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Il re pastore al Verdi di Trieste

mercoledì 29 ottobre 2014

Dobbiamo ancora una volta ringraziare Mozart di essere esistito. Abbiamo infatti assistito lo scorso 25 ottobre al Verdi di Trieste alla prima rappresentazione assoluta in questo teatro de ll re pastore composto dal genio salisburghese a soli 19 anni . La potenza esplosiva della musica riusciva a far dimenticare la banalità e la scontatezza di un allestimento scenico pressoché inutile . Ricalcando le scene  del teatro Olimpico vicentino ormai straviste( ci sembra di ricordare la Clemenza di Tito) , non si sentiva assolutamente le necessità di aggiunta come quella di alcune pecorelle sospese o delle figure di soldati . La regia di Elisabetta Brusa si distingueva per la sua genericità se non fosse stato per una marcia maratonesca che distoglieva l’attenzione durante la magica aria “L’amerò sarò costante”. Per non parlare poi dei costumi  e delle parrucche maschili decisamente eccessive . In definitiva  vogliamo pensare che lo sforzo caricaturale sia stato voluto per dimostrare l’inutilità di certe realizzazioni sceniche tradizionali troppo datate anche se aderenti al testo.  La musica di Mozart non sia affatto di tono farsesco  in questo caso ma anzi assai serio. Il 1775 anno di rappresentazione a Salisburgo vedeva infatti il massimo trionfo in quest’opera della coloratura più ardita e virtuosistica in tutte le cinque parti . Come capita di dover dire un po’ troppo spesso il versante vocale femminile si è dimostrato superiore a quello maschile . In particolare la Elisa di Eva Mei  si è disimpegnata a livello della sua fama ormai consolidata di soprano coloratura ben sicura in ogni agilità. Alida Berti dal timbro non gradevolissimo esprimeva con personalità Aminta en travesti. Paola Antonucci  alle prese con una tessitura ardita come quella di Tamiri dava nell’insieme una bella prova. Tony Bardon e Alessandro Codeluppi  rispettivamente Alessandro e Agenore risolvevano con buona professionalità parti assai virtuosistiche. La direzione del giovane ma esperto Felix Krieger sosteneva senza inutili protagonismi le impegnative tessiture vocali essendo ben presente in ogni momento . Si sarebbe desiderato maggior afflusso di pubblico per un’occasione unica di ascoltare un Mozart meno noto ma sempre di grande valore musicale. 

Armida di Traetta a Martina Franca

martedì 5 agosto 2014

Fra le molte composizioni  aventi come soggetto l’infelice amore fra Rinaldo e Armida  quella di Tommaso Traetta  riportata alla luce quest’anno a Martina Franca con la direzione di Diego Fasolis,rimarrà indubbiamente un esempio di valore artistico fra i più fulgidi di . Rappresentata nel 1761 si delinea per il fatato mix fra l’originale francese di Lully e gli stilemi dell’opera italiana più virtuosistici. Da una parte infatti quella di Lully è improntata all’adesione al vero e alla drammaticità più teatrale tipicamente francese. Musicalmente tutto si affidava all’esperta bacchetta di Fasolis. L’Orchestra Internazionale d’Italia da lui diretta non sempre dipanava però con ricchezza di colori varietà agogiche ed accenti in tutta quella gamma che la partitura di Traetta vorrebbe trasmettere. Da parte del palcoscenico Marina Comparato come Rinaldo  faceva da sola bella prova di tecnica e stile barocco e belcantistico insieme. L’Armida di Roberta Mameli era invece più a suo agio interpretativamente piuttosto che in una tessitura non perfettamente spadroneggiata.  Risultava infatti esposta troppo spesso a suoni non perfettamente coperti e ortodossi riscattandosi pienamente solo nella grande scena finale cantata con grande immedesimazione . Senza lode e senza infamia gli altri cantanti. La regia di Juliette Deschamps al di là di una scena affatto fastidiosa di Nelson Willmotte lasciava piuttosto a desiderare in quanto a sobrietà di gusto con i costumi di Vanessa Sannino. L’ambientazione spesso grunge o piuttosto clochard mal si abbinava alle ardenti voluttà delle tessiture di Traetta. Anche qui grande successo di pubblico alla prima.

