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venerdì 11 settembre 2020
Che il festival di Lubiana fosse una grande realtà europea nessuno lo poteva mettere in dubbio già da anni . Che riuscisse ad infilare due perle quali Netrebko e Kaufmann nel giro di pochi giorn,i è però una realtà da far invidia a festival ben più popolari ed antichi come ad esempio quello di Salisburgo. Contrastando le stupide mode intellettualistiche della solita parte politica imperante ormai in Italia da troppi anni, che non vedono di buon occhio concerti incentrati su famose arie operistiche ma preferiscono evitarli, Lubiana ha presentato la coppia Anna Netrebko Yusif Eyvazof con l’Orchestra Filarmonica Sloven diretta da Michelangelo Mazza in un concerto prevalentemente verdiano. La signora Netrebko si presentava iniziando in forma smagliante con “Tu che le vanità”, una fra le più temibili arie del repertorio verdiano, mentre Eyvazov con la grande scena di Alvaro dalla Forza del destino. Ma la più eccezionale interpretazione della grande scena di Rusalka rivelava sfumature e colori nella pagina di Dvorak assai difficili da sentire da altre interpreti. La coppia si è anche cimentata in pagine non più così popolari come un tempo come ad esempio” Non ti scordar di me” di Curtis. Il grande duetto dalla Butterfly ha concluso poi il concertone che inizialmente funestato da un temporale è terminato poi nel migliore dei modi con diversi bis. Il tenore Eyvazov non particolarmente amato dai loggionisti scaligeri solo per il fatto di essere marito di Anna Netrebko è apparso assai migliorato e confermato nella tecnica e nella dizione oltre che nell’impostazione vocale. Volendo parlare di Anna Netrebko bisogna solo far attenzione a non esagerare nelle lodi. In lei la facilità dell’emissione nel canto si completa con una tecnica che le permette di terminare un concerto dando l’ impressione di poter ricominciare un altro senza alcuno sforzo. Cosa possiamo dire di Jonas Kaufmann che non sia stato ancora detto? Il concerto dell’ottima Orchestra sinfonica Slovena diretta da Jochen Rieder il 26 agosto ha affrontato un programma particolarmente impegnativo, incentrato nel repertorio italiano e francese. Il grande tenore bavarese ha dimostrato così ancora una volta non solo la sua versatilità ma anche l’appropriatezza dello stile interpretativo pèrfettamente calzante sia nel verismo italiano come in quello francese. Morbidezza dell’emissione e pulizia dalle incrostazioni e dagli accenti veristi permettono al tenore drammatico di far risplendere la linea musicale più intatta e pura senza alcun appesantimento. In particolare abbiamo apprezzato la prorompente drammaticità della romanza di Turiddu o della romanza del fiore dalla Carmen di Bizet. Ma è stata l’impegnativa “O souverain ” da le Cid di Massenet che ha permesso a Kaufmann di dipanare forse la più spettacolare ed intensa delle sue interpretazioni. L’ acclamazione finale ha consentito a Kaufmann non solo di esibirsi in diversi bis fra cui “E lucean le stelle” ” due pezzi di Franz Léhar fra cui “Dein ist mein henzes Herz” e ancora “Non ti scordar di me”, “Core n, grato”e ancora Nessun dorma. Unica osservazione finale : perchè niente Wagner ?
