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il Barbiere al Verdi di Trieste

martedì 7 dicembre 2021

Da rossiniani doc quali siamo dobbiamo gioire ogni volta che viene portata in scena una partitura del cigno di Pesaro. Nello stesso tempo da critici obiettivi dobbiamo anche porgi l’interrogativo : perchè un nuovo allestimento? quale l’urgenza artistica dietro di esso?. Francamente in questo caso ci sfugge proprio. La regia di Massimo Luconi di questa produzione non disturbava l’occhio e non sembrava certo costosa sapendo un pò di trovarobato. Peccato che mancava l’impronta di una mano comica degna di esaltare la cartteristica principle di quest’opera lasciando ai singoli cantanti il compito di fare acnhe da mattatori. Il libretto così ricco di situazioni invoglia quasi sempre il regista a scherzare e ad eccedere talvolta . In questo caso mancava invece una vera impronta personale. Diverso il discorso sul piano musicale nell’orchestra ben diretta da Francesco Quattrocchi che sceglieva una via di mezzo fra la rigidità di certe letture troppo legate all’edizione critica e quelle al contrario troppo di tradizione. Piatto forte del cast era l’Almaviva di Antonino Siragusa ben lontano da certi tenorini di tradizione  dalla vocalità poco calzante per un grande di Spagna. Siragusa in possesso di notevole sicurezza tecnica ma anche di charme interpretativo non indifferente dà di Almaviva una immagine intensa ma insieme piena di sfumature e nuances partendo dalle due prime arie per finire nella grande scena tripartita finale dove in un fluire di agilità sciorinate con grande padronanza si realizza come un vero protagonista. Al suo fianco il baritono Mario Cassi aveva di Figaro una prorompente vitalità e un timbro imponente e gradevole. Forse qualche finezza belcantistica potrebbe impreziosire ancora la sua interpretazione. La rosina di Paola Gardina aveva un certo charme e una bella zona centrale mentre difettava nel settore acuto. Elegante e personale Fabio Previati come Don Bartolo . Il Don Basilio di Guido Loconsolo si caratterizzava per un notevole timbro scuro e persuasivo. Anche Elisa Verzierben ben ritraeva Berta nel sua breve aria come pure il Fiorello di Giuseppe Esposito. L’orchestra e il coro del Verdi si disimpegnavano con professionalità nel capolavoro rossiniano. Notevole il successo finale alla prima in una sala non gremita.

Fidelio inaugura la Fenice

venerdì 26 novembre 2021

Fra le opere serie a lieto fine Fidelio, l’unica del grande genio tedesco Beethoven , è stata scelta quest’ anno per inaugurare il Gran Teatro La Fenice. Indubbiamente il più grande o piccolo teatro a seconda dei punti di vista. Il pubblico e la serata non hanno deluso le aspettative. Atmosfera delle grandi occasioni e aria ancora più frizzante dovuta anche alla recuperata e totale capienza della sala, una fra le più accoglienti mai concepite nel paese culla del belcanto. Fidelio, ca va sans dire, è capolavoro della grande tradizione tedesca dei singspiel, ben lontana dal mondo melodico del belcanto italiano e molto più vicina alla tragédie lirique di impianto gluckiano. Cionostante non mancano i momenti più trascinanti nella grande ouverture iniziale che rimane da sola una pagina  indimenticabile nella pregnante interpretazione del grande direttore Myung- Whun Chung, ormai di casa non solo a Firenze e a Milano. Convincente era la linea nel suo insieme preromantica che  riusciva a far risultare le linee vocali in perfetta armonia con il tessuto orchestrale e non in contrasto o in antitesi come troppo spesso ci è capitato di ascoltare. Certo il merito andava anche al cast vocale, nel suo insieme ben preparato. se non fosse stato per la parte finale della grande scena di Florestan nel secondo atto. Il tenore Ian Koziara appariva infatti in gran difficoltà nella parte finale dell’aria, senza che però il pubblico se ne accorgesse minimamente (eccetto qualcuno….).Un tenore comunque di mezzi vocali ragguardevoli.Tamara Wilson è stata una intensa Leonore a suo agio in una tessitura piuttosto estesa e impegnativa vista la centralità del personaggio, forse vera protagonista. Ekaterina Bakanova si presentava come un’ ottima Marzelline affatto querula e sdolcinata ma sicura e decisa. Buone anche le altri componenti del cast nel loro insieme. Chi voleva trovare nell’interpretazione registica di Joan Anton Rechi una chiave personale innovativa o una certa urgenza interpretativa rimaneva invece un pò deluso, vista la mancanza di una vera originalità nella creazione scenica e nella gestualità peraltro piuttosto generica. Da parte nostra invece abbiamo apprezzato il fatto di poterci concentrare maggiormente sull’aspetto musicale, ampiamente sciorinato dalla direzione di Chung, che permetteva ai cantanti di esprimersi con la musica e non contro di essa, come ci è capitato di ascoltare altre volte in Fidelio con altri direttori. Notevole anche la prova del coro diretto da Claudio Marino Moretti. Gran successo alla fine, in un titolo complesso per la sua natura di singspiel che difficilmente può essere popolare.