Lotta di Ercole di Steffani a Martina

giovedì 31 luglio 2014

La Lotta d’Ercole con Acheloo di Agostino Steffani è una sfida vinta per il Quarantesimo Festival della Valle d’Itria. Se dovessimo infatti redigere una graduatoria artistica per definire il migliore spettacolo andato in scena quest’anno a Martina Franca, sarebbe questo a vincere il palmarés. A sconfessare ancora una volta il parallelismo che vuole dare agli spettacoli più costosi maggior interesse di pubblico, vi è infatti il grande successo ottenuto nel chiostro di San Domenico in occasione della prima ripresa in tempi moderni del Divertimento Drammatico di Steffani. Il troppo dimenticato compositore di Castelfranco Veneto   secentesco attivo per tanti anni alla corte del duca di Hannover dove l’opera fu rappresentata nel 1689. La breve ma efficace partitura nell’interpretazione pregnante del cembalista e direttore d’orchestra Antonio Greco ha caratterizzato con proprietà di linguaggio belcantistico l’ottima preparazione dei quattro solisti dell’Accademia del belcanto. Pur essendo quattro voci bianche di cui due soprani e due contralti ( in realtà tutte e quattro donne) hanno conferito varietà interpretativa pur nell’unità dello stile belcantistico o meglio del primo barocco. Appropriata la regia di Antonio Greco, autore anche delle danze così significative in una partitura assai breve. Ben tre balletti a significare appunto lo scopo principalmente “cortese “ della composizione, sottolineavano la componente sensuale ma insieme aristocratica della Lotta . Le diverse influenze musicali della corte di Hannover fra cui quelle francesi non certo minime influivano non poco ne contesto della struttura musicale della Lotta. L’Ensemble barocco dell’Orchestra Internazionale d’Italia ben rendeva il fascinoso mood musicale della splendida partitura accolta da grande successo nel capoluogo salentino.

Il Paese del sorriso a Trieste

venerdì 20 giugno 2014

Strana  sorte quella dell’operetta a Trieste. Dopo gli anni gloriosi di un festival non solo unico in Italia ma anche di riferimento all’estero, si è preferito inserire un solo titolo di grande rilievo a conclusione della stagione lirica. Quest’anno si è così ripescato il “vecchio “Paese del sorriso” di Franz Léhar del 2008 che vedeva niente meno che l’attuale star registica internazionale Damiano Michieletto, praticamente ai suoi esordi.  Al di là di alcune poltrone vuote e un non eccessivo entusiasmo del pubblico della prima del 17 giugno, il risultato artistico è stato tutto sommato di buon livello. La direzione di Antonino Fogliani è apparsa più che onorevole anche se spesso avremmo desiderato un maggior abbandono lirico. In tutti i casi l’orchestra del Verdi ha ben seguito il direttore. La regia era basata su un velo iniziale che avvolgeva tutta la scena, ripresentato alla fine come a testimoniare il delicato gusto di una trama esile e assai lontana dalla contemporaneità, come del resto la maggior parte delle trame delle operette. Regia piuttosto tradizionale ma abbastanza ispirata,non scontata e ben lontana dai notevoli stravolgimenti cui Michieletto ci ha abituati negli ultimi anni. La ripresa di Eleonora Gravagnola non restituiva del tutto quella freschezza che ci si sarebbe aspettati. Indubbiamente mancava quel glamour decadente e fanés che nell’operetta è un cardine. Ma la immedesimazione di alcuni personaggi fra cui ci piace ricordare Andrea Binetti nel ruolo di Gustav, era di tutto rispetto. Bakanova un ottima Lisa mentre Scotto di Luzio appariva più a suo agio scenicamente che non vocalmente.  Bello il timbro ma pecche vocali in particolare nel settore acuto consigliano in futuro una maggiore attenzione all’impostazione tecnica. Ilaria Zanetti era un’ottima Mi, brillante e gaia comme il faut. La coreografia di Sandhya Nagaraja  appariva discreta e funzionale al contesto. Auguriamo maggior afflusso di pubblico e gradimento alle prossime recite per un teatro che merita più considerazione cittadina nazionale e internazionale e che sta nel cuore di tutti noi friulani e giuliani.

