Archivio della Categoria 'Opera'

L’Africaine alla Fenice

martedì 10 dicembre 2013

Come alle donne troppo belle o agli uomini troppo ricchi così al Gran Teatro alla Fenice non si perdona niente. Sarà per questo che anche in tempi di crisi non solo economica ma anche culturale in quello che è forse il più bel teatro del mondo, si propone uno fra i titoli più complessi dell’inesplorato grand ‘opéra francese quello che oggi non si fa neppure oltr’alpe. L’Africaine è capolavoro incompiuto di Giacomo Meyerbeer operista francese, celeberrimo in vita ma presto caduto nell’oblio. Grande ammiratore di Rossini al punto di italianizzarsi il nome, Meyerbeer cominciò a dedicarsi a questo complicato intreccio su libretto di Eugène Scribe già nel 1837 e ci lavorò fino all’anno della morte nel 1864. L’opera fu così rappresentata solo postuma nel 1865 al Palais Garnier. Protagonista è però in realtà Vasco de Gama, amato dalla schiava-regina Selika amata a sua volta dalla schiavo-guerriero Nélusko: anche Inès ama Vasco pur essendo promessa sposa a Don Pedro vicino al re del Portogallo. L’ambientazione perfettamente esotica oscilla fra le Americhe e le Indie. Opere più rappresentate come Les Pecheurs de perles di Bizet o Lakmé di Delibes godono non solo della stessa atmosfera ma hanno anche nella trama punti in comune. La Fenice decide giustamente di puntare più su un cast all’altezza della situazione che sul grande nome di un regista internazionale secondo l’imperante moda di certa intellighenzia che vorrebbe dettare legge proponendo ad ogni costo un cosiddetto teatro di regia alla tedesca. Leo Muscato in effetti in parte cade nella lusinga dell’impegnato ad ogni costo con alcune gratuite proiezioni atte a denunciare gli effetti del colonialismo, ma senza disturbare troppo il tutto . Lo spettacolo appare comunque diviso in due parti . Dal primo al terzo atto con un piano inclinato che diventa ora prigione ora spiaggia ora ponte di nave assalito dai selvaggi. Nel quarto e quinto atto la scena è invece completamente sgombra se non fosse per una grande passerella sospesa e la pianta di manzaniglio con la quale Selika decide di porre fine ai suo giorni. Una produzione dunque dalla poca unità concettuale se considerata come scenografica. Sul piano musicale la direzione di Emmanuel Villaume, direttore di Lubiana, si orienta molto più su una generale tenuta d’insieme ed eccede talvolta nelle sonorità a discapito del palcoscenico. Avremmo voluto sentire più colori e più abbandoni estatici oltre che coloristici in una partitura che in un mondo esotico trova nel cromatismo una delle sue più vitali funzioni. In particolare da molti sono stati lamentati i numerosi tagli che però avrebbero reso la durata complessiva vicina alle sei ore al posto delle oltre quattro. Se grand’opéra si vuol fare non si può comprendere la totale assenza delle danze che al pubblico parigino dell’epoca sarebbe apparsa inconcepibile. Star assoluta di questa Africaine è Gregory Kunde che a dispetto degli anni e di una lunga onorata carriera rossiniana si sta rivelando il più spettacolare tenore “drammatico di agilità” dei nostri giorni. Presenza da vero prim’attore, accenti imperiosi e abbandono estatico nella famosa aria “Beau paradis” gli sono valsi ovazioni meritatissime. Non sappiamo chi potrebbe oggi rivaleggiare con un simile raro esempio di arte tenorile. Veronica Simeoni nell’impegnativa parte del titolo si è ben disimpegnata proponendo una vocalità sicura e omogenea in ogni registro. La fascinosa parte di Nélusko è stata spadroneggiata con grande attinenza da Angelo Veccia. Jessica Pratt è stata poi una sicura e spavalda Inès nell’aria di sortita. Avremmo voluto ascoltarla ulteriormente nelle parti tagliate. Grande successo di pubblico per un’iniziativa che speriamo abbia un seguito nella riscoperta del grand’opéra francese.