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giovedì 30 luglio 2020
Un luglio di rinascita quello del teatro Alla Fenice che si è felicemente concluso con un concerto vocale dal programma attualmente piuttosto insolito anche se molto popolare nei cartelloni del tempo andato. Il pianista Davide Cavalli al centro della platea del prestigiosissimo teatro veneziano si è cimentato nell’esecuzione di due impegnativi pezzi della lettereatura pianistica. L’Etude op. 2 n. 1 di Scrjabin ,dai soffusi chiaroscuri estetizzanti mentre le Funerailles dalle Harmonies poétiques et religieuses di Franz Liszt evidenziavano invece gli aspetti più virtuosistici del pianismo ottocentesco espresso in questo caso con una contenuta eleganza. Per il resto il concerto si dipanava su alcuni fra i più celebri duetti verdiani in particolare da Don Carlo, Ballo in maschera, Forza del destino, e Otello. Francesco Meli e Luca Salsi pur cimentandosi attualmente nel repertorio verdiano nei maggiori teatri italiani ed esteri non sarebbero stati in passato classificati come “verdiani”. In particolare Meli proviene da una prima parte della carriera di impostazione belcantista soprattutto rossiniana e lo ha ben dimostrato nell’accurato uso delle dinamiche sfumate e delle agilità nel dettaglio dei bis rossiniani dal Barbiere e nella Furtiva lacrima donizettiano presentata come ultimo bis. Ciò non toglie che la corretta impostazione e il senso della frase e degli accenti non prevalevano su alcuni passaggi compiaciuti. Anche il baritono Luca Salsi mancava talvolta di quell’arroganza e di quell’ alterigia autenticamente verdiana tipica di certi grandi interpreti del passato. Apprezzabile invece l’eleganza del fraseggio e la morbidezza dell’emissione. E’stato proprio nell’esecuzione del bis rossiniano tratto dal duetto del Barbiere (all’idea di quel metallo..) che Salsi ha dimostrato non solo facilità nelle agilità rossiniane ma anche un bel colore brunito e uno slancio molto belcantista. Pregnante anche la sua esecuzione della canzone di Tosti : L’alba separa dalla luce l’ombra. Ci auguriamo che questo sia solo l’inizio di futuri concerti vocali operistici non solo alla Fenice ma anche in altri teatri. Cordiale è stata poi l’incontro con gli artisti nella calle prospiciente al teatro.
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mercoledì 12 febbraio 2020
Abbiamo sempre riconosciuto a John Neumeier un ruolo predominante nel panorama internazionale dei grandi coreografi e non potrebbe essere altrimenti. La sua Marguerite et Armand sull’indimenticabnile concerto per pianoforte e orchestra di Chopin è fra le più commoventi rappresentazioni dell’infelice amore della Signora delle Camelie. Il Gran Teatro alla Fenice ha storicamente avuto con il coreografo tedesco un ruolo preferenziale, che ha permesso di portare a compimento la creazione delle Fantasie coreografiche di cui il grande coreografo ha curato anche le scene le luci e i costumi. Alessandra Ferri, non più giovanissima, ma sempre in possesso di una carica drammatica non indifferente è stata così al centro di una creazione irripetibile, concepita sulle sue capacità espressive. Ferri tralascia ogni aspetto virtuosistico per concentrarsi su quelli meramente lirici di una vita intensa nei diversi amori della grande diva vissuti da protagonista come una moderna eroina. Le musiche di accompagnamento che in Neumeier come in tutti i grandi coreografi non sono mai secondarie, ma sempre al centro dell’azione erano di Britten e di Part e sono apparse quasi sempre suggestive e pregnanti anche se talvolta mancavano di parti brillanti o almeno non tristissime. Un’ atmosfera plumbea nella lunga prima parte che terminava con gli imponenti funerali della diva. Nella seconda parte si respirava un’aria molto più lirica in cui la diva rievocava i suoi passati quattro amori : il seduttore, il soldato , il mentore e soprattutto il suo pubblico. Notevoli tutti e quattro i danzatori : Karen Azatyan , Alexandr Trusch Alexandre Riabko, come pure Marc Jubete. Rimarchevole la prestazione dell’Hamburg Ballet come da aspettative. L’Orchestra della Fenice era ottimamente diretta da Luciano Di Martino.