Mariella Stuarda a Verona

domenica 4 maggio 2014

Quasi tutti i melodrammi ottocenteschi sono stati composti per il trionfo delle primedonne. Maria Stuarda di Donizetti più di altri, vuole evidenziare la competizione per la supremazia fra Elisabetta e Stuarda. Da un lato il carattere prepotente e imperioso di Elisabetta la grande dall’altro l’atteggiamento apparentemente sottomesso ma in realtà anch’esso altero e vendicativo oltre che permaloso, della grande regina di Scozia che viene mandata a morte ingiustamente da Elisabetta. Nell’allestimento andato in scena al Filarmonico di Verona con la regia di Federico Bertolani funzionava tutto o in gran parte. In primis le due primedonne che pur appartenendo a due generazioni diverse si contendevano da grandi la supremazia belcantistica. Da una parte Sonia Ganassi che conquistato un medium da vero mezzosoprano sfoga con facilità nell’acuto grande sicurezza omogeneità e pastosità in tutta la gamma. Dall’altro Mariella Devia che ancora una volta supera se stessa non solo in una vocalità sbalorditiva che non da cenni di cedimenti. Soprano rafforzato anche nelle zone gravi tradizionalmente delicate nei soprani originariamente leggeri, ma trasformata in vero drammatico di agilità dove i sovracuti continuano ad essere sfavillanti. Messe di voce smorzati rinforzati fiati interminabili e quant’altro la tecnica belcantistica più sorprendente può rivelare non però come tecnica fine a se stessa ma al frutto della più pura espressività. Il tenore Dario Schmunk appariva in difficoltà in particolare nella prima parte della serata per poi migliorare nella seconda. Ottimo Marco Vinco come Giorgio e Gezim Myshketa come Cecil. La direzione di Sebastiano Rolli  pur rispettando le esigenze del canto non sembrava brillare per originalità interpretativa e soprattutto non cogliere quel senso drammatico che il melodramma richiede quasi sempre. La regia di Bertolani basandosi essenzialmente sulle efficaci scene di Giulio Magnetto dava una buona resa del dramma. Trionfo per tutti ma in particolare per le due primedonne.

Victor Ullate al Manzoni di Milano

sabato 12 aprile 2014

La suite che Victor Ullate ha presentato al teatro Manzoni è un grande esempio di danza contemporanea eseguita nel migliore dei modi. Una compagnia di grande livello paragonabile alle migliori in campo internazionale. Quella del coreografo spagnolo che l’Italia meriterebbe di avere da molti anni ma che per diverse ragioni non riesce a costruire. Numerosa tecnicamente agguerrita e decisamente versatile. Diverso il giudizio per le creazioni coreografiche che come per tutti i grandi coreografi, sono soggette ad esigenze di originalità e di  espressione del tempo in cui vengono create. Su questo piano la serata Ullate si presentava come un antologia piuttosto datata e legata a un’epoca ormai trascorsa anche se gloriosa. Il programma si apriva infatti con Jaleos un’incalzante e  vertiginosa successione di legazioni rapidissime datata 1996 ma che si rifaceva in realtà alla somma “In the midlle somewhat elevated” di Forsythe del 1987, eseguita peraltro stupendamente dalla compagnia. Alcuni celebri Lieder mahleriani “Eines Fahrenden Gesellen” nella magnifica interpretazione vocale presumibilmente di Dietrich Fischer Dieskau, sono stati ben interpretati in un passo a due di rara intensità emotiva. Sempre su ispirazione béjartiana” Le chant d’un compagnon errant” dove con grande sensibilità si raccontano le traversie di un’amicizia virile. Après Toi  grande assolo maschile di toccante profondità interpretativa sull’inconfondibile secondo movimento della settima sinfonia beethoveniana. Dobbiamo riconoscere che nel concetto di danza Ullate ricalca assai il grande Béjart: la sua frase era infatti: la danza è uomo, contrariamente a quanto pensa la maggior parte della gente comune. Grande attesa vi era poi per Bolero interpretato da tutta la compagnia e collocato in epoca liberty con una coppia al centro impegnata in un passo a due piuttosto sensuale ma dal finale prevedibile e scontato. Notevole affluenza di pubblico e bel successo.      