Masnadieri al Festival Verdi

mercoledì 6 novembre 2013

I Masnadieri su testo di Andrea Maffei è stato indubbiamente il titolo più gustoso del festival Verdi del Regio di Parma. Anno di celebrazioni verdiane in cui tutto è diventato un po’verdiano o all’opposto wagneriano. Il melodramma tragico tratto dal fosco dramma di Schiller non è certo fra i titoli più popolari del cigno di Busseto, considerate in effetti una fra le più basse percentuali di rappresentazioni del titolo nel bel paese. Se la trama corrusca non invoglia certo a comprendere l’intricato intreccio pensiamo che la ragione vera sia da ricondursi alla difficile ricerca dei due ruoli principali, quelli del soprano e del tenore, chiamati ad un impegno vocale assai oneroso per le proprie ugole. La giovane bacchetta di Francesco Ivan Ciampa si distingueva nella difficile arte dell’accompagnamento vocale dei cantanti, porgendo sempre il fraseggio ed evidenziando le virtù di essi. Senza mai affaticarli li sosteneva allo stesso tempo senza far sentire minimamente questo continuo assecondare. In pratica si riscontrava quella rara o rarissima dote dell’equilibrio fossa orchestra quasi completamente dimenticata in particolare dai divi della bacchetta tanto osannati da certa critica e pubblico. La regia del giovane Leo Muscato ( a quanto pare astro nascente di cui si attende un’inedita Africaine di Meyerbeer alla Fenice proprio in questo mese di novembre) pur essendo sulla linea di quell’imperante minimalismo ispirato dalla spending review,si basava su un ‘unica piattaforma ascendente di tono decisamente boschivo, che ben fungeva all’ambientazione originale dell’epoca. La presenza della star Roberto Aronica anche all’ultima replica, quella cui abbiamo assistito, sembrava un vero regalo. La protervia, la facilità nello slancio verdiano conferita dal tenore al ruolo di Carlo ci facevano ricordare tempi in cui ritrovare tenori verdiani non era impresa ardua. Aurelia Florian nell’impervia parte di Amalia dava una prestazione in crescendo, pur non dimostrandosi ancora così disinvolta nel drammatico di agilità che il ruolo richiederebbe. Ottima la presa di ruolo di Artur Rucinski giovane baritono dal bel timbro scuro. Grande successo finale per tutti.

Bieito’s Carmen alla Fenice

venerdì 11 ottobre 2013

 A Calixto Bieito , enfant terrible della regia internazionale, vanno attribuiti diversi meriti. In primis quello di non avere timore nell’esagerare negli eccessi e nel lanciarsi in provocazioni di ogni tipo . Il fatto è che oggi a teatro se ne sono viste un pò di tutti i colori, per cui ciò che qualche anno fa sconvolgeva i bepensanti e non, finisce per non turbare quasi più nessuno. In questa Carmen veneziana frutto della coproduzione di diversi teatri fra cui il Liceu di Barcellona, Bieito non vuole solo attualizzare appieno l’azione, ma trasferirla in un vero e proprio accampamento di moderni zingari con tanto di Mercedes e cabina telefonica. Nella musica di Bizet vi è una sorta di Spagna vissuta con occhio e gusto talmente francese che è assai difficile se non impossibile dimenticarsene. Il fascino di questa musica si impadronisce di noi come la stessa Carmen prende possesso dei suoi amanti per non lasciarli più liberi. Eleganza dell’orchestrazione, ricchezza di colori oltre che resa drammatica e genuinità dell’ispirazione, la fanno risultare in diversi sondaggi, l’opera più popolare in assoluto anche nel belpaese culla del bel canto. Nella versione veneziana era presente un’accurata recitazione priva di quella gestualità banale vecchio stile, ma assai ben realizzata nei movimenti non solo dei solisti ma anche del coro stesso. Avremmo voluto trovare nell’interpretazione di Diego Matheuz una maggior resa di quella tavolozza coloristica e drammatica che la partitura richiede. Caterina Giotas è stata una Carmen più convincente sul piano attoriale che su quello vocale, in possesso di un timbro affatto seducente ma anche di un carisma scenico per niente trascurabile. Al contrario Stefano Secco Don Josè è apparso scenicamente poco fascinoso e vocalmente piuttosto debole. Note più favorevoli per Escamillo di Alex Vinogradov corretto vocalmente. Micaela era una discreta Ekaterina Bakanova.Teatro esaurito e gran successo per la replica del 29 settembre.