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lunedì 10 febbraio 2020
Lucrezia Borgia è fra le più celebri riesumazioni della Donizetti renaissance e quest’anno indubbiamente il fiore all’occhiello della stagione triestina. L’allestimento firmato da Andrea Bernard è frutto di un’ampia collaborazione fra diversi teatri lirici italiani, tra cui quelli di Bergamo , Reggio Emilia Piacenza e Ravenna. E’ apparso non banale e scontato come accade talvolta. Parte del pubblico poco avvezzo ad allestimenti con un minimo di originalità, non si sforza di comprendere che il teatro non è solo fatto di scene dipinte e parrucche polverose ma deve essere sempre stuzzicante e stimolante . Detto questo l’allestimento di Bernard brillava anche nella recitazione dei singoli e del coro. Indubbiamente vi erano eccessi registici del dramma a tinte fosche. La terribile Borgia sfiora l’incesto nell’amore per il figlio Gennaro ignaro delle proprie origini nobili. La regia ha poi cercato di evidenziare le caratteristiche liriche di una protagonista come Carmela Remigio ben lontana dalle qualità del soprano drammatico d’agilità, a cui di solito viene assegnata questa impegnativa parte. In particolare non possiamo non ricordare che la cabaletta finale “Era desso il figlio mio” è stata eseguita un’unica volta senza il “da capo”con variazioni, privando cosi’ il finale della irrinunciabile drammaticità. In tutti i casi l’aspetto più umano e intimistico del personaggio non è stato trascurato. La direzione orchestrale non proprio azzeccatissima, non riusciva da parte sua a svelare quegli accenti nascosti nella partitura del cigno bergamasco, che hanno fatto di quest’opera una chicca di assoluto rispetto sospesa fra il bel canto e il romanticismo italiano. Stefan Pop era un Gennaro di assoluto rispetto anche se sbilanciato sulla drammaticità piuttosto che sul sentire intimo ed elegiaco come la parte richiederebbe. Incisivo e sensuale il Maffio di Cecilia Molinari. L’Alfonso di Dongho Kim non lasciava spazio a incertezze. Ottimo anche il gruppo degli amici di Maffio e di Gennaro che ben si equilibravano fra di loro. Di un certo impatto anche le coreografie di Marta Negrini. Buona prestazione del coro mentre un pò meno del solito quella dell’orchestra del Verdi.
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domenica 22 dicembre 2019
Lviv National Opera indica la locandina del Verdi di Trieste. Trattasi in realtà della molto più celebre Leopoli , una grande città ben nota passata sotto la dominazione austroungarica e dove anche gli influssi architettonici italiani sono ben presenti. Questa osservazione avrebbe forse attirato al teatro Verdi un maggiore afflusso in una città non appassionatissima al balletto come all’opera. Nonostante una certa personale e ingiustificata difidenza nei confronti di un corpo di ballo che non conoscevamo, il nostro giudizio è stato più che buono. L’allestimento di Lviv , pur con scene dipinte e assolutamente tradizionali, funzionava perfettamente dal punto di vista drammaturgico anche nelle parti mimate. Esse apparivano parte integrante assolutamente non trascurabile nella trasposizione coreografica dal testo di Cervantes. Un giovane corpo di ballo scattante e veloce sia nel settore maschile come in quello femminile, sia negli insiemi come nelle parti solistiche . Forse l’unico limite di questa esecuzione peraltro pregevole e spassosa, era una velocità esasperata portata talvolta al parossismo. Un ritmo sempre rapidissimo che si stemperava solo nell’atto delle driadi, eseguito piuttosto bene finalmente senza troppi spasimi. Ottima la coppia dei protagonisti ben fusa fra loro con facilità di esecuzione e bei virtuosismi in particolare nei celebri fouettéés finali anche tripli. Kitri era una leggiadra Yaryna Kotys, mentre il giovane agilissimo Olexsander Omelchenko ritraeva un Basilio scattante e dinamico come pochi. Il Don Chisciotte di Yuriy Grygoriev era elegante e non parossistico, mentre il Sancho Panza di Borys Yakubus non eccedeva per ridicolaggine. Anche il Gamache di Vitaliy Ryzyy si distingueva. La direzione orchestrale di Yuriy Bervetsky accentuava forse un po’troppo spesso l’aspetto bandistico della partitura ma dava sempre il senso della danza . Caloroso il trionfo finale alla prima.