L’Africaine alla Fenice

martedì 10 dicembre 2013

Come alle donne troppo belle o agli uomini troppo ricchi così al Gran Teatro alla Fenice non si perdona niente. Sarà per questo che anche in tempi di crisi non solo economica ma anche culturale in quello che è forse il più bel teatro del mondo, si propone uno fra i titoli più complessi dell’inesplorato grand ‘opéra francese quello che oggi non si fa neppure oltr’alpe. L’Africaine è capolavoro incompiuto di Giacomo Meyerbeer operista francese, celeberrimo in vita ma presto caduto nell’oblio. Grande ammiratore di Rossini al punto di italianizzarsi il nome, Meyerbeer cominciò a dedicarsi a questo complicato intreccio su libretto di Eugène Scribe già nel 1837 e ci lavorò fino all’anno della morte nel 1864. L’opera fu così rappresentata solo postuma nel 1865 al Palais Garnier. Protagonista è però in realtà Vasco de Gama, amato dalla schiava-regina Selika amata a sua volta dalla schiavo-guerriero Nélusko: anche Inès ama Vasco pur essendo promessa sposa a Don Pedro vicino al re del Portogallo. L’ambientazione perfettamente esotica oscilla fra le Americhe e le Indie. Opere più rappresentate come Les Pecheurs de perles di Bizet o Lakmé di Delibes godono non solo della stessa atmosfera ma hanno anche nella trama punti in comune. La Fenice decide giustamente di puntare più su un cast all’altezza della situazione che sul grande nome di un regista internazionale secondo l’imperante moda di certa intellighenzia che vorrebbe dettare legge proponendo ad ogni costo un cosiddetto teatro di regia alla tedesca. Leo Muscato in effetti in parte cade nella lusinga dell’impegnato ad ogni costo con alcune gratuite proiezioni atte a denunciare gli effetti del colonialismo, ma senza disturbare troppo il tutto . Lo spettacolo appare comunque diviso in due parti . Dal primo al terzo atto con un piano inclinato che diventa ora prigione ora spiaggia ora ponte di nave assalito dai selvaggi. Nel quarto e quinto atto la scena è invece completamente sgombra se non fosse per una grande passerella sospesa e la pianta di manzaniglio con la quale Selika decide di porre fine ai suo giorni. Una produzione dunque dalla poca unità concettuale se considerata come scenografica. Sul piano musicale la direzione di Emmanuel Villaume, direttore di Lubiana, si orienta molto più su una generale tenuta d’insieme ed eccede talvolta nelle sonorità a discapito del palcoscenico. Avremmo voluto sentire più colori e più abbandoni estatici oltre che coloristici in una partitura che in un mondo esotico trova nel cromatismo una delle sue più vitali funzioni. In particolare da molti sono stati lamentati i numerosi tagli che però avrebbero reso la durata complessiva vicina alle sei ore al posto delle oltre quattro. Se grand’opéra si vuol fare non si può comprendere la totale assenza delle danze che al pubblico parigino dell’epoca sarebbe apparsa inconcepibile. Star assoluta di questa Africaine è Gregory Kunde che a dispetto degli anni e di una lunga onorata carriera rossiniana si sta rivelando il più spettacolare tenore “drammatico di agilità” dei nostri giorni. Presenza da vero prim’attore, accenti imperiosi e abbandono estatico nella famosa aria “Beau paradis” gli sono valsi ovazioni meritatissime. Non sappiamo chi potrebbe oggi rivaleggiare con un simile raro esempio di arte tenorile. Veronica Simeoni nell’impegnativa parte del titolo si è ben disimpegnata proponendo una vocalità sicura e omogenea in ogni registro. La fascinosa parte di Nélusko è stata spadroneggiata con grande attinenza da Angelo Veccia. Jessica Pratt è stata poi una sicura e spavalda Inès nell’aria di sortita. Avremmo voluto ascoltarla ulteriormente nelle parti tagliate. Grande successo di pubblico per un’iniziativa che speriamo abbia un seguito nella riscoperta del grand’opéra francese.

