Archivio della Categoria 'Opera'

la Fille alla Fenice

lunedì 17 ottobre 2022

La Fille du Régiment è un ‘opera comica dove il tenore è destinato a brillare quasi sempre a dispetto del soprano. L’edizione in scena in questi giorni alla Fenice non fa eccezione, come quella famosa apparsa molti anni fa negli Usa quando un quotidiano intitolò Il Figlio del Reggimento, volendo sottolineare la strepitosa prestazione di Alfredo Kraus che , neanche a dirlo trionfò nell’edizione veneziana andata in scena nei lontani anni 75/76. John Osborn che non ha ancora la popolarità che gli spetterebbe se pubblico e critica fossero più acuti e distinguessero l’eccezionalità dalla routine, ci consegna un Tonio da antologia. Non solo o non tanto per la facilità di esecuzione della temibile “Pour mon ame ” bissata a furor di popolo con tanto di variazioni nel da capo e corone e acciaccature, quanto per studio del personaggio ,proprietà stilistica e della lingua francese. Nella seconda aria  Pour me rapprocher de Marie il tenore americano non solo si cimenta in filati funambolici dove esibisce anche un re bemolle a mezza voce ma riesce comunque a far passare il virtuosismo non fine a se stesso ma insito nel personaggio . Il tutto con grande semplicità e naturalezza. Non lo stesso possiamo dire della protagonista Maria Grazia Schiavo che nel ruolo di Marie è apparsa decisamente in difficoltà, in particolare nel registro acuto con suoni spesso più che sgradevoli. Solo a tratti nel registro centrale la voce presentava qualche colore più accettabile, ma come si sa Marie è da sempre appannaggio di soprani di agilità o di coloratura intrinsecamente legati alla spavalderia tipica della vivandiera del reggimento ventunesimo. Purtroppo la cattiva impressione avuta nella Lisetta della Gazzetta pesarese ha avuto qui una conferma. Buono il Sulpice di Armando Noguera e persuasiva la Marquise di Natasha Petrinsky . Marisa Laurito era una Duchesse molto sui generis e avremmo preferito solo recitato. Ottimo il coro della Fenice anche nella recitazione. La direzione di Stefano Ranzani era giustamente attenta alle esigenze delle voci, sospesa fra uno stile rossiniano e francese che Donizetti ricercava in quest’opera . La regia di Barbe e Doucet appariva sottolineare molto più l’aspetto larmoyant di quello comico volendo ambientare l’azione in una moderna casa per anziani dove si immagina che la protagonista guardi indietro al suo passato durante la seconda guerra mondiale. Una visione non particolarmente originale, ma soprattutto priva di quella necessaria comicità nelle parti recitate che risultavano così piuttosto noiose.Trionfo alla seconda recita.

Anna Netrebko e Yusif Eyvazof a Lubiana

martedì 6 settembre 2022

Come dicevamo nel precedente articolo su Florez,il grande festival di Lubiana non ha paura delle sfide e anche dopo il terribile periodo Covid, persegue il suo ciclo di grandi concerti senza tema di essere accusato di ripetizione alcuna. Come si sa il sofisticato mondo della lirica piuttosto volto alle critiche non sempre imparziali , è particolarmente duro nei confronti di chi come ad esempio Joan Sutherland e Richard Bonynge costituisce una coppia fissa come fu quella del grande soprano australiano con il marito direttore specializzato nella riscoperta di grandi balletti dimenticati del primo Ottocento. Il 26 agosto la sala Cankarjev ha visto così la grande orchestra della Radiotelevisione slovena diretta da Michelangelo Mazza eseguire un nutritissimo programma di arie e duetti da opere con la partecipazione del mezzosoprano Monika Bohinec. Il soprano russo Netrebko ha iniziato il concerto con” Piangete voi al dolce guidami castel natio dalla celeberrima Anna Bolena banco di prova di ogni soprano drammatico di agilità. Il soprano ha dipanato con la più grande facilità scena di Bolena in ogni sua parte emettendo con facilità ogni suono e dizione perfetta.  Il tenore Eyvazof ha poi affrontato la temibile scena di Edgardo da Lucia di Lammermoor con pertinenza stilistica e accuratezza. il mezzosoprano Bohinec si è poi espressa nella scena della Bouillon da Adriana Lecouvreur di Cilea. La prima parte del concerto si è conclusa poi con la scena finale di Dama di picche di Ciaikovski dove il trio deM cantanti ha brillato per pathos autenticamente romantico. La seconda parte del concerto ha visto Netrebko cimentarsi nell’ardua scena della morte di Isotta dal Tristano wagneriano . Esecuzione mirabilmente belcantistica senza forzature ma grande sfoggio di colori e sfumature come raramente è dato ascoltare. Il tenore Eyvazof nel Ballo in maschera si è poi espresso con notevoli accenti verdiani. Ma è nel celebre “Acerbe voluttà” che Netrebko ha sciorinato le migliori frecce al suo arco . Il programma si sarebbe poi concluso con il grande duetto dalla Manon Lescaut pucciniana, se non fosse stato per gli acclamatissimi bis fra cui Mattinata eseguita non dal tenore come di solito avviene, ma bensì dal soprano e dal celebre duetto “Non ti scordar di me”. Ottima la direzione orchestrale di Michelangelo Mazza che accompagna regolarmente la coppia. Egli  ha eseguito l’ouverture di Dama di Picche e l’Intermezzo da Manon Lescaut con la giusta incisività resa dall’acustica della sala con grande sonorità a volte anche troppa. Trionfo finale per tutti.