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venerdì 20 dicembre 2019
Don Carlo è la quarta opera che Verdi compose su un dramma di Schiller ma è forse la più profonda e la più interessante dal punto di vista drammaturgico. L’introspezione psicologica che Verdi opera sui sei personaggi rende quest’opera probabilmente non solo la più fosca e intensa fra tutte ma anche quella che permette ad ogni interprete sia sulla scena come nel golfo mistico di potersi esprimere al massimo. Nel caso dell’allestimento del grande,teatro veneziano risulta poi assai difficile attribuire la palma del migliore risultato. La regia di Robert Carsen era di quelle che non lasciano spazio a dubbi:la centralità assoluta di Rodrigo vero protagonista manipolatore degli altri personaggi. Verdi presenta infatti nella tessitura del baritono le pagine forse più belle dell’opera e Carsen accentua questo. In più la sontuosa vocalità di Julian Kim sembra studiata apposta per questo ruolo tale da poter paragonare questo baritono ad alcuni grandi del passato . Carsen appresta un Don Carlo minimalista nella sua monocromia,dove solo un velo bianco sul capo di Elisabetta rompe un sostanziale grigio nero imperante.Il marchese di Posa infatti non muore ma si rialza e va a stringere la mano al grande Inquisitore. A parte questa trovata piuttosto personale e forse criticabile ciè che convince pienamente è la resa gestuale non solo dei protagonisti vocali ma anche delle masse coreutiche che si disimpegnano quasi fossero dei veri primi attori. Myung Whun Chung ha confermato le aspettative di grande direttore verdiano profondendo spessore drammatico e matura densità alla partitura. Unica pecca di una direzione assai brillante e sempre emozionante un volume sonoro spesso sovrastante le voci. Un’interpretazione comunque antologica anche nella resa degli insiemi coro e orchestra. Il cast era decisamente all’altezza della situazione. Piero Pretti è stato un valido protagonista ben sicuro nel settore acuto. Filippo II era Alex Esposito intenso e autorevole. Autorevole e insinuante il grande inquisitore di Marco Spotti. Elisabetta di Maria Agresta sempre convincente in tutti i registri . Veronica Simeoni era sensuale e disperata comme il faut. Buono anche il livello dei comprimari. Trionfo alla recita del 7 dicembre per tutto il cast.
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mercoledì 4 dicembre 2019
Il Verdi di Trieste in collaborazione con il teatro accademico nazionale di Odessa ha aperto la stagione 2020 con due capolavori del teatro operistico, . Se per ragioni di salute non abbiamo potuto assistere alla prima rapprresentazione di Turandot non ci siamo lasciati sfuggire quella di Aida. Sfogliando il programma di sala non possiamo non notare quali siano stati in passato i protagonisti di questo titolo sia sul podio che sulla scena : Antonino Votto, Arturo Basile, Francesco Molinari Pradelli e infine Nello Santi che offrì un’interpretazione memorabile del capolavoro verdiano. Franco Corelli e Giangiacomo Guelfi sono nomi che si presentano da soli. Per quanto riguarda i registi citiamo Hugo De Ana Giancarlo Menotti e Virginio Puecher. Aida forse la più popolare delle opere di Verdi fu ad esempio assente per molti anni dal Metropolitan di New York quando la grande Leontyne Price lasciò le scene. L’allestimento firmato da Katia Ricciarelli e Davide Garattini è di quelli che si dovrebbero definire” semplice semplice” per andare incontro alle aspettative del grande pubblico. Costumi sgargianti che sembrano tratti dalle vecchie figurine Liebig evidenziati da luci spiazzanti alla Star Trek. Inutile cercare certe atmosfere sfumate o chiaroscurali insite nella partitura, in quanto la regia sembra prediligere l’aspetto più esuberante e effettistico dell’opera. Forse va bene così : il successo non è mancato, il pubblico triestino cerca conferme più che emozioni teatrali. Visioni personali e moderne dell’opera come si fa ormai un pò