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L’ambizione delusa a Martina Franca

martedì 6 agosto 2013

Il successo pieno del Festival della Valle d’Itria di quest’anno, trentanovesimo per la precisione, conferma non solo la validità della gestione del giovane direttore artistico Alberto Triola ma anche la quasi totale infondatezza del solito assioma : tanto denaro uguale grande festival e poco denaro misero festival. Non si capisce affatto il motivo per cui la prestigiosa manifestazione di Martina Franca non venga ancora equiparato ai maggiori festival come Pesaro, Ravenna, Spoleto o Torre del Lago. Martina Franca che frequentiamo dal lontano 1988, contrassegnato dagli anni d’oro del Maestro Rodolfo Celletti non ha nulla d a invidiare a Festival ben più famosi come quelli sopraccitati. Pur all’insegna della tradizione il festival martinese sta dando infatti prova di sapersi rinnovare e anche migliorare. Esemplare è stata infatti anche quest’anno la capacità organizzativa nel saper allestire e rappresentare, anche se in spazi diversi tre opere diverse in tre giorni in due spazi separati. Dobbiamo mettere l’accento anche sui concerti della mezzanotte, che pur sfidando la stanchezza di alcuni, hanno premiato la costanza di altri ascoltatori regalando chicche inaspettate come il concerto dei quattro controtenori o il Salve Regina scarlattiano nella preziosa chiesetta di San Francesco da Paola. Entrando nel merito L’ambizione delusa di Leonardo Leo è apparso in tutta la sua pienezza e compiutezza artistica. Capolavoro del 1742 dimenticato alla Biblioteca Nazionale di Parigi non era mai stato eseguito prima d’ora. L’esecuzione che abbiamo potuto assaporare nel chiostro di San Domenico si può infatti inscrivere negli eventi musicali di questi ultimi anni. Non ci stancheremo mai di ripetere che la riscoperta di partiture dimenticate come questa vale da sola tante esecuzioni mediocri di opere di repertorio straeseguite un po’dovunque e fatte solo per riempire il botteghino. La commedia pastorale in tre atti su libretto di Domenico Canicà era rappresentata nella pregnante regia di Caterina Panti Liberovici. Trasformava così il chiostro di San Domenico in uno spazio teatrale vissuto dal suo interno come vero e proprio luogo dell’azione non teatrale ma come una sorta di vero moderno reality ante literam. I giovani cantanti attori si sentivano perfettamente calati nelle rispettive parti. La direzione di Antonio Greco leggera precisa elegante avrebbe potuto privilegiare maggiori variazioni nelle esecuzioni dei da capo secondo la prassi dell’epoca. Una varietà agogica toglie spesso quella certa monotonia che a volte può sorgere in più di tre ore di musica seppur elevata. Ma ciò è anche questione di gusto e ognuno ha il suo. Federica Carnevale e Candida Guida, rispettivamente soprano e contralto sono due voci che meritano di essere tenute d’occhio per preparazione e qualità artistiche. Si sono distinte poi anche nella mirabile esecuzione del Salve Regina di Scarlatti. Giampiero Cicino e Riccardo Gagliardi erano rispettivamente Ciaccone e Lupino. L’Orchestra ICO della Magna Grecia di Taranto si presentava con grande eleganza e risposta alle richieste del direttore Antonio Greco. Ricordiamo che tale rappresentazione si è tenuta anche nel magico spazio dei sassi di Matera con grande successo.        

Persuasivo Macbeth al Verdi di Trieste.