Juan Diego Florez al 70 Festival di Lubiana

lunedì 5 settembre 2022

Nell’estate di ripresa dopo l’era Covid il Festival di Lubiana ha voluto confermare la tradizione dei grandi concerti vocali cui ci aveva abituati nella grande piazza centrale con il castello sullo sfondo . Il numerosissimo e affezionato pubblico del 70 festival Lubianese ha potuto così assaporare nel giro di pochissimi giorni due fra le stelle più brillanti del firmamento internazionale del belcanto:il tenore rossiniano Juan Diego Florez e il soprano russo Anna Netrebko accompagnata dal tenore Yusif Eyvazof nella splendida sala del Cankarjev Dom. Dobbiamo confermare ancora una volta le nostre congratulazioni per la scelta dei programmi di questi concerti ,che rifuggono dallo snobismo di certe programmazioni di festival italiani che, temendo di non essere abbastanza colti, propongono programmi rari e poco popolari. A Lubiana al contrario si dà ampio spazio agli artisti e alla scelta del programma. Il tenore peruviano, vera star del belcanto rossiniano fino dal suo debutto pesarese nel lontano 1996, si è presentato in ottima forma vocale e fisica. Accompagnato dall’Orchestra Sinfonica della Radio Slovenia diretta da Oksana Lyniv non ha voluto esagerare nel repertorio d’elezione presentando solo due arie, ma assai impegnative, dal signor Bruschino e la grande scena di Don Ramiro dalla Cenerentola eseguite con grande sicurezza . Le due arie donizettiane dall’Elisir d’amore, sono state cantate poi con proprietà stilistica e compenetrazione romantica. Florez è poi passato al repertorio verdiano, raramente affrontato sulle scene, presentato qui con grande disinvoltura sia nelle arie con cabaletta di Alfredo dalla Traviata ,come pure in Questa o quella dal Rigoletto. Vera rivelazione è stata in seguito l’esecuzione di “O vainement ma bien aimée” da Le Roi d’Ys di Edouard Lalo. Sfumature e calore interpretativo sono stati sciorinati insieme a una tavolozza di colori . Il tenore ha concluso la parte francese del concerto con “Pourquoi me reveiller” da Werther e “Ah lève toi soleil” da Roméo et Juliette di Gounod dove Florez ha potuto esprimersi in tutto il suo slancio romantico. Il programma è stato concluso con la celeberrima “Che gelida manina” eseguita senza quegli accenti veristi che troppo spesso storpiano la romanza pucciniana. Florez ha poi imbracciato la chitarra classica per intonare con grande grazia alcune fra le più popolari canzoni spagnole e messicane fra cui Besame mucho e Cuccurucucu. Infine unica nota di non grande apprezzamento è stata l’esecuzione di Nessun dorma dalla Turandot pucciniana per la quale la vocalità del tenore peruviano non appare affatto adatta in quanto non abbastanza drammatica. Possiamo capire l’esigenza di andare incontro ai gusti del grande pubblico. Il segreto di una voce come questa sta però nella scelta di un repertorio “di grazia” dove anche in età matura, il grande tenore peruviano fa bene a mantenersi. Cento di questi anni Juan Diego! a sottolineare anche l’ottima esecuzione della parte meramente sinfonica dell’orchestra della radiotelevisione slovena diretta da Oksana Lyniv che si è potuta esprimere con più libertà in pagine come Intermezzo da Cavalleria piuttosto che nella Semiramide rossiniana. Grande successo per tutti comunque alla fine.

