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	<title>Opera e balletto</title>
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	<description>di Umberto Fornasier.</description>
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		<title>Settantaquattresimo festival di Lubiana.</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 15:51:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo una sfortunata inaugurazione con una Turandot funestata da ripetuti temporali in cui la produzione del Teatro dell&#8217; Opera di Maribor non ha potuto vedere nemmeno la comparsa della protagonista Rebels Lokar ma solo quella dell&#8217; amato tenore Yusif  Ejvazof , apparso peraltro in gran forma, la Cankarrjev Dom ha ospitato Samson et Dalila. Il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo una sfortunata inaugurazione con una Turandot funestata da ripetuti temporali in cui la produzione del Teatro dell&#8217; Opera di Maribor non ha potuto vedere nemmeno la comparsa della protagonista Rebels Lokar ma solo quella dell&#8217; amato tenore Yusif  Ejvazof , apparso peraltro in gran forma, la Cankarrjev Dom ha ospitato Samson et Dalila. Il capolavoro di Camile Saint Saens diretto dal maestro Charles Dutoit indubbiamente uno dei più prestigiosi in circolazione ha potuto cosi&#8217; godere della splendida esecuzione della Filarmonica Slovena e del coro slovenointegrato dal  Coro NFM apparsi entrambi in gran spolvero. La direzione appariva quasi sempre sfolgorante in tutte le sdue prerogative, solo in qualche momento sembrava coprire le voci solistiche. Marie Nicole Lemieux ci consegnava una Dalila vocalmente corretta ma priva talvolta  della parola e delle nuances che il personaggio richiederebbe. Nikolaj Schukoff da parte sua  ci dava un Samson imperativo ma anche fragile comme il faut in una vocalita&#8217; sempre controllata. Jean Francois Lapointe era un valido Dagon mentre Jean Teitgen un solido Abimelech. Trionfo al termine per tutto il cast. La messinscena di Bepi Morassi del capolavoro rossiniano Barbiere di Siviglia metteva poi in risalto la validità di una regia tradizionale ma di buon gusto. In esso sotto l&#8217;accurata direzione di Renato Palumbo brillava la Rosina di Jose&#8217; Maria Lo Monaco brillante e vivace. Un po&#8217; eccessivo invece il Figaro di Vincenzo Taormina mentre al discreto Dave Monaco come Almaviva imputiamo la mancanza di esecuzione del grande rondo&#8217; finale &#8220;Cessa di più&#8217; resistere&#8221;.Grande successo anche per questa rappresentazione.E&#8217; stata poi la volta del balletto Romeo e Giulietta di Sergei Prokofiev nella produzione dell&#8217; Adda Sinfonica di Alicante e l&#8217;Interpretazione coreografica di Otradanza Dance Companycon  con la coreografia di Asun Noales. In questa produzione si poteva apprezzare la notevole direzione orchestrale di Josep Vicent  che prevaleva sull&#8217;esecuzione coreografica. Pur nella ottima esecuzione dei danzatori della compagnia infatti anche se non numerosi essi si adoperavano con professionalità, anche se il linguaggio scenico di Noales non riusciva a trasmettere quel pathos e quel trasporto emotivo presente nelle diverse vaersioni del celebre balletto . In tutti i casi trionfo alla fine.  Come da molti anni ormai il Festival di Lubiana ci ha abituati anche quest&#8217; anno gli ultimi giorni hanno rivelato due grandi concerti. La London Symphony diretta da Antonio Pappano con la partecipazione del pianista Bruce Liu che si è cimentato nel Terzo concerto di Beethoven. Già la scelta di questo forse il meno popolare dei concerti beethoveniani faceva presagire quella che era poi la scelta interpretativa del giovane pianista che preferiva esprimersi nella meno spettacolare ma piu&#8217;profonde sensibilità Beeethoveniana quella della tonalità in do minore. Particolarmente suggestiva e&#8217; stata infatti la visione del secondo movimento il Largo. Antonio Pappano ha accompagnato il pianista con grande rispetto e proprieta&#8217; stilistica . La Nona Sinfonia di Anton Bruckner veniva poi eseguita nella seconda parte. Un organico di grandi se non grandissime dimensioni, presentato nella seconda parte del concerto dove il direttore inglese ha potuto invece esprimere tutta l&#8217; energia possibile a quella di una