Simone Boccanegra alla Fenice

Che il Teatro alla Fenice sia un teatro dalla programmazione raffinata non è una novità, ma che abbia la forza e il xcoraggio di presentare dopo un titolo non popolare come La clemenza di Tito, uno ancora poco popolare come Simone Boccanegra e’ un merito che va riconosciuto al sovrintendente e direttore artistico uscente Fortunato Ortombina. Simone e’opera della maturita’ di Verdi, caratterizzata da tinte fosche e scure,dalla drammaturgia profonda e interiorizzata che puo’ essere letta sia nella sua dimensione intimistica come pure in quella sociale. Opera particolarmente amata dai registi e dai direttori d’orchestra, vede quindi negli ultimi decenni innumerevoli allestimenti interessanti e di buon livello. Quello di Luca Micheletti non e’da meno. Imponente scuro a tratti atemporale, ma sempre in tono con la presenza di un mare tetro e onnipresente, si basa su scene di Leila Fteita e ricchi costumi di Anna Biagiotti. Le luci sofisticate di Giuseppe Di Iorio restituiscono una Genova densa comme il faut. Ma e’nella autorevole direzione di Renato Palumbo che si regge il fascino di questo allestimento attento sia alle esigenze del canto come a quelle di una drammaturgia complessa e profonda. Ma si sa che per Verdi le voci sono fondamentali : Luca Salsi protagonista vive Simone con immedesimazione, mentre gli altri due bassi Alex Esposito come Fiesco e Simone Alberghini come Paolo Albiani non gli sono certo da meno. Francesco Meli tende a cantare sempre un po’ forte ma si impegna in un ruolo adatto a lui in quanto piuttosto centrale e non troppo acuto. Francesca Dotto e’ il vero punto debole della produzione manca di morbidezze e spara acuti assai sgradevoli, perle nere a profusione. Ottima prova del coro diretto da Alfonso Caiani e dell’orchestra della Fenice che ricordiamo ha seguito la versione del 1881. Trionfo alla seconda recita da noi presenziata.