dappertutto qui sono assai lontane. Peccato che anche la gestualità dei protagonisti era basata sui vecchi stilemi della commedia dell’arte anni 50. Un pò come se s registi come Strehler non fossero mai esistiti…Diverso il discorso sul lato musicale che vedeva nella direzione di Fabrizio Maria Carminati se non un esempio di raffinatezze e di tavolozze coloristiche, un certo senso teatrale anche se non sempre riusciva a districare i bandoli di una complicata matassa. Le coreografie di Morena Barrone si bilanciavano in una genericità non sempre sgradevole,, nella discreta presenza del corpo di ballo di Odessa. Il cast era nel suo insieme all’altezza della situazione: Anastasia Boldyreva era Amneris e ritraeva una principessa da antologia non solo nella bellezza della presenza scenica e nell’eleganza dell’interpretazione: algida e insieme sofferente innamorata. Non lo stesso possiamo dire dell’Aida di Svetlana Kasyan, che spesso forzata nel seetore acuto dipanava con difficoltà una linea di canto sempre tesa e mai chiaroscurale, nei fraseggi sempre uguali a loro stessi. Gianluca Terranova dava una buona tenuta alla perigliosa vocalità di Radamès. Discreto Amonasro era Andrea Borghini . Ramfis era Cristian Saitta mentre il re Fulvio Valenti. Il coro non ci è sembrato ottimo come in passato. Più che generosa la risposta del pubblico.
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giovedì 9 maggio 2019
Non finiremo mai di lodare il Teatro La Fenice per la sua continua ricerca e riscoperta di opere antiche e desuete . Dorilla in Tempe di Antonio Vivaldi rappresentata la scorsa settimana al Teatro Malibran è indubbiamente fra le più interessanti . Melodramma eroico pastorale in tre atti, andato in scena nel 1734 a Venezia è indubbiamente una vera chicca come solo il “prete rosso” sapeva comporre. Sembra essere stato un pastiche di diversi compositori dell’epoca più o meno di fama ma il risultato finale è ciò che conta e fa piacere alle nostre orecchie, quanto di più gradevole si possa oggi desiderare . Nel golfo mistico troviamo un esperto direttore come Diego Fasolis che riesce non solo a mantenere la tensione drammatica durante il corso di tutta la partitura, ma anche ad alleggerire un’orchestra non specializzata nel barocco facendola risultare perfettamente adeguata a rispettare le esigenze dei cantanti. Per quanto ci riguarda pensiamo che visto il genere pastorale dell’opera sarebbe stato più gradito anche qualche pezzo danzato in più;rispetto a quelli eseguiti al teatro Malibran dai ballerini della Fattoria Vittadini. Anche il coro del teatro ha saputo ben calibrare i propri interventi allo stile vivaldiano. Altro appunto che vorremmo avanzare a questo allestimento è l’assenza più totale dei controtenori in genere così validi e ben utilizzati nelle scene internazionali. Non che il cast non fosse all’altezza delle impegnative tessiture ma appariva spesso una qual certa sensazione di scolasticità che non solo privava di tensione drammatica ma conferiva anche monotonia all’insieme . In particolare Manuela Custer nel ruolo protagonistico veniva ben affiancata dall’Elmiro di Lucia Cirillo. Anche il Nomio di Veronique Valdés ben si disimpegnava . Rosa Bove era un Discreto Filindo all’altezza dell’Eudamia di Valeria Girardello . Note non positive invece per il non sempre intonatissimo Michele Patti come Admeto, il solo timbro maschile qui ascoltato. L’allestimento scenico di Fabio Ceresa sul libretto di Antonio Maria Lucchini non appariva qui disturbare la complessa azione scenica basata su una trama piuttosto intricata e poco attuale. Lo stesso Ceresa sembrava non crederci troppo, inserendo alcune mascherine del tipo verde ospedaliero in aperto contrasto con i restanti personaggi perfettamente pastorali. Anche il tono spesso caricaturale di certe situazioni non sempre era calzante con quello musicale. Bel successo di pubblico in una sala gremita alla recita del 5 maggio alla quale abbiamo assistito.