grande orchestra con abbondanza non solo di archi ma anche di fiati. Pur conservando l&#8217;impostazione faraonica della partitura Pappano ha saputo conferire quella sensazione di imprevedibilità,di inaspettato vigore che si riscontra quasi sempre in questa sinfonia. Particolarmente convincenti ci sono apparsi lo scherzo  e il celebre adagio. Il concerto si è chiuso senza bis orchestrali nonostante il trionfo finale in una sala gremitissima e plaudente come raramente abbiamo potuto vedere. Ultimo ma non ultimo il concerto della Staatskapelle di Dresda diretta da Daniele Gatti un direttore in piena maturita&#8217; artistica molto apprezzato nel repertorio tedesco sia sinfonico che operistico. Il direttore milanese alla testa di una fra le più antiche e prestigiose orchestre non solo tedesche ma anche in campo internazionale. Con un organico ricchissimo in ogni sua componente l&#8217;orchestra si è presentata in una lettura della Sesta Sinfonia di Gustav Mahler che potremmo definire di impressionante impatto armonico. Ogni sezione si esprimeva con la massima autorità senza temere sonorità strabordanti, condotte dal direttore milanese che a memoria senza spartito si esprimeva con tutta la tragicità insita in questa partitura monumentale. Grande trionfo finale.</p>
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		<title>Romeo et Juliette al Verdi di Trieste</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 08:51:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La versione francese del celebre dramma shakespeariano non gode da sempre di grande popolarità in Italia. Potrebbe essere anche dovuto al fatto che I Capuleti di Montecchi di Bellini, anch&#8217;essi non celebri come si vorrebbe sono un vero capolavoro al quale non si vuole fare ombra . A noi piace invece pensare che sia la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La versione francese del celebre dramma shakespeariano non gode da sempre di grande popolarità in Italia. Potrebbe essere anche dovuto al fatto che I Capuleti di Montecchi di Bellini, anch&#8217;essi non celebri come si vorrebbe sono un vero capolavoro al quale non si vuole fare ombra . A noi piace invece pensare che sia la difficoltà a reperire un direttore specializzato nel repertorio tardo romantico francese che sia in grado di trasmettere non solo la sensualita&#8217; ma anche tutta quella tavolozza di nuances che costituiscono parte integrante dell&#8217;opera di Charles Gounod. Il regista Paolo Valerio ha voluto ambientare la storia amorosa dei due infelici amanti in una Trieste mitteleuropea approfittando indubbiamente dell&#8217;amore sviscerato dei triestini per la bellissima capitale giuliana. Ha poi anche riutilizzato il gioco di specchi adoperato molti anni fa da Josef Svoboda in una celebre Traviata andata in scena a Macerata. Personalmente possiamo aggiungere che da un regista di prosa ci saremmo aspettati anche una maggiore cura nella gestualità dei protagonisti e del coro. Possiamo lodare i movimenti coreografici di Daniela Schiavone che non infastidivano la vista come spesso avviene. Sul piano musicale Leonardo Sini alla testa dell&#8217; orchestra e del coro si e&#8217;orientato verso una lettura piuttosto tendente al verismo senza sfoderare troppo palette chiaroscurali. Vera rivelazione e&#8217; stato  il tenore Gaetano Salas che in possesso di una sicura vocalita&#8217;,ha presentato un Romeo di notevole presa interpretativa. Nina Minasyan e&#8217; stata una Juliette agguerrita tecnicamente  agguerrita  ma interpretativamente poco scavata. Le varie parti non principali erano presentate più o meno discretamente. Fra essi ricordiamo lo Stephano di Nina van Essen.  Notevoli i costumi di Stefano Nicolao. Trionfo finale per tutta la compagnia alla prima.</p>