venerdì 12 aprile 2013

Troppo spesso viene citata una famosa lettera in cui Verdi richiedeva per Lady Macbeth una voce “brutta”assegnando al ruolo centralissimo e praticamente protagonistico del soprano drammatico d’agilità la massima importanza realistica. Quasi in ogni opera Verdi anteponeva infatti gli ideali belcantistici quelli del romanticismo . Di fatto la vocalità della Lady costituisce un unicum in quanto ad essa è richiesta effettivamente un’ aderenza drammatica assolutamente primaria  rispetto al testo teatrale e alla parola . Nell’edizione triestina andata in scena a partire dall’8 marzo Lady Macbeth era Dimitra Theodossiou. Sotto molti aspetti il soprano greco di cui in passato non abbiamo tralasciato di evidenziare alcune carenze vocali. Ha impersonato il difficile ruolo dando questa volta una vera lezione di canto e di interpretazione. Facendo di necessità virtù Theodossiou è riuscita a trasformare alcuni limiti di un mezzo vocale ormai usurato, in pregi interpretativi . Ciò le va dato atto, è dote assai rara per non dire rarissima. Pregiato è apparso poi il materiale vocale di Fabian Veloz, giovane baritono protagonista anche se non in possesso della sapienza necessaria a rendere incisiva la sua profondità interpretativa. Assai bella anche la linea del tenore Armaldo Kllojeri. Dal Banco di Paolo Battaglia ci saremmo aspettati qualcosa di più. La direzione di Giampaolo Maria Bisanti è apparsa ben adeguata alle esigenze dei cantanti non mancando di compattezza e giusto controllo del coro e delle scene d’insieme.  Unica nota dolente il taglio quasi integrale degli splendidi balletti. Ultima ma non ultima la regia di Henning Brockhaus che ha saputo ritagliarsi un suo proprio motivo d’essere. Pur in un collage di estrapolazioni  da altre regie vi è un certo equilibrio. Belle le scene di Svoboda. Buon gusto nell’abbondanza di scene mimate,oggi assai difficile da riscontrare. 

Vittorio Grigolo in recital alla Scala

venerdì 11 gennaio 2013

Vittorio  Grigolo è il giovane tenore italiano portato alla ribalta internazionale dalla celebre versione di Rigoletto con Placido Domingo nel ruolo di Rigoletto prodotto dalla Rai e visto in Mondovisione. Recente il trionfale debutto alla Scala nel bel ruolo di Roméo nell’omonima opera di Gounod, dove ha perfettamente centrato il personaggio e la vocalità . La bella presenza e il bel timbro vocale da vero tenore lirico sono in lui pregi evidenti. Lunedi sera al difficile banco di prova di un recital di canto alla Scala è stato accompagnato dall’assai esperto Vincenzo Scalera. La prorompente personalità del giovane tenore è apparsa da subito in tutta la sua irrefrenabile energia. Il dominio dei mezzi vocali, l’impostazione corretta e la genuina comunicatività non sono certo mai mancati. Ciò che è mancato invece in particolare nella prima parte dedicata al belcanto italiano del primo Ottocento è stata piuttosto l’aderenza stilistica che fa di Bellini qualcosa di diverso da Donizetti, da Verdi e da Rossini. Un’agitarsi continuo anche scenicamente ha inficiato una prova che se dosata da un maggior controllo avrebbe potuto dare risultati artistici invidiabili. Il belcanto italiano inoltre dovrebbe essere comunque esempio di aristocratica sensibilità, di abbandono estatico, mai di istintività non repressa anche se genuina. Intendiamoci niente da dire sull’emissione e la correttezza della tecnica vocale. Sarà forse per questo motivo che la seconda parte del concerto dedicata a canzoni più tarde, fine Ottocento primi Novecento quali quelle di Paolo Tosti o di Leoncavallo, sono sembrate molto più calzanti ed adeguate alla personalità dell’artista. Assai generosa è stata poi la conclusione con i numerosi bis fra cui la celeberrima Mamma ,”Una furtiva lagrima” eseguita con cura belcantista, Amor ti vieta”da Fedora e infine l’immancabile “O sole mio”. Esemplare è stato l’accompagnamento di Vincenzo Scalera.  