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giovedì 18 aprile 2019
Madama Butterfly al Verdi di Trieste con la regia di Alberto Triola è stata una piacevole sorpresa . Uno spettacolo semplice sull’onda di quel minimalismo imperante che trova nel mondo giapponese contemporaneo il suo perfetto terreno di elezione. Tutto è in armonia monocromatica nelle tenui sfumature sia dei costumi come delle scene in un mondo intimistico contemporaneo sì idealizzato e stilizzato e molto vicino al nostro contemporaneo modo di sentire. I due mondi così lontani, quello della ingenua e piccola Cio Cio San e quello di Pinkerton appaiono così sempre più incompatibili fino alla tragedia finale che risulta inevitabile. I tocchi personali della regia di Triola erano evidenti soprattutto nel secondo atto, dove una cascata di petali rossi di acero creava un presagio di sangue e di ansia drammatica che culminava nel suicidio della protagonista. Le scene essenziali ma efficaci di Emanuele Genuizzi con Stefano Zullo e i costumi di Sara Marcucci ben coronavano il tutto. La direzione musicale di Niksa Bareza voleva scrostare la partitura da zuccherosi vezzi tipici di una certa tradizione verista che ben poco dovrebbero avere a che fare con partiture come questa. Quello che mancava era però il senso della parola recitata o meglio del recitar cantando, in particolare nel fraseggio della protagonista Liana Aleksanyan. Nello Sharpless di Piero Pretti vi era invece tutta la giusta protervia insita nel personaggio. Ottima la prova di Laura Verrecchia una Suzuki di tutto rispetto come Sharpless di Stefano Meo. Anche le parti di cosiddetto contorno erano all’altezza di una Butterfly coronata dal giusto successo finale di pubblico, numerosissimo alla prima rappresentazione.
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giovedì 28 marzo 2019
Vi era un tempo in cui il teatro Verdi di Trieste si distingueva per le sue chicche e l’originalità delle sue proposte. Quel tempo è passato ( se non fosse per il Principe Igor andato in scena recentemente cui non abbiamo potuto assistere). Si preferisce il repertorio più rassicurante è a dimostrarlo vi è il fatto che nel giro di quattro anni il capolavoro donizettiano Elisir d’amore è stato messo in scena per ben due volte. Come recita la locandina ispirato al “Circo” di Fernando Botero è stata indubbiamente la motivazione di questo nuovo allestimento di uno fra i più celebri titoli del repertorio comico non solo italiano ma in assoluto . A dire il vero l’allestimento di Victor Garcia Sierra dimostrava tutto il suo motivo d’essere e la sua vivacità non solo nelle scene palesemente boteriane ma anche nella gestualità, trasmessa dalle masse coreutiche genuinamente spontanee nella comicità. Una realizzazione non banale ma spiritosa senza essere scontata . Non lo stesso possiamo dire della direzione di Simon Krecic poco generosa di colori sfumature e sensibilità in genere ma anche spesso scollata dal palcoscenico. Il cast era nel suo insieme di buon livello, bella sorpresa il Belcore di Leon Kim dal timbro morbido e pastoso pensiamo che darà in futuro belle soddisfazioni se arricchito da un fraseggio. Il decano Bruno De Simone era un fine dicitore come Dulcamara evitando pesantezze di tradizione. Francesco Castoro era un Nemorino significativo nel timbro vocale anche se non raffinatissimo nei chiaroscuri, mentre Claudia Pavone dava di Adina una decorosa presentazione anche se non nelle agilità e nel fraseggio . Discreta la Giannetta di Rinako Ara . Buono il coro per un sentito successo alla prima rappresentazione.
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