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		<title>Madama Butterfly al Verdi di Trieste</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2026 07:51:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Atmosfera delle grandi occasioni al Verdi di Trieste per la prima di Madama Butterfly nell&#8217; allestimento di Alberto Triola già presentato negli anni scorsi con notevole successo.  Un allestimento apparentemente semplice, minimalista che riporta a un Giappone che non esiste più da molto tempo , travolto dalla durezza dei tempi moderni sempre più assordanti e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Atmosfera delle grandi occasioni al Verdi di Trieste per la prima di Madama Butterfly nell&#8217; allestimento di Alberto Triola già presentato negli anni scorsi con notevole successo.  Un allestimento apparentemente semplice, minimalista che riporta a un Giappone che non esiste più da molto tempo , travolto dalla durezza dei tempi moderni sempre più assordanti e inesorabile nella schiacciante modernità. Ciò Ciò San su cui e&#8217; completamente basata la tragedia puccinana e&#8217; invece qui una fragilissima creatura vittima della propria ingenuità, dell&#8217; indifferenza di un americano superficiale ma anche delle convenzioni sociali del vecchio Giappone. Triola punta molto sulle luci soffuse sul bianco e nero sui chiaro scuri,  su pochissimi elementi scenici,ma sull&#8217; intensità non solo del canto ma anche delle pause o meglio dei silenzi,che fanno parte integrante del testo pucciniano. Si evidenziano così i costumi di Sara Marcucci curati come pure le luci di Stefano Capra. La direzione di Giulio Prandi  al debutto non solo in questo titolo ma anche specialista piuttosto nel barocco,si è&#8217; dimostrata equilibrata ma spesso un po&#8217;lenta. Olga Maslova protagonista ha presentato una vocalità assai corretta in tutti i registri ma piuttosto anonima, priva di quell&#8217; arte del recitar cantando che in un ruolo come questo appare fondamentale. Antonio Poli e&#8217; un Pinkerton piu&#8217; che pregevole in una parte antipatica ma di assoluto interesse per prestanza vocale. Ambrogio Maestri un rispettabile Sharpless, come pure la Suzuki di Michela Guarnera. Applausi trionfali al termine.</p>
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		<title>Lohengrin alla Fenice</title>
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		<pubDate>Sat, 02 May 2026 15:11:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Opera romantica in tre atti dice la locandina del capolavooro wagneriane andato in scena alla Fenice con grande successo lo scorso aprile nella nuova messinscena firmata da Damiano Michieletto. Già,rappresentata con grande successo al Teatro dell&#8217; Opera di Roma lo scorso novembre in occasione.   dell&#8217; inaugurazione.. In un teatro gremito ( come quasi sempre [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Opera romantica in tre atti dice la locandina del capolavooro wagneriane andato in scena alla Fenice con grande successo lo scorso aprile nella nuova messinscena firmata da Damiano Michieletto. Già,rappresentata con grande successo al Teatro dell&#8217; Opera di Roma lo scorso novembre in occasione.   dell&#8217; inaugurazione.. In un teatro gremito ( come quasi sempre del resto) Michieletto ha potuto sbizzarrirsi in un opera assolutamente moderna dove uscire dall&#8217;ambientazione originale non e&#8217; più una particolarità ma la norma. Dobbiamo dire che la semplicità della trama che vede la lotta del bene contro il male e l,astrazione di un amore puro , quello fra Elsa e Lohengrin e la sostanziale trama fiabesca poco legata ad una ambientazione storica hanno visto nella regia di Michieletto una valida interpretazione. In tutti i casi i pochi elementi scenici presenti vogliono essere fortemente astratti come ormai si usa un po&#8217; dappertutto e non disturbano piu&#8217; di tanto il fluire musicale se non fosse per la scena finale dove delle tende plasticate grigie mosse dal vento dovrebbero significare il giudizio divino. Un po&#8217; un effetto Ikea &#8230;ma capiamo che e&#8217; difficile accomtentare tutti.  Sul piano musicale  Markus Stenz ci presenta un Lohengrin assolutamente contemporaneo con un&#8217; orchestra nutritissima. Il Coro Maschile Ungherese ha dato di se&#8217; un esempio ragguardevole.  Brian Jadge e&#8217; un protagonista stentoreo imponente non sempre a fuoco nell&#8217; intonazione ma ci affida un personaggio comunque interessante. Dorotea Herbert e&#8217; una Elsa fragile ed insieme delicata ottima contrappozione alla Ortrud  di Chiara Mogini vero esempio di cattiveria pura resa con pertinenza. AntonyRobin Schneider un ottimo Heinrich come pure Claudio Otelli un ottimo Tellramund. Trionfo alla prima recita domenicale.</p>