Rigoletto al Verdi di Trieste

venerdì 13 maggio 2022

Passato da molto il tempo in cui il Verdi di Trieste si distingueva per l’originalità dei suoi titoli. Si rappresenta così ancora Rigoletto, il capolavoro verdiano che non ci stanchiamo mai di ascoltare. Eric Chevalier presenta una realizzazione scenica abbastanza tradizionale con costumi che sembrano proprio voler caratterizzare in tutto e per tutto quello che ogni appassionato ha in mente di quest’opera . Un grande muro semovente posto in centro scena per cercare di caratterizzare l’insieme dell’infelice storia del povero gobbo alla corte del Duca di Mantova, come nel grande dramma di Victor Hugo. Eric Chevalier da parte sua non sembrava voler dare letture psicologiche particolari neppure nella gestualità, lasciando ai singoli cantanti una certa libertà. Il regista si immagina infatti che lo spettatore si avvicini per la prima volta all’opera e vuole così restare aderente al testo come sarebbe sempre giusto. Sul podio c’era la giovane Valentina Peleggi che è un talento non indifferente e fa ben risultare il capolavoro verdiano senza esagerare nelle sonorità ma restando però nell’ambito della tradizione, senza quindi riaprire i tagli come ormai oggi appare indispensabile fare e affrontare così l’edizione critica. Detto ciò bisogna riconoscere uno slancio direttoriale che non impediva ai cantanti di esprimersi con libertà, pur essendo sempre ben sostenuti dalla bacchetta.L’orchestra ampliata al di fuori della fossa e posizionata in parte della platea risponde con sicurezza e precisione alla direttrice. Il cast era all’altezza della situazione con uno splendido Duca di Mantova interpretato da Antonio Poli, che ha timbro sprezzante e fascinoso, arroganza comme il faut e facilità comunicativa. Rigoletto di David Cecconi è raffinato e interiorizzato ma sempre su una linea elegante e corretta. Gilda di Ruth Iniesta è passionale e sentita anche se non in possesso di un timbro argenteo . Fra le parti di contorno solo il Monterone di Rocco Cavalluzzi appariva carente mentre tutte le altre parti più che soddisfacenti. Grande successo alla prima con applausi anche durante la recita.

Faust alla Fenice

martedì 10 maggio 2022

Quale mito più attuale dell’eterna giovinezza? Se i valori che hanno governato la nostra società per secoli quali onestà amore per la patria e via dicendo sono crollati da un pezzo, quello della ricerca dell’eterna giovinezza è invece imperante più che mai anche a rischio del ridicolo cui si sottopongono ormai troppi appartenenti a ogni sesso . Il capolavoro di Gounod basato naturalmente sul poema di Goethe non è però fra i titoli più rappresentati in questi ultimi anni . Sarà forse per la complessità della realizzazione scenica ma anche per la difficoltà a reperire un cast adeguato e soprattutto un direttore adatto al titolo. Dopo la felice realizzazione in periodo di pandemia, Joan Anton Rechi ha potuto presentare la sua versione scenica del dramma di Gounod senza troppe restrizioni se non ci fossero state le mascherine ancora obbligatorie per le masse corali. L’ambientazione nel mondo del cinema con qualche riferimento a titoli felliniani quali Giulietta degli Spiriti non è apparsa fra le più originali. Inoltre l’unica scena girevole presente dall’inizio alla fine non sembrava certo raccontare molto della densa trama delle avventure del vecchio medico ringiovanito con l’aiuto del diavolo. Mancava però quel senso del diabolico con trovate originali. Anche il rapporto incestuoso fra Valentin e sua sorella non convinceva più di tanto. Numerose altre citazioni che non stiamo ad elencare fra cui la rappresentazione en travesti di Mephistophélès. Imperdonabile il completo taglio del grande baccanale con le insostituibili danze che in un’opera francese come Faust fanno parte integrante della drammaturgia. La direzione di Frédéric Chaslin soddisfaceva più sul lato tragico espressivo che su quello coloristico ma dava una buona tenuta d’insieme. Ivan Ayon Rivas ha una vocalità ideale per Faust con grande facilità negli acuti squillanti. Alex Esposito è un vero istrione scenico con una presenza mefistofelica assai sicura e incisiva. Carmela Remigio appariva talvolta sfocata vocalmente ma sempre impegnata interpretativamente. Armando Noguera un Valentin più che efficace. Grande successo alla prima in una sala esaurita.