Ratto dal Serraglio

domenica 26 febbraio 2012

Die Entfuhrung aus dem Serail è indubbiamente un titolo ostico per chi non conosca il tedesco. Anche se il capolavoro mozartiano non è fra i più popolari nel Belpaese come Don Giovanni o Le nozze di Figaro, vi sono in esso tali elementi da consigliarne l’ascolto a chiunque sia in grado di apprezzare la grande musica. Questo singspiel, ossia una commedia musicale con dialoghi parlati rappresentata ormai ovunque in sola lingua tedesca, contiene pagine che toccano il profondo del cuore. In questa ripresa in Bluray dal teatro Liceu di Barcellona del 2010 la regia del celebre Christof Loy, pur attualizzando l’ambientazione originale recupera interamente i dialoghi recitati che si possono seguire con i sottotitoli in diverse lingue . Loy cura la recitazione così da conferire una dimensione realmente teatrale. Konstanze e Blondchen, soggetti femminili abitualmente ritratti come soggetti passivi, diventano qui due vere protagoniste dimostrando di essere attratte in qualche modo dai loro stessi rapitori . In altre parole si superano i soliti clichés romantici per affrontare invece una introspezione psicologica nuova.  La direzione di Ivor Bolton è sufficientemente leggera, precisa e attenta alle esigenze del palcoscenico. Diana Damrau è una Konstanze drammatica e lirica più che spericolata sul versante coloratura. Più agile e perfetta nelle pirotecniche agilità è invece la Blondchen di Olga Peretyako. Un pò deludente è il Belmonte di Christoph Strehl che manca di nobiltà e distinzione belcantistica. Osmin è il valido Franz Josef Selig mentre Norbert Ernst un discreto Pedrillo. Christoph Quest impersona ottimamente Selim.

Magnifica Bolena inaugura il Verdi a Trieste

sabato 28 gennaio 2012

Potremmo definirla :”Nata sotto un dio minore “ questa Anna Bolena inaugurale al teatro Verdi di Trieste il 17 gennaio scorso. Nata sulla carta con una distribuzione musicale fra le migliori che si possano oggi concepire,vista la presenza di Bruno Campanella , del tenore Celso Albelo e di Mariella Devia nel ruolo del titolo. Incidenti di percorso di diversa natura l’hanno portata così all’incerto risultato artistico con cui noi l’abbiamo vista rappresentare. Da un lato una protagonista di levatura eccezionale al confronto con un ruolo ostico a molte ma soprattutto in un contesto di difficile risoluzione. La regia di Graham Vick da noi già visionata al Filarmonico di Verona alla sua prima presentazione nel marzo 2007,appariva pregnante nel suo impianto scenico originale con scene moderne e costumi di Paul Brown attinenti l’epoca di ambientazione. Purtroppo la ripresa scenica di Stefano Trespidi sembrava non cogliere l’essenza drammatica originale ma piuttosto gli aspetti grotteschi ad esempio del personaggio principale di Enrico VIII . Anche a causa della goffaggine fisica e vocale dell’interprete apparivano al di fuori di ogni logica drammaturgica. La direzione del canadese Boris Brott non coglieva quegli aspetti di impostazione originariamente belcantistica intesa nel senso rossiniano del termine. Neppure quella coloristica tipicamente donizettiana che avrebbero potuto risultare in tutta la loro evidenza. Apprezzabile comunque la scelta dell’esecuzione praticamente integrale con tagli riaperti. Mariella Devia è non solo da oggi una testimonial della grande scuola italiana del belcanto nel mondo, rivissuta con stile e sensibilità modernissime. La sua Bolena non risente di influenze di primedonne del passato più o meno remoto. E’una Bolena interiorizzata non certo declamata o esasperata come certa tradizione potrebbe ispirare ma più lirica .La vocalità della primadonna ligure risulta omogenea in ogni momento. Non lo stesso possiamo dire della Seymour di Laura Polverelli che pur scenicamente convincente appariva spesso lontana da quello stile e quella eleganza che in Donizetti non dovrebbero mai mancare. Discreto lo Smeton di Elena Traversi Dolenti note sul versante maschile dove Il Percy di Riccardo Casals appariva in seria difficoltà in termini di intonazione e controllo dell’emissione. Peccato perché il giovane tenore avrebbe mezzi vocali non trascurabili.Grottesco si diceva Luiz Ottavio Faria come Enrico VIII. Max René Cosotti risultava invece un ottimo Hervey .Buon successo di pubblico con qualche rimbrotto al tenore.

Festival dell’operetta a Trieste

venerdì 5 agosto 2011

Innanzitutto un plauso per un Festival quello dell’operetta che non ha uguali in Italia, stato in cui la cultura radical-chic ha da sempre snobbato un genere che annovera capolavori come quelli di Johann Strauss o di Jaques Offenbach. Inoltre quest’anno si è ricuperato il meraviglioso spazio del Castello di San Giusto da anni in disuso per rientrare al Verdi con Offenbach e un’insolita Opera da tre soldi di Kurt Weill .