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		<title>Ottone in villa al Malibran a Venezia</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 14:46:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono passati molti anni dalla riscoperta di Antonio Vivaldi e dei suoi capolavori . Non si possono dimenticare infatti Claudio Scimone con i suoi Solisti Veneti ma ancora prima i Virtuosi di Roma autentici scopritori di un genio dimenticato soprattutto perché scomodo a causa della sua condotta di vita  L&#8217; imperante verismo e poi il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati molti anni dalla riscoperta di Antonio Vivaldi e dei suoi capolavori . Non si possono dimenticare infatti Claudio Scimone con i suoi Solisti Veneti ma ancora prima i Virtuosi di Roma autentici scopritori di un genio dimenticato soprattutto perché scomodo a causa della sua condotta di vita  L&#8217; imperante verismo e poi il predominio di autori legati alla politica post bellum fecero poi il resto allontanando il grande veneziano dalle scene liriche  Diego Fasolis che e&#8217; oggi fra i massimi autori della Vivaldi renaissance aveva già presentato Ottone in Villa, prima opera di Vivaldi nell&#8217; ormai lontana stagione 2019 con  questa produzione ma si è&#8217; giustamente ritenuto opportuno ripresentarla in questa stagione con maggior agio. Il regista Giovanni Di Cicco ha affrontato il compito con rispettosa aderenza al libretto di Domenico Lalli, senza voler cogliere gli spunti ose&#8217; che altri registi avrebbero sfruttato a piene mani  con effetti pero rischiosi che avrebbero intaccato il risultato musicale.  Anche se non mancano infatti gli spunti comici trattasi di un&#8217;opera fondamentalmente seria non particolarmente sofisticata . Indubbiamente Diego Fasolis ha lavorato ottimamente con orchestra e cantanti trovando soprattutto da alcuni solisti del Teatro alla Fenice quel mood belcantista che in Vivaldi e&#8217; fondamentale. L&#8217; intesa fra palcoscenico e orchestra era notevole in ogni momento dello spettacolo in particolare con l&#8217;azione scenica dei mimi.  Diverso il discorso per le voci che vedevano nella protagonista Margherita Maria Sala un ottimo mezzosoprano nella parte di Ottone . Carlotta Colombo era una valida Cleonilla come pure Lucia Cirillo nella parte di Caio e Michela Antonacci come Tullia. Il fatto e&#8217; che pur appropriate stilisticamente non possedevano originalità timbrica tale da differenziarle vocalmente. Il tenore Ruairi Bowen era invece un credibile Decio sia scenicamente che vocalmente. Grande successo all&#8217; ultima replica alla quale abbiamo assistito.</p>
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		<title>Il Trovatore al Verdi di Trieste</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 14:21:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si racconta che Verdi era particolarmente attaccato a due suoi capolavori : Rigoletto ma ancora di più&#8217; Trovatore. Entrambi gli spartiti dovevano sempre essere sul suo pianoforte. Di fatto il Trovatore richiede la presenza di quattro grandi cantanti dalle qualità verdiane ineccepibili. In primis il libretto piuttosto improbabile e le tessiture estesissime fanno si&#8217;che i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si racconta che Verdi era particolarmente attaccato a due suoi capolavori : Rigoletto ma ancora di più&#8217; Trovatore. Entrambi gli spartiti dovevano sempre essere sul suo pianoforte. Di fatto il Trovatore richiede la presenza di quattro grandi cantanti dalle qualità verdiane ineccepibili. In primis il libretto piuttosto improbabile e le tessiture estesissime fanno si&#8217;che i ruoli di Manrico, Leonora, Conte di Luna e Azucena siano riservate a pochi. L&#8217;allestimento a firma di Louis Desire&#8217; non disturba l&#8217;occhio e coglie quelle tinte scure che scorrono durante tutto il corso dell&#8217; opera. L&#8217; ambientazione non e&#8217;molto chiara se non fosse per il mantello di Azucena e per certi copricapo tipo fez di alcuni coristi. In tutti i casi la presenza di un piccolo manipolo di mimi durante il racconto di Ferrando sembra abbastanza azzeccata. Sarebbe stato il caso di non tagliare le splendide danze come purtroppo avviene troppo spesso in quanto di notevole  valore musicale e parte integrante di un vero grand&#8217; opera. Jordi Bernacer conduce con ottimo senso verdiano la partitura se non fosse per qualche sonorita&#8217; esagerata e per una scelta dei tempi spesso allentati. Il protagonista Yusif Eyvazov e&#8217; perfettamente a suo agio nel ruolo che segue con padronanza e ottiene la giusta ovazione.  