 

Don Pasquale al Verdi di Trieste

sabato 7 maggio 2022

Fra le più popolari opere comiche del repertorio italiano Don Pasquale non è mai uscita dal repertorio per diversi motivi.Intrinseca la  comicità della sua drammaturgia, che pur ricalcando gli antichi stilemi della commedia dell’arte quali ad esempio il vecchio buffo che non si rassegna alla vecchiaia o il giovane ereditiero spiantato che non vuole sottostare al matrimonio combinato dallo zio o il medico trafficone che sta all’origine di tutto l’intrigo . Tale matasssa è stata nel tempo però ripetutamente inficiata da certe incrostazioni dovute al periodo verista o più semplicemente ai vezzi di certi interpreti di dubbio gusto . Nonostante tutto ciò le scritture belcantistiche dei quattro solisti non permettono di uscire dalle rigide regole del belcanto, che trovano qui ideale applicazione.                        L ‘allestimento triestino del capolavoro donizettiano proveniente dal Comunale di Bologna a firma di Gianni Marras appariva agile e moderno pur nella semplicità di tante scene dipinte e nei costumi di Davide Amadei. Numerose le citazioni ai primi anni del dopoguerra, sia nei film tipo Vacanze romane o al mondo dell’aeronautica, dove il nipote Ernesto invece che apprestarsi alla partenza con la solita valigia ha un casco aeronautico con cui intraprendere un volo spaziale. Un gusto comunque sempre abbastanza sorvegliato e non esagerato. La direzione musicale di Roberto Gianola appariva rispettosa delle esigenze dei cantanti e della partitura, eccedendo talvolta nelle sonorità . Qualche sfumatura e qualche dinamica più variegata sarebbe stata gradita anche nelle parti sinfoniche talvolta monocordi. Il cast era di buon livello . Pablo Ruiz era un Don Pasquale non eccezionale apparendo un pò carente nella personalità, anche se vocalmente non attaccabile. Vincenzo Nizzardo era invece un Malatesta brillante, arguto e azzeccato nella vocalità . Nina Muho una Norina spavalda e sicura comme il faut,anche se non in possesso di un bellissimo timbro. Vero asso nella manica si è dimostrato ancora una volta Antonino Siragusa che come Ernesto, ha dato una vera lezione di tecnica e di canto. Sempre sicuro nel settore acuto e di passaggio riusciva anche a smorzare senza alcuno sforzo la temibile tessitura di Ernesto. Anche il coro diretto da Paolo Longo pur compresso nelle mascherine d’ordinanza ,ha saputo difendersi con professionalità. Ottimo successo alla replica del 7 aprile.

Lombardi alla Fenice

giovedì 7 aprile 2022

Verdi vince sempre ci viene da dire. Quarta opera verdiana, i Lombardi viene rappresentata alla Fenice  per la prima volta in epoca moderna oggi nella sua revisione critica, sfrondata dalle incrostazioni della tradizione interpretativa . Personalmente avremmo preferito a dire il vero Iérusalem la versione grand-opéra già andata in scena nel teatro veneziano, che contiene naturalmente anche le splendide danze dallle musiche irrinunciabili e dal libretto più efficace. Come si sa pubblico e critica (non tutta per fortuna) richiedono nuovi allestimenti e nuove revisioni critiche . Il libretto di Temistocle Solera non è fra i più belli musìcati da Verdi, né fra i più sostenibili drammaturgicamente e sarebbe meglio quindi  non operare trasposizioni di sorta. La regia di Valentino Villa non convince un occhio critico per la continua sovrapposizione di elementi non consoni alla musica che invece esce dal golfo mistico sotto la direzione del giovane, ma lui si pienamente verdiano, Sebastiano Rolli . Egli segue i cantanti con giusta partecipazione  e senso della frase. Spesso però esagera negli insiemi e nelle sonorità complessive. Rolli riusciva a mantenere le fila di orchestra e coro anche nei “tutti” numerosi e fondamentali nel contesto drammaturgico musicale. Il cast era all’altezza della situazione di un grande teatro . Michele Pertusi un Pagano dalla dizione chiara e dalla vocalità elegante che gli abbiamo sempre riconosciuta. Roberta Mantegna da noi scoperta al debutto nella Norma trevigiana ,mancava nella corretta emissione degli estremi acuti che risultavano per così dire “schiacciati”. Per il resto una prova inattaccabile vista poi la difficoltà del ruolo di Giselda. Antonio Poli era Oronte dal timbro argenteo e indubbiamente una fra le migliori voci oggi in circolazione.  Lieta sorpresa è stato poi Arvino di Antonio Corianò . Esemplare la prova del coro e dell’orchestra della Fenice che come tutto il cast ha rilevato grande successo al termine della prima rappresentazione.