Borgia stilizzata al Verdi di Padova

martedì 24 settembre 2013

Fra i titoli più affascinanti non solo del repertorio donizettiano ma belcantistico in genere vi è indubbiamente Lucrezia Borgia che è fra i maggiori tesori ritrovati nel corso della Donizetti renaissance avviata da Maria Callas nei lontani anni Cinquanta e protratta fino ai giorni nostri nella riscoperta dei 70 titoli del massimo compositore bergamasco. In particolare la fosca trama della storica duchessa, morta in realtà di parto ma artefice in vita di efferati delitti, ben viene musicata dal grande Donizetti in un periodo di tempo assai ristretto vista la rinuncia di Saverio Mercadante e soprattutto della grande Henriette Méric- Lalande, attesa nel ruolo principale alla Scala. Lo spettacolo messo in scena al Verdi di Padova per l’inaugurazione della stagione autunnale risente indubbiamente della stagione di spending review imposta dai tempi. La regia di Giulio Ciabatti prevedeva non solo qualche colonna in scena ma nel suo insieme ben pochi elementi significativi. La vecchia regola della sottrazione registica e scenica mal riusciva a rendere l’intensità drammatica del libretto mancando inoltre resa gestuale appropriata e senso dell’azione oltre che scavo psicologico ai personaggi. Tiziano Severini alla testa dell’Orchestra di Padova e del Veneto, da parte sua, solo a tratti evidenziava le tante pregevolezze della partitura dilatando o stringendo troppo spesso i tempi o non adattando le sonorità orchestrali alle voci dei cantanti. La giovane Francesca Dotto protagonista dai mezzi ben leggeri per sostenere l’ardua parte di Lucrezia, si è disimpegnata con gusto e stile ma inevitabilmente senza la giusta drammaticità. Il giovane Paolo Fanale alias Gennaro pur senza presentare la grande scena tenorile ormai irrinunciabile “T’amo qual s’ama un angelo”, è riuscito a presentare un personaggio abbastanza credibile sia scenicamente che vocalmente pur nell’esiguità di mezzi vocali. Rispettabile l’Alfonso di Mirco Palazzi anche se non sempre così autorevole come vorrebbe la perfidia del Duca. Teresa Iervolino è stata un Maffio ben plasmato e convincente. Grande successo finale per tutti.

Giovanna d’Arco

lunedì 19 agosto 2013

Giovanna d’Arco è spettacolo ideato in sostituzione di una produzione annullata per motivi finanziari e allestito con materiale scenico già preesistente e riciclato per l’occasione con la regia di Fabio Ceresa e la direzione di Riccardo Frizza. Il giovane non è più solo una promessa nell’attuale panorama direttoriale. La sua direzione è stata rivelatrice di una partitura da noi già ascoltata ma che appariva qui ricca di colori e sfumature inedite. Una lettura leggera e precisa d’impronta piuttosto belcantistica che si allontanava da impeti naif per presentare piuttosto nuances notturne e soffuse, lontane dalla classica estetica degli “anni di galera” verdiani. Jean François Borras era un Carlo VII dalla dizione chiara e precisa e dalla bella cavata. Il baritono Julian Kim nella impegnativa parte di Giacomo, soddisfaceva pienamente chi ricercava un bel timbro verdiano anche se il giovane interprete ha ancora un po’ di strada da percorrere. Jessica Pratt che è pure una serie professionista, mancava ancora una volta l’obiettivo di dimostrarsi un’interprete significativa. Nel difficile ruolo di Giovanna cercava di dare il meglio di sé ma la tessitura la vedeva spesso in difficoltà e priva di quella sicurezza e disinvoltura non solo verdiane ma anche autenticamente belcantistiche. Grande successo per entrambe le repliche cui abbiamo assistito nell’atrio del palazzo Ducale di Martina Franca. Ancora una volta l’assioma secondo il quale con pochi soldi spesi si ottiene uno spettacolo scadente è stato smentito.