Anna Pirozzi affronta Leonora con sicurezza e spessore autenticamente verdiano ma deve regolare l&#8217; emissione degli estremi acuti che risultano sforzati e sfocati. Daniela Barcellona debuttante nel ruolo di Azucena risulta assolutamente all&#8217;altezza del ruolo scrostandolo dai malvezzi della tradizione verista e riportandolo all&#8217; originale bel canto. Youngyoun Park e&#8217; un Conte di Luna vocalmente notevole in ogni registro lussuosamente dotato come raramente abbiamo ascoltato. Dovrebbe plasmare un fraseggio più accurato ma lo farà sicuramente in futuro. Anche  il Ferrando di Carlo Lepore era all&#8217;altezza della situazione. Ottima prova dell&#8217; orchestra e del coro del Verdi con trionfo e ovazioni finali.</p>
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		<title>Simone Boccanegra alla Fenice</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 14:33:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Che il Teatro alla Fenice sia un teatro dalla programmazione raffinata non è una novità, ma che abbia la forza e il xcoraggio di presentare dopo un titolo non popolare come La clemenza di Tito, uno ancora poco popolare come Simone Boccanegra e&#8217; un merito che va riconosciuto al sovrintendente e direttore artistico uscente Fortunato [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Che il Teatro alla Fenice sia un teatro dalla programmazione raffinata non è una novità, ma che abbia la forza e il xcoraggio di presentare dopo un titolo non popolare come La clemenza di Tito, uno ancora poco popolare come Simone Boccanegra e&#8217; un merito che va riconosciuto al sovrintendente e direttore artistico uscente Fortunato Ortombina. Simone e&#8217;opera della maturita&#8217; di Verdi, caratterizzata da tinte fosche e scure,dalla drammaturgia profonda e interiorizzata che puo&#8217; essere letta sia nella sua dimensione intimistica come pure in quella sociale. Opera particolarmente amata dai registi e dai direttori d&#8217;orchestra, vede quindi negli ultimi decenni innumerevoli allestimenti interessanti e di buon livello. Quello di Luca Micheletti non e&#8217;da meno. Imponente scuro a tratti atemporale, ma sempre in tono con la presenza di un mare tetro e onnipresente, si basa su scene di Leila Fteita e ricchi costumi di Anna Biagiotti. Le luci sofisticate di Giuseppe Di Iorio restituiscono una Genova densa comme il faut. Ma e&#8217;nella autorevole direzione di Renato Palumbo che si regge il fascino di questo allestimento attento sia alle esigenze del canto come a quelle di una drammaturgia complessa e profonda. Ma si sa che per Verdi le voci sono fondamentali : Luca Salsi protagonista vive Simone con immedesimazione, mentre gli altri due bassi Alex Esposito come Fiesco e Simone Alberghini come Paolo Albiani non gli sono certo da meno. Francesco Meli tende a cantare sempre un po&#8217; forte ma si impegna in un ruolo adatto a lui in quanto piuttosto centrale e non troppo acuto. Francesca Dotto e&#8217; il vero punto debole della produzione manca di morbidezze e spara acuti assai sgradevoli, perle nere a profusione. Ottima prova del coro diretto da Alfonso  Caiani e dell&#8217;orchestra della Fenice che ricordiamo ha seguito la versione del 1881. Trionfo alla seconda recita da noi presenziata.</p>