Butterfly al Verdi di Trieste

lunedì 18 ottobre 2021

Una vera e propria rinascita questa Butterfly al Verdi di Trieste che recupera un allestimento non nuovo firmato da Alberto Triola per il teatro triestino ma ancora attuale nella sua essenzialità e semplicità. Non andremo a cercare nel capolavoro pucciniano particolari riletture più o meno azzardate ma accetteremo la coordinazione di alcune idee presentate con coerenza e onestà. Realizzazione spogliata qui degli orpelli tradizionali giapponesi e alleggerita dalla banalità dei soliti luoghi comuni alla giapponese tipo fiori di loto e altri. La scena così sfrondata ben disposta a far concentrare l’attenzione sulla parte musicale dello spettacolo che ha superato le aspettative.In primis la direzione del maestro Franceso Ivan Ciampa che risulta come una vera e propria rivelazione per sensibilità autenticamente pucciniana e attinenza stilistica. Difficile poter ascoltare oggi un direttore cosi attento alle esigenze del canto e senza quella prosopopea verista che spesso appesantisce le esecuzioni.  Orchestra in forma smagliante dunque . Evgenia Muraveva pur non in possesso di un timbro fascinoso dava di Cio cio San una credibile e studiata personificazione. Altra piacevole sorpresa è venuta dalla tenorilità di Francesco Castoro che ha presentato un Pinkerton scevro dalle pesantezze della tradizione ma non per questo meno interessante e fascinoso. Anche lo Sharpless di Elia Fabbian soddisfaceva pienamente. Come diceva poi un famoso sovrintendente scaligero nel vantare il suo teatro ,le parti secondarie fanno la qualità di una produzione e in questo caso erano più che buone a partire dalla Suzuki di Na’aam Goldman.  Ottima anche la prova del coro. Grande successo alla replica del 5 ottobre.

Rinaldo alla Fenice

martedì 21 settembre 2021

Come previsto da qualche mese Rinaldo di Handel nello storico allestimento di Pier Luigi Pizzi ha riportato la Fenice alla sua tradizionale forma di rappresentazione scenica con la platea occupata dagli spettatori e non più dallo spettacolo.In altre parole abbiamo finalmente riavuto il teatro come prima delle norme anticovid, se non fosse per il distanziamento fra uno spettatore e l’altro. In verità lo storico allestimento dell’ultraottuagenario Pizzi, non dimostra tutti gli anni che ha soprattutto per quanto riguarda lo splendore dei costumi e della bella idea di far muovere velocemente ed arditamente, le grandi figure cavalleresche durante tutto il corso dell’opera. Quasi ad accentuare lo spirito nobile aristocratico e cavalleresco del capolavoro handeliano. Lo spettacolo di Pizzi inotre con il suo continuo movimento coglie perfettamente la vivacità e la continua inventiva melodica e timbrica della partitura  nel succedersi di invenzioni e variazioni. Inevitabile il confronto con l’ultimo spettacolo pesarese di Pizzi dove difettavano inventiva e idee. Francesco Maria Sardelli dirigeva con professionalità l’orchestra della Fenice anche se non abbiamo rilevato quella leggerezza e quella agilità che avremmo voluto ascoltare. Una lettura compatta nel suo insieme ma non sempre elastica e brillante. Il cast era capitanato da Teresa Iervolino, che pur in possesso di tecnica adeguata, bel timbro bronzeo, risultava talvolta leggermente oscurata e non sempre aggressiva e tonitruante come la parte richiederebbe. Francesca Aspromonte è stata una sensibile e discreta Almirena, mentre l’Armida di Maria Laura Iacobellis non è apparsa sufficientemente aggressiva e incisiva . Il versante maschile, in genere punto debole delle opere barocche, é sembrato invece onorevole nella prestazione di Tommaso Barea sia come Argante che Mago Cristiano. Nell’insieme comunque un cast non così brillante come il capolavoro barocco vorrebbe. Un buon successo alla replica del 4 settembre.