Masnadieri al Festival Verdi

mercoledì 6 novembre 2013

I Masnadieri su testo di Andrea Maffei è stato indubbiamente il titolo più gustoso del festival Verdi del Regio di Parma. Anno di celebrazioni verdiane in cui tutto è diventato un po’verdiano o all’opposto wagneriano. Il melodramma tragico tratto dal fosco dramma di Schiller non è certo fra i titoli più popolari del cigno di Busseto, considerate in effetti una fra le più basse percentuali di rappresentazioni del titolo nel bel paese. Se la trama corrusca non invoglia certo a comprendere l’intricato intreccio pensiamo che la ragione vera sia da ricondursi alla difficile ricerca dei due ruoli principali, quelli del soprano e del tenore, chiamati ad un impegno vocale assai oneroso per le proprie ugole. La giovane bacchetta di Francesco Ivan Ciampa si distingueva nella difficile arte dell’accompagnamento vocale dei cantanti, porgendo sempre il fraseggio ed evidenziando le virtù di essi. Senza mai affaticarli li sosteneva allo stesso tempo senza far sentire minimamente questo continuo assecondare. In pratica si riscontrava quella rara o rarissima dote dell’equilibrio fossa orchestra quasi completamente dimenticata in particolare dai divi della bacchetta tanto osannati da certa critica e pubblico. La regia del giovane Leo Muscato ( a quanto pare astro nascente di cui si attende un’inedita Africaine di Meyerbeer alla Fenice proprio in questo mese di novembre) pur essendo sulla linea di quell’imperante minimalismo ispirato dalla spending review,si basava su un ‘unica piattaforma ascendente di tono decisamente boschivo, che ben fungeva all’ambientazione originale dell’epoca. La presenza della star Roberto Aronica anche all’ultima replica, quella cui abbiamo assistito, sembrava un vero regalo. La protervia, la facilità nello slancio verdiano conferita dal tenore al ruolo di Carlo ci facevano ricordare tempi in cui ritrovare tenori verdiani non era impresa ardua. Aurelia Florian nell’impervia parte di Amalia dava una prestazione in crescendo, pur non dimostrandosi ancora così disinvolta nel drammatico di agilità che il ruolo richiederebbe. Ottima la presa di ruolo di Artur Rucinski giovane baritono dal bel timbro scuro. Grande successo finale per tutti.