Capuleti alla Scala

lunedì 7 febbraio 2022

Chi scrive di musica deve avere sempre il coraggio delle proprie azioni e non avere peli sulla lingua.  Vincenzo Bellini fra i massimi compositori non solo italiani ma dell’intera storia della musica, pur avendo composto splendide melodie richiede, non solo voci adeguate ma anche direttori esperti e fini conoscitori delle ragioni del belcanto. Speranza Scappucci che sostituiva l’indisposto Evelino Pidò, doveva quindi reggere il confronto non solo con lui ma anche con Muti che nel 987 che aveva lasciato un’ indimenticabile edizione con June Anderson e Mariella Devia in alternanza nei ruoli del titolo. Da sole queste due signore hanno dato due interpretazioni antologiche che non si possono dimenticare. Abbiamo ascoltato in questo ruolo anche Luciana Serra, Giusy Devinu , Edita Gruberova e Lella Cuberli, Katia Ricciarelli, citando solo alcune fra le più grandi. Come sappiamo però la vita va avanti e con essa il teatro dell’opera . Lisette Oropesa come Giulietta ha dato da par suo una notevole interpretazione di Giulietta ma non quell’idea di personaggio virginale ed estatico quanto piuttosto unau primadonna appartenente a un romanticismo maturo più che belliniano. Sono sottigliezze da belcantista nostalgico direte voi,  ma non possiamo non ricordare queste signore che hanno dato lezioni di autentico belcanto. Speranza Scappucci da parte sua ha dato un’ottima chiave interpretativa pur scegliendo tempi piuttosto lenti non suggerendo talvolta agli interpreti certi trucchi che solo un direttore molto esperto può conoscere. Detto ciò piacevolissima sorpresa è stato il Romeo di Marianne Crebassa che al di là di certi acuti un pò fissi e sforzati ha dato di Romeo una raffigurazione assolutamente credibile sia scenicamente che vocalmente,  forse fra le migliori degli ultimi tempi.Il tenore Jinxu Xiaou ha dimostrato bel timbro e facilità nell’emissione ma non sempre tecnica sicurissima . Il Lorenzo del decano Michele Pertusi aveva il suo fascino d’antan. La regia di Adrian Noble ambientando in un mondo liberty con alcune eccezioni ad epoca più moderna si discostava da certe mode imperanti nel protagonismo registico ma non disturbava occhio e orecchie dello spettatore. Grande successo per un titolo non certo popolarissimo in una Scala stracolma.