Jonas Kaufmann a Lubiana e a Verona

lunedì 23 agosto 2021

Questa fiacca e torrida estate musicale 2021 è stata impreziosita da una cometa il cui segno non sarà facile nè dimenticare nè tantomeno uguagliare: il grande Jonas Kaufmann che abbiamo avuto il piacere di poter seguire nei due concerti a noi più vicini; Lubiana e Verona. Il sessantanovesimo festival di Lubiana non si è fatto imtimorire dal Covid programmando anche quest’anno una serie di proposte di alto livello tale da porsi ai primissimi posti a livello internazionale. Modificando la prevista collocazione all’aperto dalla grande piazza ai piedi del castello della capitale slovena alla Cankarjev Dom. La sua lussuosa acustica che ha permesso di assaporare ogni più accurata sfumatura della generosa vocalità del massimo tenore tedesco. L’Orchestra della Radiotelevisione Slovena diretta da Jochen Rieder ha presentato da parte sua un programma articolato in due parti ben distinte. Nella prima il tenore ha presentato alcune fra le più famose arie del repertorio italiano dedicate al registro drammatico e sostenute con la più grande facilità . Ciò che stupisce ogni volta di più nella linea interpretativa di Kaufmann è il completo ed assoluto dominio del fiato che gli permette di interpretare le più ardue arie  con uno stile belcantistico assolutamente degno dei più grandi tenori di grazia . Questa è forse la maggiore conquista che si deve ascrivere a questo tenore . La capacità di eseguire filati,, rinforzati e in genere di fraseggiare in qualsiasi tessitura ha veramente dell’incredibile. Nonostante ciò uno stile che fa pensare al leggendario Miguel Fleta, non appare mai gratuito e fine a se stesso ma sempre al servizio della musica. Ma è stato nella seconda parte che Kaufmann ha sfoderato le maggiori frecce al suo impareggiabile arco: la scultorea capacità di raffigurare un Siegmund non solo da antologia ma eroico e delicato insieme. Nei Maestri Cantori di Norimberga Kaufmann ha dato forse una prova ancora più personale ed originale dello stile interpretativo che lo contraddistingue esprimendo accorata e profonda partecipazione emotiva. Il programma si concludeva con la grande aria di Lohengrin in cui Kaufmann poteva sciorinare ogni più accurata sfumatura e colore belcantistico senza apparire mai lezioso. La parte orchestrale del concerto era adeguata alle arie eseguite e presentava un ‘orchestra in ottima forma,compatta e ben diretta. In particolare la Danza delle ore da Gioconda e la verdiana ouverture dei Vespri, mentre nella seconda parte la celeberrima Cavalcata seguita da Lohengrin e dai Maestri Cantori.  Unico appunto anche se non di poco conto: sonorità spesso sovrabbondanti alla pur notevole proiezione vocale del grande Kaufmann. Il trionfo poi con la generosa elargizione dei bis che giungeva fino  all’operetta in una seriedi ovazioni interminabili. Diverso il discorso per il concerto veronese dove Kaufmann faceva il suo debutto in una serata dalle grandi attese. Diciamo subito che pur trattandosi della stessa direzione musicale ci siamo trovati di fronte ad un ‘orchestra che aveva ben poco da dire sul piano del suono wagneriano e su quella imperativa “volontà di potenza ” insite nello stesso tessuto musicale del massimo compositore tedesco. Il grande duetto dal primo atto di Walkiria non è sembrato ,infatti la migliore delle introduzioni al concerto. Da un lato la mancanza di quel suono ricco pastoso e imponente nonostante l’ impressionante presenza di professori d’orchestra, dall’altro la vocalità spesso sforzata di Martina Serafin, non aiutavano certo a dipanare le sublimi delicatezze del canto di Kaufmann che presentava suadenti filati e legati come difficilmente ci è mai stato dato di ascoltare. Miglior risultato nella seconda parte del repertorio italiano dove la grande scena di Alvaro dalla Forza del destino ha permesso all’elegante vocalità di Kaufmann di dispiegarsi anche in “Un dì all ‘azzurro spazio” dallo Chénier di Giordano. Difficile è stato invece non poter notare i suoni striduli e sforzati della Serafin sia nella verdiana Lady Macbeth come pure nel duetto sempre dallo Chénier. Ben sette i bis fra cui anche “Tace il labbro” dalla Vedova Allegra  di Franz Lehar.