Crispino e la comare inaugura Martina Franca

venerdì 16 agosto 2013

Crispino e la comare dei fratelli Ricci su libretto del celebre Francesco Maria Piave che ha inaugurato il trentanovesimo Festival della Valle d’Itria si presenta una fra le proposte più interessanti . Per alcuni aspetti antesignano della moderna operetta il melodramma fantastico-giocoso  di Luigi e Federico ha in sé anche non pochi motivi drammatici, situandosi così a mezza strada fra il comico e il tragico.  Il dialetto napoletano avrebbe però avuto bisogno di sopratitoli in italiano ormai irrinunciabili per la comprensione ai più di un testo pressoché sconosciuto. Il lavoro incentrato sulle traversie del povero Crispino, nonostante la professionale conduzione musicale del giovane Jader Bignamini. Non sono risultati evidenti grandi spunti musicali che possano allontanarsi da Donizetti o da certo Rossini minore. La moderna e movimentata regia di Alessandro Talevi non solo coglieva i numerosi risvolti tragicomici trasferendo l’azione in un contemporaneo mondo radiotelevisivo ma faceva ravvisare anche numerosi riferimenti al mondo del cinema. Ammiccamenti e gags sempre presentate con gusto e simpatia in particolare nella figura del baritono protagonista Domenico Colaianni dalla vocalità brunita e precisa del ruolo di Crispino. Stefania Bonfadelli era Annetta graziosa e charmante anche se non sempre a suo agio nelle ardite agilità di una parte fortemente esposta in una scrittura di grande virtuosismo . Bel successo di pubblico alla nostra recita che era l’ultima del Festival.  