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		<title>Aufstieg und fall der stadt Mahagonny</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 15:52:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il solo titolo di quest&#8217;opera di Kurt Weill su testo di Bertold Brecht appare come quanto di più&#8217; ostico ci possa essere per lo spettatore comune. In realtà, Trieste fra le più sofisticate le citta&#8217; italiane in quanto a gusti teatrali, un tempo culla del più famoso festival d&#8217;operetta,non ha mai avuto paura di affrontare [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il solo titolo di quest&#8217;opera di Kurt Weill su testo di Bertold Brecht appare come quanto di più&#8217; ostico ci possa essere per lo spettatore comune. In realtà, Trieste fra le più sofisticate le citta&#8217; italiane in quanto a gusti teatrali, un tempo culla del più famoso festival d&#8217;operetta,non ha mai avuto paura di affrontare le sfide. Se infatti a prima vista questo titolo potrebbe sembrare più adatto a un teatro come il Rossetti, il successo alla prima del 30 gennaio e&#8217;stato decisamente notevole. Sarà stato dovuto anche alla brillante regia di Henning Brockhaus che in coproduzione con i teatri di Parma e Reggio Emilia ha voluto attenersi a un certo gusto tradizionale senza voler troppo trasgredire o uscire dagli schemi restando nell&#8217;<br />
ambito di un certo buon gusto. Anche se qualcuno si scandalizzerà, vorremmo far rientrare quest&#8217; opera nel novero dei moderni musical in quanto cantata e danzata. Il genere tragicomico e la mancanza di leit motiv conduttori fa si&#8217;che non sia diventata popolare come ad esempio la più celebre Opera da tre soldi. Non per questo che non risulti oggi meno contemporanea. Portata in scena a Lipsia nel marzo del 1930 e&#8217; un vero atto d&#8217;accusa della società moderna e in particolare del capitalismo e della funzione basica del denaro visto come origine di ogni male. La musica di Kurt Weill e&#8217;impegnativa,non accondiscendente non melodica, ma respingente quasi sempre ma anche molto teatrale. La direzione orchestrale di Beatrice Venezi e&#8217;risultata sempre appropriata e calzante nel difficile compito di mettere insieme cantanti ballerini e attori dispiegati non solo sul palcoscenico ma sparsi un po&#8217;in tutto il teatro . L&#8217;efficace regia di Brockhaus era ben corroborata dalle scene di Margherita Palli e dai costumi di Giancarlo Colosi. Esemplare Cristiano Olivieri nella parte protagonistica di Jim , mentre Alisa Kolosova e Maria Belen Rivarola ben si dividevano le due parti femminili. Le coreografie di Valentina Escobar coronavano uno spettacolo curato in ogni particolare,realizzato in lingua originale con sopratitoli in inglese e in italiano con trionfo di pubblico alla prima e in scena fino all&#8217;8 febbraio.</p>
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		<title>La clemenza di Tito inaugura La Fenice.</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 15:15:26 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Chissa&#8217; mai perché molti pensano che un teatro si debba inaugurare con un&#8217;opera popolare. Mozart pur essendo fra i più&#8217; grandi geni non solo della musica ma in assoluto,fino a qualche decennio fa non era affatto popolare nel nostro paese, se si escludono pochissimi titoli. Fra questi non vi è di certo La clemenza di Tito che per quanto riguarda sia il testo che la musica, e&#8217;opera che guarda un po&#8217;indietro rispetto ad esempio al Don Giovanni. Il regista Paul Curran non ha voluto stravolgere l&#8217;ambientazione originale più di tanto, anche se ha collocato l&#8217;azione all&#8217;interno di un moderno museo dove alla fine del primo atto avviene un attentato. Pur non togliendo una certa staticita&#8217;all&#8217;insieme, Curran ha curato comunque nei dettagli la recitazione dei singoli protagonisti. La direzione di Ivor Bolton specialista di questo genere di repertorio, pur nella serietà dell&#8217;impostazione ha voluto modernizzare certe tradizionali letture , probabilmente per aderire alla visione registica. Cecilia Molinari ha presentato un Sesto che non esitiamo a definire esemplare sia nel fraseggio come pur nello stile belcantistico più&#8217;puro. Non lo stesso merito interpretativo dobbiamo attribuire al tenore Daniel Behle che pur in possesso di tecnica e voce all&#8217; altezza del difficile ruolo di Tito, rimane estraneo a uno scavo psicologico del personaggio forse anche a causa di un&#8217;emissione &#8220;alla tedesca&#8221;, piuttosto che belcantistica. Anastasia Bartoli ripetutamente ammirata in Rossini,pur affrontando con sicurezza la temibile parte di Vitellia,manca talvolta di morbidezze e smorzati che in Mozart sono assai graditi. Il controtenore Nicolò Balducci ha offerto una prova un po&#8217;discontinua con intonazione non sempre precisa ma interpretazione belcantistica. 0ttima prova del coro e dell&#8217;orchestra della Fenice. Gran successo alla prima pomeridiana. Stendiamo un pietoso velo sul lancio dei volantini contestanti Beatrice Venezi: e&#8217;ora che le posizioni politiche escano una volta per tutte dai templi della lirica. Restituiamo alla musica e al teatro l&#8217;imparzialità alla quale hanno diritto.</p>