Faust alla Fenice

venerdì 16 luglio 2021

Faust di Charles Gounod è fra i più famosi titoli del repertorio e cavallo di battaglia di soprani, tenori e bassi ai quali concede di brillare nei tre ruoli principali. Faust inoltre permette anche ai registi di sbizzarrirsi nelle più azzardate regie più o meno di buon gusto. In effetti la tematica della vendita dell’anima al diavolo è quanto di più stimolante la letteratura teatrale abbia saputo inventare. Purtroppo il repertorio romantico francese oggi non è molto gradito nè a certi direttori  d’orchestra come neppure a certi direttori artistici. Quello che viene definito stile pompier non si inquadra evidentemente nel gusto radical-chic-minimalista oggi imperante. Maggior merito dunque alla Fenice che ancora una volta riesce a differenziarsi proponendo un allestimento in parte tradizionale, non vecchio anche se con costumi d’epoca, ma sempre con una gestualità adeguata e pregnante. A causa delle normative anticovid la scena è diventata la platea con un grande fondo specchiato ed alcune incursioni registiche sul palcoscenico . Vero protagonista è stato il direttore Frederic Chaslin, che nella romantica  interpretazione del capolavoro gounodiano, ha trovato una cifra ideale per efficacia drammatica, senso del canto, senza sdelinquimenti veristici di sorta. La regia di Joan Anton Rech,i fatta con poco ma attenta anche ai particolari, aveva un unico limite dovuto presumiamo alle esigenze anticovid: l’esclusione totale delle danze, che in un’ opera francesissima come Faust, appare come una vera e propria ghigliottina. Alex Esposito come Mefistofele risulta un’icona : presenza scenica, agilità e canto imperioso ne fanno un personaggio dirompente comme il faut. Il tenore Ivan Ayon Rivas sostiene la parte protagonistica di Faust con sicurezza tecnica invidiabile e spavalderia, facilità negli acuti, ma non travolge il pubblico come il collega Esposito. Forse qualche nuances in più sarebbe stata utile. Carmela Remigio appare qui in uno fra i suoi ruoli più azzeccati sia scenicamente che vocalmente. Centrale nella tessitura senza esporsi troppo ad accenti aulici che poco le si addicono, stempera una Margherita giustamente sensuale e lineare insieme senza cedere ad effettacci. Il ruolo di Valentin era superbamente sostenuto dal baritono Anton Noguera a suo agio in un ruolo affatto secondario. Nonostante il pubblico non fosse troppo preparato a cogliere l’efficacia di questo spettacolo il successo è stato notevole il 3 luglio ultima replica. Ci auguriamo lo spettacolo sia ripreso inserendo le danze.