L’ambizione delusa a Martina Franca

martedì 6 agosto 2013

Il successo pieno del Festival della Valle d’Itria di quest’anno, trentanovesimo per la precisione, conferma non solo la validità della gestione del giovane direttore artistico Alberto Triola ma anche la quasi totale infondatezza del solito assioma : tanto denaro uguale grande festival e poco denaro misero festival. Non si capisce affatto il motivo per cui la prestigiosa manifestazione di Martina Franca non venga ancora equiparato ai maggiori festival come Pesaro, Ravenna, Spoleto o Torre del Lago. Martina Franca che frequentiamo dal lontano 1988, contrassegnato dagli anni d’oro del Maestro Rodolfo Celletti non ha nulla d a invidiare a Festival ben più famosi come quelli sopraccitati. Pur all’insegna della tradizione il festival martinese sta dando infatti prova di sapersi rinnovare e anche migliorare. Esemplare è stata infatti anche quest’anno la capacità organizzativa nel saper allestire e rappresentare, anche se in spazi diversi tre opere diverse in tre giorni in due spazi separati. Dobbiamo mettere l’accento anche sui concerti della mezzanotte, che pur sfidando la stanchezza di alcuni, hanno premiato la costanza di altri ascoltatori regalando chicche inaspettate come il concerto dei quattro controtenori o il Salve Regina scarlattiano nella preziosa chiesetta di San Francesco da Paola. Entrando nel merito L’ambizione delusa di Leonardo Leo è apparso in tutta la sua pienezza e compiutezza artistica. Capolavoro del 1742 dimenticato alla Biblioteca Nazionale di Parigi non era mai stato eseguito prima d’ora. L’esecuzione che abbiamo potuto assaporare nel chiostro di San Domenico si può infatti inscrivere negli eventi musicali di questi ultimi anni. Non ci stancheremo mai di ripetere che la riscoperta di partiture dimenticate come questa vale da sola tante esecuzioni mediocri di opere di repertorio straeseguite un po’dovunque e fatte solo per riempire il botteghino. La commedia pastorale in tre atti su libretto di Domenico Canicà era rappresentata nella pregnante regia di Caterina Panti Liberovici. Trasformava così il chiostro di San Domenico in uno spazio teatrale vissuto dal suo interno come vero e proprio luogo dell’azione non teatrale ma come una sorta di vero moderno reality ante literam. I giovani cantanti attori si sentivano perfettamente calati nelle rispettive parti. La direzione di Antonio Greco leggera precisa elegante avrebbe potuto privilegiare maggiori variazioni nelle esecuzioni dei da capo secondo la prassi dell’epoca. Una varietà agogica toglie spesso quella certa monotonia che a volte può sorgere in più di tre ore di musica seppur elevata. Ma ciò è anche questione di gusto e ognuno ha il suo. Federica Carnevale e Candida Guida, rispettivamente soprano e contralto sono due voci che meritano di essere tenute d’occhio per preparazione e qualità artistiche. Si sono distinte poi anche nella mirabile esecuzione del Salve Regina di Scarlatti. Giampiero Cicino e Riccardo Gagliardi erano rispettivamente Ciaccone e Lupino. L’Orchestra ICO della Magna Grecia di Taranto si presentava con grande eleganza e risposta alle richieste del direttore Antonio Greco. Ricordiamo che tale rappresentazione si è tenuta anche nel magico spazio dei sassi di Matera con grande successo.        

Persuasivo Macbeth al Verdi di Trieste.

venerdì 12 aprile 2013

Troppo spesso viene citata una famosa lettera in cui Verdi richiedeva per Lady Macbeth una voce “brutta”assegnando al ruolo centralissimo e praticamente protagonistico del soprano drammatico d’agilità la massima importanza realistica. Quasi in ogni opera Verdi anteponeva infatti gli ideali belcantistici quelli del romanticismo . Di fatto la vocalità della Lady costituisce un unicum in quanto ad essa è richiesta effettivamente un’ aderenza drammatica assolutamente primaria  rispetto al testo teatrale e alla parola . Nell’edizione triestina andata in scena a partire dall’8 marzo Lady Macbeth era Dimitra Theodossiou. Sotto molti aspetti il soprano greco di cui in passato non abbiamo tralasciato di evidenziare alcune carenze vocali. Ha impersonato il difficile ruolo dando questa volta una vera lezione di canto e di interpretazione. Facendo di necessità virtù Theodossiou è riuscita a trasformare alcuni limiti di un mezzo vocale ormai usurato, in pregi interpretativi . Ciò le va dato atto, è dote assai rara per non dire rarissima. Pregiato è apparso poi il materiale vocale di Fabian Veloz, giovane baritono protagonista anche se non in possesso della sapienza necessaria a rendere incisiva la sua profondità interpretativa. Assai bella anche la linea del tenore Armaldo Kllojeri. Dal Banco di Paolo Battaglia ci saremmo aspettati qualcosa di più. La direzione di Giampaolo Maria Bisanti è apparsa ben adeguata alle esigenze dei cantanti non mancando di compattezza e giusto controllo del coro e delle scene d’insieme.  Unica nota dolente il taglio quasi integrale degli splendidi balletti. Ultima ma non ultima la regia di Henning Brockhaus che ha saputo ritagliarsi un suo proprio motivo d’essere. Pur in un collage di estrapolazioni  da altre regie vi è un certo equilibrio. Belle le scene di Svoboda. Buon gusto nell’abbondanza di scene mimate,oggi assai difficile da riscontrare. 