Gala des étoiles al Geox di Padova

venerdì 11 ottobre 2013

E’ stato assai confortante per noi assistere domenica pomeriggio al Gran galà di stelle al teatro Geox di Padova. Una realtà quella del Festival padovano di danza giunta ormai alla sua decima edizione. Un’iniziativa concreta e positiva che meriterebbe una conoscenza e un prestigio ben superiore a quella che ha attualmente, anche perché capace di attrarre a teatro e avvicinare al meraviglioso mondo della danza la fascia dei giovanissimi e dei giovani.  Difficilmente essi si avvicinano ormai al cinema e all’opera, che sentono sempre più lontane, abituati ormai a confrontarsi solo con il mondo di internet della realtà virtuale. Un programma classico quello di Padova che accostava i più accademici passi a due come quello dal secondo atto del Lago dei cigni o l’assolo della Morte del cigno di Saint-Saens a coreografie più contemporanee come Arepo di Maurice Béjart . Assai lirica era Ludmila Pagliero nei Preludi, iniziale insieme a Alessio Carbone. Qualche imperfezione nell’impegnativo pas de deux del Cigno bianco da parte di Laura Ecquet mentre assai azzeccato per freschezza e slancio il pas de deux della Silfide con Marion Barbeau e Axel Ibot. La Morte del cigno di Isabelle Ciaravola si è dimostrata assai personale e contemporanea nel gioco di braccia spezzate. Non perfettamente legata alla musica è apparsa la coreografia di Martinez per Scarlatti pas de deux pur nella bella interpretazione di Charline Giezendannere e Marc Moreau . Splendida chiusura della prima parte con Alessio Carbone nel persuasivo e celebre Arepo del grande Béjart. Non ci ha molto soddisfatto invece Adagietto nella strascicata coreografia di O. Araiz nella seconda parte, mentre pregnante e suggestiva è stata Thais su musica di Massenet e assai convincente la chiusura con Arlesienne interpretata da Isabelle Ciaravola e Alessio Carbone. Un programma che alcuni colleghi critici definirebbero senz’altro” popolare” ma che a ragione avvicina il grande pubblico all’affascinante mondo della grande danza molto più di tante cervellotiche coreografie intellettualistiche e noiose. Interessante è stata poi la conversazione finale fra Alessio e Giuseppe Carbone, padre e figlio a confronto: due generazioni e due mondi con punti in comune e divergenze. Grande successo per tutti.

Bieito’s Carmen alla Fenice

venerdì 11 ottobre 2013

 A Calixto Bieito , enfant terrible della regia internazionale, vanno attribuiti diversi meriti. In primis quello di non avere timore nell’esagerare negli eccessi e nel lanciarsi in provocazioni di ogni tipo . Il fatto è che oggi a teatro se ne sono viste un pò di tutti i colori, per cui ciò che qualche anno fa sconvolgeva i bepensanti e non, finisce per non turbare quasi più nessuno. In questa Carmen veneziana frutto della coproduzione di diversi teatri fra cui il Liceu di Barcellona, Bieito non vuole solo attualizzare appieno l’azione, ma trasferirla in un vero e proprio accampamento di moderni zingari con tanto di Mercedes e cabina telefonica. Nella musica di Bizet vi è una sorta di Spagna vissuta con occhio e gusto talmente francese che è assai difficile se non impossibile dimenticarsene. Il fascino di questa musica si impadronisce di noi come la stessa Carmen prende possesso dei suoi amanti per non lasciarli più liberi. Eleganza dell’orchestrazione, ricchezza di colori oltre che resa drammatica e genuinità dell’ispirazione, la fanno risultare in diversi sondaggi, l’opera più popolare in assoluto anche nel belpaese culla del bel canto. Nella versione veneziana era presente un’accurata recitazione priva di quella gestualità banale vecchio stile, ma assai ben realizzata nei movimenti non solo dei solisti ma anche del coro stesso. Avremmo voluto trovare nell’interpretazione di Diego Matheuz una maggior resa di quella tavolozza coloristica e drammatica che la partitura richiede. Caterina Giotas è stata una Carmen più convincente sul piano attoriale che su quello vocale, in possesso di un timbro affatto seducente ma anche di un carisma scenico per niente trascurabile. Al contrario Stefano Secco Don Josè è apparso scenicamente poco fascinoso e vocalmente piuttosto debole. Note più favorevoli per Escamillo di Alex Vinogradov corretto vocalmente. Micaela era una discreta Ekaterina Bakanova.Teatro esaurito e gran successo per la replica del 29 settembre.