Krylov inaugura il Verdi di Trieste

mercoledì 30 settembre 2020

Come ogni buon critico ben sa il termine eccezionale va usato assai raramente, considerata poi l’abbondanza smisurata con la quale tale termine viene usato nella vita di tutti i giorni . Abbiamo potuto ascoltare il violinista russo Sergey Krylov con la pianista Stefania Mormone da parecchi anni in diversi concerti da camera alla milanese società dei concerti . Ciò che ci ha particolarmente stupiti nel concerto di domenica 27 settembre al Verdi di Trieste è stata l’ouverture fantasia Romeo e Giulietta del celebre Ciaikovski con la quale Krylov ha inaugurato il concerto nella duplice veste di direttore e violinista . L’orchestra del Verdi è apparsa così particolarmente incisiva nella sezione degli archi tesi in prontezza, stacco ed elasticità difficili da ascoltare. La più distesa classicità del celeberrimo concerto di Mendelssohn ha poi consentito a Krylov di confermare ancora una volta una linea interpretativa mai fine a se stessa ma sempre finalizzata a un romanticismo contenuto e mai esagerato. Nell’ouverture La Gazza ladra di Rossini, pur nella perfetta tenuta dell’insieme orchestrale avremmo forse preferito una linea meno enfatizzata nello stile primo Ottocento. Il programma si chiudeva strizzando l’occhio al virtuosismo  più acceso nell’esecuzione della celeberrima Campanella di Paganini con la quale Krylov sfogava invece il coté più brillante del suo violino. In seguito alle ripetute acclamazioni sono poi stati eseguiti ben due bis fra cui la mozartiana ouverture dalle Nozze di Figaro e poi quella di Mendelssohn da Sogno di una notte di mezz’estate. Numerose le ovazioni di pubblico per un concerto di grande livello, in cui ogni sezione dell’orchestra si è potuta distinguere.

La Traviata alla Fenice

martedì 29 settembre 2020

Non ce ne vorranno i registi d’opera se osiamo dire che un certo influsso benefico quest’epoca di Covid riesce pure ad averla : sembrerà strano ma ha permesso di alleggerire gli allestimenti troppo spesso invadenti fino al fastidio. Ecco quindi non solo più immediatezza e concentrazione sull’azione scenica ma anche la possibilità agli ascoltatori di concentrarsi maggiormente sull’aspetto musicale e vocale soprattutto. Ciononostante la regia di Christophe Gayral non mancava di una certa originalità, dando l’occasione alla protagonista di apparire già durante il preludio del primo atto nel letto d’ospedale che abbandonerà uscendo dalla scena sulle sue gambe . Questa continuità scenica pur non essendo una novità può dare adito a diverse interpretazioni. Il giovane direttore Stefano Ranzani di comprovata attività scaligera riusciva a conferire giusta drammaticità al capolavoro verdian . Il  giovanile cast vedeva nella protagonista Claudia Pavone una Violetta intensa e drammatica più a suo agio sul versante lirico drammatico che su quello coloratura. Anche se le agilità del “sempre libera” sono state eseguite con grande facilità, da considerare un brutto acuto ( peraltro non indispensabile) alla fine della cabaletta. Ottimi invece “Amami Alfredo ” e “Addio del passato”con giusto trasporto. Matteo Lippi è stato un Alfredo coinvolgente e intenso nel timbro e nelle intenzioni. Qualche mezzavoce in più e qualche filato lo renderebbero ancora più interessante. Alessandro Luongo ha dato di Germont una raffigurazione nobile e sentita non priva di elegante fraseggio. Buoni anche i comprimari. Il coro della Fenice ha saputo rendersi ben presente anche se confinato al di là di un odioso sipario. Trionfo finale con ovazioni per tutti al termine.

