Lombardi alla Fenice

Verdi vince sempre ci viene da dire. Quarta opera verdiana, i Lombardi viene rappresentata alla Fenice  per la prima volta in epoca moderna oggi nella sua revisione critica, sfrondata dalle incrostazioni della tradizione interpretativa . Personalmente avremmo preferito a dire il vero Iérusalem la versione grand-opéra già andata in scena nel teatro veneziano, che contiene naturalmente anche le splendide danze dallle musiche irrinunciabili e dal libretto più efficace. Come si sa pubblico e critica (non tutta per fortuna) richiedono nuovi allestimenti e nuove revisioni critiche . Il libretto di Temistocle Solera non è fra i più belli musìcati da Verdi, né fra i più sostenibili drammaturgicamente e sarebbe meglio quindi  non operare trasposizioni di sorta. La regia di Valentino Villa non convince un occhio critico per la continua sovrapposizione di elementi non consoni alla musica che invece esce dal golfo mistico sotto la direzione del giovane, ma lui si pienamente verdiano, Sebastiano Rolli . Egli segue i cantanti con giusta partecipazione  e senso della frase. Spesso però esagera negli insiemi e nelle sonorità complessive. Rolli riusciva a mantenere le fila di orchestra e coro anche nei “tutti” numerosi e fondamentali nel contesto drammaturgico musicale. Il cast era all’altezza della situazione di un grande teatro . Michele Pertusi un Pagano dalla dizione chiara e dalla vocalità elegante che gli abbiamo sempre riconosciuta. Roberta Mantegna da noi scoperta al debutto nella Norma trevigiana ,mancava nella corretta emissione degli estremi acuti che risultavano per così dire “schiacciati”. Per il resto una prova inattaccabile vista poi la difficoltà del ruolo di Giselda. Antonio Poli era Oronte dal timbro argenteo e indubbiamente una fra le migliori voci oggi in circolazione.  Lieta sorpresa è stato poi Arvino di Antonio Corianò . Esemplare la prova del coro e dell’orchestra della Fenice che come tutto il cast ha rilevato grande successo al termine della prima rappresentazione.