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		<title>Il Verdi di Trieste chiude la stagione 2025 con il belcanto.</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 07:19:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Umberto]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una menzione particolare va fatta al Verdi di Trieste che ha chiuso il 2025 con due concerti dedicati al belcanto. Noncurante della imperante moda nazionale che mette in secondo piano L&#8217; esecuzione di concerti lirici sinfonici sostenendo che le arie liriche vanno eseguitesolo all&#8217;interno delle opere stesse,l&#8217;applauditissimo concerto di fine anno ha visto un generosissimo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una menzione particolare va fatta al Verdi di Trieste che ha chiuso il 2025 con due concerti dedicati al belcanto. Noncurante della imperante moda nazionale che mette in secondo piano L&#8217; esecuzione di concerti lirici sinfonici sostenendo che le arie liriche vanno eseguitesolo all&#8217;interno delle opere stesse,l&#8217;applauditissimo concerto di fine anno ha visto un generosissimo programma in cui tre solisti di prima grandezza affrontavano un nutritissimo programma lirico con arie famose per lo più belcantistiche tratte dal repertorio italiano.  Altra vera chicca e&#8217;stato l&#8217;antivigilia di Natale con l&#8217;esecuzione della Petite Messe Solennelle vero capolavoro della maturità rossiniana, eseguito nella sua versione orchestrale in cui il direttore Giulio Prandi ha dimostrato appropriatezza stilistica ed attenzione alle esigenze dei 4 solisti. In primis il basso Davide Giangregorio che in sostituzione del previsto Alessandro Ravasio ha dimostrato eleganza difraseggio e pertinenza interpretativa.il tenore Chuan Wang a dispetto di un timbro non gradevolissimo ha affrontato l,i,pegnativa tessitura con facilità, mentre il bel timbro e l&#8217;accurata emissione di Alina Tkachuk hanno consentito l&#8217;ascolto delle splendide pagine dedicate al soprano. Il caldo timbro di Michela Guarrera ha fatto si, che il pezzo finale lasciasse nelle orecchie dell&#8217; ascoltatore un&#8217;aura magica.Notevole anche L, esecuzione del coro affidato alle cure di Paolo Longo. Atmosfera completamente diversa per il concerto di fine anno che ha visto un generale trionfo di pubblico in un programma assai popolare ma improntato al belcanto. In esso il direttore trevigiano si è&#8217; impegnato con vigore e slancio mantenendo sempre grande professionalità, ed attenzione alle partiture. presentandoisingoli pezzi con qualche parola di introduzione ha permesso cosi&#8217; anche agli spettatori meno preparati di approfondire le proprie conoscenze. Il cast vedeva nella presenza di Jessica Prato la vera punta di diamante.il soprano australiano sie&#8217; dimostrata assai generosa eseguendo Linda di Chamounix Sonnambula il duetto del Rigoletto e  l&#8217;aria della bambola dai Cntes d&#8217; Hoffmann di Offenbach senza mai risparmiarsi nell, esecuzione di ogni possibile virtuosismo con magistrale sicurezza. Anche il giovane tenore Marco Ciaponi ha dato il massimo di se&#8217; nella celebre aria dei nove do dalla Fille di Regiment eseguendo abbellimenti ed acciaccature a volontà,gran sicurezza poi nel duetto del Rigoletto.Ottima anche la tenuta vocale nella celebre aria di Lehar Tu che m, hai preso il cuor dal Paese del Sorriso. Giorgio Caoduro ha dato il massimo di se&#8217; nell &#8221; Udite udite o rustici&#8221; dove ha esibito uno splendido sillabato. L, impegnativa pazzia di Assur dalla Semiramide Rossiniana hanno ben aperto il concerto. parte sostanziale del trionfo e&#8217; stata conferita dal coro del Verdi che ha ben equilibrato L&#8217; insieme sinfonico lirico di un concerto che darebbe piacere fosse riproposto piu&#8217; spesso.</p>
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