L’inaugurazione con Una notte a Venezia era sulla carta lo spettacolo clou della stagione con un cast di tutto rispetto costituito da specialisti DOC compreso il direttore Alfred Eschwe un vero protagonista alla Volksoper viennese. Uno spettacolo, ci dicono, organizzato in poco tempo sulla rielaborazione drammaturgica di Gianni Gori in lingua italiana  e basato in particolare sulla narrazione scenica di Giuseppe Pambieri che raccontava nei particolari la trama.  Il risultato non era però quello che ci si aspetta da uno spettacolo d’operetta che fondamentalmente deve divertire e non impegnare. Sarà stato anche forse per la poco intrigante regia di Francesco Esposito che, basata su uno sfondo scenico con proiezioni fotografiche era assai avara di gags e di trovate sceniche.Lo spettatore non riusciva a calarsi nel pittoresco e fascinoso mondo di una Venezia decadente e affascinante. Anche la direzione del pur esperto Alfred Eschwe mancava di slancio e convinzione. Daniela Mazzucato sempre splendente nella sua classe e nel suo stile conferiva ad Annina un’allure inconfondibile. Max Renè Cosotti dava di Caramello una rara attinenza stilistica e proprietà scenica. Marco Frusoni era un Guido assai fisso, legato scenicamente e piuttosto inespressivo. Simpatico il Pappacoda di Stefano Consolini. Discreta la Ciboletta di Erika Pagan.

Diverso il discorso per La metamorfosi di una gatta di Jacques Offenbach spettacolino senza pretese più adatto a un teatrino che non a una importante scena come quella del Verdi dove appariva un pò fuori luogo. Operetta non fra le più piacevoli e varie del grande autore re dei Bouffes Parisiens ottocenteschi ,godeva comunque al Verdi della regia graziosa di Irene Noli con la pittoresca caratterista Ilaria del Prete e con Sonia Dorigo convincente sia scenicamente che vocalmente. Il protagonista Matè Gal pur nel non agilissimo italiano dava un soddisfacente ritratto del giovane studente bohémien.

L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, ultima ma non ultima, per interesse e valore concludeva il ciclo delle tre opere rappresentate mentre il Festival si chiuderà  alla fine del mese di luglio con un concerto celebrativo dei 150 anni dall’Unità d’Italia. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Napoli con la regia di Luca De Fusco che sembra essere costato assai caro, è risultato però assai imponente nella scenografia e nel numero degli interpreti presenti in scena.

Brecht autore novecentesco politically correct come pochi, piace a certi intellettuali nella suo mettere in ridicolo un mondo dove banchieri delinquenti e piccoli truffatori e quant’altro sono posti un pò sullo stesso piano. L’ambientazione nel napoletano Real Albergo dei Poveri, davanti al quale appaiono un’infinità di vetusti computer abbandonati, riporta a una Napoli tristemente celebre oggi più che altro per i propri rifiuti . I continui riferimenti testuali alla Londra dei primi Novecento risultano però piuttosto stridenti con ciò che si vede in scena. La recitazione è accurata e quasi tutti gli interpreti ritraggono con precisione i diversi personaggi. Mackie Messer è un Massimo Ranieri scenicamente convincente ma spesso imbarazzante sul piano vocale nonostante la amplificazione a tratti persino esagerata in un teatro acusticamente perfetto come il Verdi triestino. Lina Sastri nel piccolo personaggio di Jenny delle spelonche porta bene i suoi anni con presenza scenica e carattere. Più che buona la Polly di Gaia Aprea sia nella presenza come nella recitazione. Centralissimo e irrinunciabile il Geremia di Ugo Maria Morosi. La direzione dell’orchestra del Verdi da parte di Francesco Lanzillotta era adeguata.  La durata complessiva dello spettacolo (oltre tre ore) faceva pensare all’opportunità di alcuni tagli in particolare sulle parti recitate più che su quelle musicali. Il pubblico della prima dimostrava di saper apprezzare l‘attento lavoro di regia.