il Barbiere al Verdi di Trieste

martedì 7 dicembre 2021

Da rossiniani doc quali siamo dobbiamo gioire ogni volta che viene portata in scena una partitura del cigno di Pesaro. Nello stesso tempo da critici obiettivi dobbiamo anche porgi l’interrogativo : perchè un nuovo allestimento? quale l’urgenza artistica dietro di esso?. Francamente in questo caso ci sfugge proprio. La regia di Massimo Luconi di questa produzione non disturbava l’occhio e non sembrava certo costosa sapendo un pò di trovarobato. Peccato che mancava l’impronta di una mano comica degna di esaltare la cartteristica principle di quest’opera lasciando ai singoli cantanti il compito di fare acnhe da mattatori. Il libretto così ricco di situazioni invoglia quasi sempre il regista a scherzare e ad eccedere talvolta . In questo caso mancava invece una vera impronta personale. Diverso il discorso sul piano musicale nell’orchestra ben diretta da Francesco Quattrocchi che sceglieva una via di mezzo fra la rigidità di certe letture troppo legate all’edizione critica e quelle al contrario troppo di tradizione. Piatto forte del cast era l’Almaviva di Antonino Siragusa ben lontano da certi tenorini di tradizione  dalla vocalità poco calzante per un grande di Spagna. Siragusa in possesso di notevole sicurezza tecnica ma anche di charme interpretativo non indifferente dà di Almaviva una immagine intensa ma insieme piena di sfumature e nuances partendo dalle due prime arie per finire nella grande scena tripartita finale dove in un fluire di agilità sciorinate con grande padronanza si realizza come un vero protagonista. Al suo fianco il baritono Mario Cassi aveva di Figaro una prorompente vitalità e un timbro imponente e gradevole. Forse qualche finezza belcantistica potrebbe impreziosire ancora la sua interpretazione. La rosina di Paola Gardina aveva un certo charme e una bella zona centrale mentre difettava nel settore acuto. Elegante e personale Fabio Previati come Don Bartolo . Il Don Basilio di Guido Loconsolo si caratterizzava per un notevole timbro scuro e persuasivo. Anche Elisa Verzierben ben ritraeva Berta nel sua breve aria come pure il Fiorello di Giuseppe Esposito. L’orchestra e il coro del Verdi si disimpegnavano con professionalità nel capolavoro rossiniano. Notevole il successo finale alla prima in una sala non gremita.

Fidelio inaugura la Fenice

venerdì 26 novembre 2021

Fra le opere serie a lieto fine Fidelio, l’unica del grande genio tedesco Beethoven , è stata scelta quest’ anno per inaugurare il Gran Teatro La Fenice. Indubbiamente il più grande o piccolo teatro a seconda dei punti di vista. Il pubblico e la serata non hanno deluso le aspettative. Atmosfera delle grandi occasioni e aria ancora più frizzante dovuta anche alla recuperata e totale capienza della sala, una fra le più accoglienti mai concepite nel paese culla del belcanto. Fidelio, ca va sans dire, è capolavoro della grande tradizione tedesca dei singspiel, ben lontana dal mondo melodico del belcanto italiano e molto più vicina alla tragédie lirique di impianto gluckiano. Cionostante non mancano i momenti più trascinanti nella grande ouverture iniziale che rimane da sola una pagina  indimenticabile nella pregnante interpretazione del grande direttore Myung- Whun Chung, ormai di casa non solo a Firenze e a Milano. Convincente era la linea nel suo insieme preromantica che  riusciva a far risultare le linee vocali in perfetta armonia con il tessuto orchestrale e non in contrasto o in antitesi come troppo spesso ci è capitato di ascoltare. Certo il merito andava anche al cast vocale, nel suo insieme ben preparato. se non fosse stato per la parte finale della grande scena di Florestan nel secondo atto. Il tenore Ian Koziara appariva infatti in gran difficoltà nella parte finale dell’aria, senza che però il pubblico se ne accorgesse minimamente (eccetto qualcuno….).Un tenore comunque di mezzi vocali ragguardevoli.Tamara Wilson è stata una intensa Leonore a suo agio in una tessitura piuttosto estesa e impegnativa vista la centralità del personaggio, forse vera protagonista. Ekaterina Bakanova si presentava come un’ ottima Marzelline affatto querula e sdolcinata ma sicura e decisa. Buone anche le altri componenti del cast nel loro insieme. Chi voleva trovare nell’interpretazione registica di Joan Anton Rechi una chiave personale innovativa o una certa urgenza interpretativa rimaneva invece un pò deluso, vista la mancanza di una vera originalità nella creazione scenica e nella gestualità peraltro piuttosto generica. Da parte nostra invece abbiamo apprezzato il fatto di poterci concentrare maggiormente sull’aspetto musicale, ampiamente sciorinato dalla direzione di Chung, che permetteva ai cantanti di esprimersi con la musica e non contro di essa, come ci è capitato di ascoltare altre volte in Fidelio con altri direttori. Notevole anche la prova del coro diretto da Claudio Marino Moretti. Gran successo alla fine, in un titolo complesso per la sua natura di singspiel che difficilmente può essere popolare.