perfetta era così la consonanza con l’Orchestra della Fenice diretta da Ottavio Dantone notevole esperto settecentista che ha evidenziato nella partitura la giusta drammaticità associata al senso musicale più autentico. Protagonista era Cecilia Molinari che in possesso di un bel timbro forse più mezzosopranile che contraltile delineava comunque un Orfeo sentito ed adeguato. Euridice era una May Bevan credibile scenicamente. Anche Silvia Frigato come Amore ben assolveva al suo compito . Il coro della Fenice si dimostrava discreto .Diverso il discorso per l’allestimento triestino a firma di Igor Pison che,  pur partendo da una buona idea, quella di attualizzare un dramma senza tempo quale quello di Ranieri de Calzabigi, non manteneva le promesse, non sembrando di credere fermamente nel dramma ma ridicolizzando piuttosto l’azione con una specie di parata carnevalesca, che mal si abbinava alla sobrietà della musica. Daniela Barcellona protagonista, non più in possesso di gran proiezione vocale, ma a suo agio prevalentemente nel settore acuto, riusciva a dare comunque di Orfeo una rappresentazione pregevole. La direzione di Enrico Pagano non era priva di slancio ed autentica resa. Ruth Iniesta era una buona Euridice, come pure Amore di Olga Dyadyv. Ottima la prova del coro e dell’orchestra del Verdi. Le prove dei ballerini non deludevano e facevano rimpiangere a Trieste come a Venezia l’assenza delle danze, in un opera dove la musica stessa le ispira. Grande il successo sia a Venezia come pure a Trieste.