“Viva l’Italia” era invece il titolo allo spettacolo finale di questo Festival dell’operetta. Uno spettacolo garbato di buon gusto non privo di aspetti polemizzanti nei confronti dell’attuale momento politico e, guarda caso, di  quello del Ventennio. Ottimo equilibrio fra le parti recitate e quelle cantate, dove le masse corali ben si distinguevano. Daniela Mazzucato brillava nell’interpretazione di canzoni come Ideale o sogno di Tosti. Elegante, mai prevaricante ma sempre brillante,ella  metteva ancora una volta in luce il fascino di una cantante attrice come oggi non se ne vedono più. Calzante la drammaturgia di Gianni Borgna ed equilibrata la regia di Fabrizio Angelini atta a ricostruire la travagliata storia dell’unità d’Italia attraverso le composizioni musicali. Riccardo Simone Berdini si è poi distinto in diverse canzoni fra cui la toccante Tammurriata Nera. Buona anche la prova di Andrea Binetti nella presenza scenica sempre sentita. Buon successo in uno spettacolo ben costruito e ben diretto da Romolo Gessi.

Napoli milionaria a Martina Franca

domenica 1 agosto 2010


Intrigante la scelta di aprire il 36esimo Festival della Valle d’Itria con  Napoli milionaria opera scritta da Nino Rota per il Festival di Spoleto nel 1997 e mai più ripresa. Indubbiamente diversa dalla celebre commedia , portata sul grande schermo dallo stesso Eduardo De Filippo già nel 1950, sarebbe potuta a prima vista sembrare una scelta azzardata vista la pluriennale tradizione del festival teso a riportare in vita partiture dimenticate settecentesche e ottocentesche piuttosto che contemporanee. La nuova direzione artistica di Alberto Triola succeduto a Sergio Segalini dopo 16 anni è apparsa in definitiva più che motivata non solo per l’originalità e il coraggio dell’accurata scelta ma anche per l’apprezzabile produzione come pure per la qualità del cast nel suo insieme. Nino Rota celebre compositore di musiche da film e di balletti ben lontano da certa intellighentia critica e letteraria pagò l’allontanamento di questa sua importante opera dal mondo della lirica nonostante il favorevole esito del pubblico che a Spoleto stessa applaudì l’opera. In questa partitura non vi sono dissonanze e dodecafoniche astrazioni. Rota fa sue continue citazioni sia di compositori “elevati” come pure di musiche meno colte ma assolutamente popolari sia locali come pure internazionali. Il libretto di De Filippo appare nell’opera molto più orientato sul lato drammatico piuttosto che su quello anche comico e sentimentale che appare nel film del 1950 o nella commedia del 1945. Una semplicità, una spontaneità quella di Rota in cui manca quella vena di melodia immediata e riconoscibile presente ad esempio nel balletto La Strada. Il grande successo ottenuto a Martina nel cortile del Palazzo Ducale il 17 e 19 luglio è indubbiamente dovuta all’ottimo allestimento curato sia sul piano scenico come pure su quello musicale. La regia di Arturo Cirillo era intrisa di drammaticità fin nei minimi dettagli come pure la recitazione dei singoli e non si sottraeva in particolare nel primo atto a quelle serie di caratterizzazioni che fanno della commedia napoletana uno dei topoi della commedia all’italiana nel mondo. Alfonso Antoniozzi, come il protagonista Gennaro, dava l’effettiva dimensione di una drammaticità più interiorizzata che esasperata. Mentre Tiziana Fabbricini pur se ben lontana dall’originale vocalità per cui la parte fu concepita e cioè per una giovane Giovanna Casolla o sembra addirittura la stellare Birgit Nilsson.) nell’ambito delle sue limitate possibilità vocali ha però ritratto con perizia un‘Amalia significativa e intensa sia vocalmente che scenicamente. Leonardo Caimi era un Errico Settebelllezze di non poco fascino e stile mentre anche le parti di contorno erano degnamente rappresentate. La direzione del giovane Giuseppe Grazioli era accurata vivace e precisa . Unico appunto la mancanza dei sopratitoli per un dialetto napoletano difficilmente comprensibile a chi napoletano non è.