Carmen al Verdi di Trieste

martedì 12 febbraio 2013

Carmen di Bizet con la regia di Carlos Saura al Verdi di Trieste con Luciana D’Intino protagonista. Sulla carta una grande festa per il mezzosoprano friulano giunta ai trent’anni di carriera e per il ritorno del popolare titolo sulle scene del massimo teatro lirico della regione dal 1997 anno della riapertura del teatro dopo i restauri. In realtà una serata piuttosto triste e incolore se non fosse stato per la presenza del giovane tenore Andrea Caré, una vera sorpresa e una promessa viste le interessantissime possibilità vocali e la più che rispettabile preparazione tecnica. Note  più dolenti per la parte scenica affidata alla stilizzazione assai stanca di una regia già vista, quella di Carlos Saura ripresa da Elisabetta Brusa. A parte qualche gesto della logora tradizione vi era poco del sanguigno e seducente carattere di Carmen, se non fosse stato per la dimensione piuttosto intimista che era senza dubbio originariamente nelle intenzioni del regista. Luciana D’intino, lontana dalle seducenti Carmen cinematografiche, affidava alle note drammatiche della scena delle carte e del finale tragico la chiave di lettura del suo personaggio. Assai musicale garbata e stilisticamente appropriata la Micaela di Serena Gamberoni che il pubblico ha ben premiato. Sarebbe meglio poi stendere un pietoso velo sulla performance di Lucio Gallo come Escamillo per carenze musicali, tecniche e conseguentemente interpretative. La direzione di Donato Renzetti  pur non trascurabile, mancava della tavolozza di colori o di nuances che sarebbe stato bello ascoltare in mancanza di un cast vocale di grande impatto. Una maggiore cura nella pronuncia della lingua francese sarebbe stata apprezzabile nella prestazione del coro come in quella dei solisti. Qualche piccolo dissenso  non ha guastato il garbato successo tributato dall’affettuoso pubblico triestino accorso per l’occasione alla prima del 5 febbraio.

Nabucco al Verdi di Padova

mercoledì 16 gennaio 2013

Sembrerà banale a molti, ma spesso uscendo da teatro ci poniamo un interrogativo: quale potrebbe essere il pensiero di chi si reca per la prima volta a teatro a vedere un’opera? In questo caso temiamo che la risposta non sarebbe troppo positiva. Questo Nabucco è andato in scena il 23 dicembre a Padova al Teatro Verdi. Una produzione già presentata a Bassano l’estate scorsa con la quale si è avviata una coproduzione che speriamo fertile in futuro fra i teatri di Padova Rovigo e Trieste. In tempi di crisi simili collaborazioni da noi già auspicate in tempi ben più munifici di finanziamenti statali e privati, risultano assai utili se non indispensabili. La lugubre presenza di una molteplicità di manichini appesi  definiva  forse i morti nei conflitti religiosi che da sempre hanno afflitto l’umanità . Per il resto la scenografia di questo Nabucco ideato da Stefano Poda nella regia nelle scene e nei costumi è apparsa piuttosto generica anche con quelle grandi pareti dipinte che incombevano  dall’inizio alla fine dell’opera.  La scarsa collocazione storica risultante nei costumi non aiutava certo lo spettatore a calarsi nell’atmosfera chiaramente risorgimentale cui Nabucco si è sempre ricollegato nella tradizione. La direzione orchestrale non è sempre stata felicemente armonizzata con il palcoscenico.  In particolare il baritono protagonista Carlos Almaguer, non era sempre musicalmente calibrato. Mezzi vocali comunque assai ragguardevoli con un timbro corposo e quindi tipicamente verdiano. Più corretta la Abigaille di Sorina Munteanu anche se non molto a suo agio nella coloratura e un po’ avara anche nell’espressività .  Sufficiente l’Ismaele di Armaldo Kllojeri come pure  la Fenena di Romina Tomasoni . Non troppo all’altezza lo Zaccaria di Askar Abdrazakov. Grande successo di pubblico alla fine.