Roberto Devereux alla Fenice

giovedì 24 settembre 2020

Roberto Devereux fu creato per la Fenice dal maestro bergamasco nel 1837 per cadere poi nel dimenticatoio come purtroppo molti titoli donizettiani. Asso nella manica della Donizetti renaissance    fu cavallo di battaglia della grande Leyla Gencer che fece di Elisabetta la vera protagonista di questo capolavoro. Devereux vide poi una serie di grandi primedonne trionfare in questo ruolo sfaccettato e di impostazione belcantistica che permette una serie di linee interpretative di grande fascino fra cui quelle di Montserrat Caballè, Beverly Sills, Edita Gruberova, Raina Kabaiwanska  e ultima ma non ultima l’indimenticabile Mariella Devia. La nuova produzione veneziana a firma di Alfonso Antoniozzi ha molte frecce al suo arco. Antoniozzi che abbiamo seguito anche nella sua precedente carriera, quella del basso baritono buffo, ha impostato la sua regia in tempi di Covid su una recitazione decisa ma non esagerata, come tanti cantanti sarebbero naturalmente portati a fare. La direzione orchestrale di Riccardo Frizza giustamente teatrale, solo raramente imperiosa, ha sottolineato forse più il coté romantico di quello puramente belcantistico. Ottima la prova dell’orchestra e del coro della Fenice che hanno ben corrisposto alle richieste del direttore. Non all’altezza delle nostre aspettative invece l’Elisabetta di Roberta Mantegna che pur in possesso di timbro vellutato e fascinoso e di una vocalità che potrebbe essere definita da “drammatico di agilità”, è apparsa diverse volte non a suo agio nel settore acuto e nelle colorature in genere. Il fraseggio non curatissimo e una tavolozza di accenti piuttosto limitata non hanno poi permesso al soprano di scolpire un personaggio sfaccettato come quello della regina inglese. Enea Scala protagonista ha invece convinto non solo in una vocalità sicura virile e quasi mai sforzata ma anche in una presenza scenica adeguata al ruolo dell’amante sensuale. Sara era Lilly Jorstad che ben si è disimpegnata come amorosa. Alessandro Luongo si dimostrava poi un valido e sicuro Nottingham. Trionfo e ovazioni alla prima di martedi 15 settembre.

Il Verdi Di Trieste inaugura la stagione sinfonica 2020

sabato 19 settembre 2020

Quasi a smentire la nostra ultima recensione dei concertoni Netrebko Kaufmann a Lubiana ecco il concerto inaugurale al teatro Verdi di Trieste. Presentato domenica scorsa al Teatro Verdi di Trieste con  due fra i più grandi nomi della lirica internazionale che hanno allietato il caldo pomeriggio triestino. Probabilmente a causa delle cancellazioni dovute alla terribile fase Covid che stiamo vivendo a tutte le latitudini  Marcelo Alvarez e Maria Josè Siri si sono potuti presentare al Verdi in un concerto dal programma popolare che più popolare non si può. La cancellazione del maestro Ciampa ha consentito al  maestro Jordi Bernacer di condurre con grande professionalità nonostante le poche prove. L’ Ouverture dei Vespri Siciliani è stata eseguita con giusto slancio verdiano. La famosa aria tenorile “E’ la solita storia del pastore” , veniva invece affrontata con troppo impeto da Alvarez mettendo in risalto non solo lo splendido timbro ma anche alcune forzature nell’emissione. Il soprano Siri apriva invece con una coinvolgente interpretazione di “Pace, pace mio Dio” dove poteva ben evidenziare la sicura vocalità e la facilità di esecuzione della temibile aria. Buona la prova del coro del Verdi in “O signore dal tetto natio” mentre la meno eseguita “O souverain, o juge, o père dal Cid di Massenet  permetteva ad Alvarez di esprimersi con agio nella tessitura drammatica della romanza. Toccante è stata poi l’interpretazione della Siri in “La mamma morta ” dagli accenti sentiti pur senza esagerazioni veriste come pure nel celebre ” Vissi d’arte”. Non poteva mancare ” Nessun dorma “eseguito discretamente da Alvarez. Emozionante anche l’esecuzione del coro nel celebrerrimo ” Va pensiero”. Convincente anche l’Intermezzo della pucciniana Manon Lescaut . Il concerto si concludeva degnamente con il duetto ” Mario ! Mario! Mario” dalla Tosca. Visto il successone il pubblico si sarebbe aspettato qualche bis in più al di là del verdiano “Libiamo, libiamo…..