sabato 6 marzo 2010

L’ennesima edizione di Orfeo e Euridice dirà qualcuno. Ebbene sì, le grandi sfide sono sempre piaciute a Roberto Alagna uno fra i più celebri tenori in circolazione. Ultimamente per la verità un po’ in ombra dalle prime pagine dalle prime pagine delle cronache per diversi motivi. Il fratello del  grande tenore franco italiano classe 1963, David Alagna ( ma di sicuro l’ispiratore è Roberto) presenta qui una sua personale e sentita revisione dell’immortale capolavoro di Gluck . Fu infatti Orfeo e Euridice il dramma che segnò la cosiddetta riforma del teatro musicale nel 1774  a Parigi, tanto per cambiare. Furono cosi accantonate tutte le forme e gli stilemi barocchi per rappresentare la realtà e la verità dei sentimenti umani e non più le forme stereotipate del teatro barocco. In verità dell’originale versione di Gluck esistono diverse versioni sia autografe che rimaneggiate Questa firmata da Alagna nonostante una iniziale diffidenza con la quale anche noi stessi ci siamo trovati a fare i conti appare in realtà molto più tradizionale di quella apparsa ad esempio quest’estate al Festival di Martina Franca, a firma di Toni Cafiero,in cui ad esempio la parte principale era affidata a un controtenore. La regia di David Alagna, trasporta l’azione ai giorni nostri e la morte di Euridice è dovuta a un incidente stradale al quale Orfeo riesce a sopravvivere. La forza del suo amore è tale da permettergli di varcare il regno dei morti dove riesce a rivedere l’amata che non dovrà mai guardare direttamente in volto. Purtroppo la fragilità di Orfeo e l’insistenza di Euridice faranno ripiombare il giovane poeta nella morte. Il finale tragico è molto più credibile e attuale di quello lieto che Gluck, costretto dalle convenzioni dell’epoca, fu costretto a comporre. Certo il personaggio di Amore, originariamente un soprano, qui la Guida, è un baritono, un  becchino che ha il compito di trasportare il protagonista nel regno dei morti. I morti sono creature fluttuanti, spiriti addormentati senza né dolori né sofferenze. Il ruolo di Euridice pur essendo più acuto in questa versione di quanto sia nella versione originale, è drammaturgicamente più centrale in quanto ella stessa tiene i fili della delicata vicenda. Ciò che conta in definitiva al di là di ammettere chiaramente di aver agito effettivamente sulla drammaturgia, è anche il fatto che questa versione di David Alagna appare come un excursus culturale acuto e moderno in cui si vuole in particolare mettere l’accento sul coté più drammatico della celebre trama. In effetti ciò è tipicamente gluckiano in quanto si avvicina nettamente all’opera di svecchiamento dagli stereotipi barocchi come Gluck stesso operò. Roberto Alagna, vero tenore lirico è qui una vera icona interpretativa ; il suo Orfeo è sensuale, virile e tenero insieme. La sua padronanza della lingua francese in tutte le sue più intime sfumature, la perfetta pronuncia, la musicalità connaturata al senso profondo del canto, lo rendono insostituibile. La modernità e la spontaneità del suo canto mai artefatto rendono plausibile e utile un’operazione come questa. L’Orfeo di Alagna, che questo dvd ci consegna, non solo è una fra le sue migliori prove in tanti anni di carriera, ma è anche una sfida a quanti vorranno interpretarlo in questa versione. Il soprano Serena Gamberoni nel ruolo di Euridice si disimpegna professionalmente come pure Marc Barrard nel ruolo della Guida. Bella fotografia e regia video, una volta tanto in un teatro italiano di grande tradizione come il Comunale di Bologna, con la sua degna Orchestra diretta da Giampaolo Bisanti. Da non perdere.

Voci verdiane per un Trovatore al Verdi di Trieste

mercoledì 9 dicembre 2009

In un famoso teatro dovevano allestire Trovatore . Preoccupatissimi per la mancanza totale di un tenore in grado di affrontare il temibile ruolo, telefonano al Teatro alla Scala per sapere se nel tempio della lirica hanno qualche suggerimento da dare, possono essere d’aiuto. “Niente da fare” rispondono in direzione artistica “Per Manrico abbiamo solo penuria”.” Penuria…..va benissimo! Mandateci quello !”ringraziano entusiasti.

Questo il divertente aneddoto che circolava qualche tempo fa nei teatri. In effetti anche ai tempi d’oro della lirica, (gli anni Cinquanta a parere di molti), i tenori in grado di affrontare la famosa “Pira” son sempre stati pochissimi. Figuriamoci oggi con i diapason acutissimi e con le voci verdiane assai carenti un po’ dovunque.

Tutto ciò si sarebbe potuto affermare prima di ascoltare l’inaugurazione di stagione del Verdi di Trieste, destinata a smentire tali convinzioni. In primis Francesco Hong è un Manrico di notevole slancio e chiarezza tenorile dal bel timbro eroico mai ingolato,e sempre dalla dizione chiara e dal fraseggio autenticamente verdiano. Al suo fianco Tatiana Serjan è una Leonora autorevole nel settore centrale della voce e per niente in difficoltà nella lingua italiana. Anche Mariana Pentcheva ha il timbro e gli accenti di una convincente Azucena, drammaturgicamente perfezionabile, ma pur sempre interessante. Alberto Gazale è un Conte di Luna vocalmente ragguardevole, peccato che esageri in una cadenza, dove per dimostrare il lunghissimo fiato va al di là del buon gusto. Ha comunque tutta la protervia e l’arroganza di un grande Conte di Luna. Anche il Ferrando di Carlo Cigni è all’altezza degli altri personaggi.La direzione di Maurizio Barbacini è apparsa invece spesso deludente nella tenuta degli insiemi ma anche dei singoli, come pure nelle scelte dei tempi a volte slentati a volte assai concitati. Mancavano anche le atmosfere sognanti ed elegiache dei cantabili,che costituiscono la vera ossatura del Trovatore. La regia di Stefano Vizioli era un po’ al di sotto delle attese, mal illuminata con luci troppo invadenti per un’opera così profondamente scura come il Trovatore. L’intricato intreccio del Cammarano non risultava ben dipanato dal giovane regista italiano che solo nel quarto atto con la vendetta di Azucena e il terribile rogo, sembrava approdare ad una personale interpretazione. Il Coro e l’Orchestra del Verdi cosituivano come sempre l’asse portante della produzione attuata in collaborazione con il Teatro Reale di Liegi. Grande successo.

Tod in Venedig alla Fenice

mercoledì 7 ottobre 2009

Il Teatro alla Fenice ha una tradizione di grande raffinatezza. In questo inizio d’autunno ci presenta una vera chicca: Hamburg Ballett con Tod in Venedig, una danza macabra di John Neumeier come recita la locandina. I ballettomani che ci seguono numerosi, sapranno indubbiamente che l’originale coreografo di Milwaukee ma da molti anni trapiantato in Germania, ha iniziato già nel 1983 a rappresentare a Venezia creazioni come La Passione secondo Matteo. Morte a Venezia è una novità assoluta per l’Italia pur essendo stata creata nel 2003. Il personaggio di von Aschenbach diventa qui un coreografo tormentato alla continua ricerca della perfezione non più uno scrittore come nel film. Affascinato dal personaggio di Federico Il Grande ma in maniera diversa da Tadzio, è infelice e roso dall’insoddisfazione fino alla morte. Neumeier  pur tessendo il suo discorso sulla linea del grande film di Visconti, se ne discosta non poco a partire dalle musiche non  mai di Mahler, ma esclusivamente di Bach e di Wagner. Si raffigura così l’eterna insoddisfazione di un artista coreutico, spezzando in continuazione l’azione con improvvise sospensioni provocate dal buio immediato sulla scena. Grandi silenzi o meglio pause interrompono la narrazione coreografica volutamente quindi spezzettata e frammentata. Ma l’adolescente Tadzio è qui un uomo già formato e dalla possente muscolatura non più un giovane imberbe come nel film. Quasi inesistenti i personaggi femminili raggruppati in un’unica interprete Joelle Boulogne, per la verità piuttosto brava. Vero protagonista contorto e introverso è Lloyd Riggins. Ivan Urban un affascinante Federico il Grande circondato dai continui ricordi dei balli di società sempre brillanti e vivaci ma mai soddisfacenti sia pure nei ricordi di Aschenbach. Notevole il pianismo di Elisabeth Cooper. Ricordiamo che le scene e i costumi, quanto di più adeguato alle rarefatte atmosfere del testo di Mann erano dello stesso Neumeier e di Peter Schmidt. Grande successo per un balletto che speriamo vedano in molti anche in altri teatri.