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Norma a Catania ossia la grande scuola americana

venerdì 2 ottobre 2009

“Rossini non è Bellini e neppure Donizetti” ci diceva qualche tempo fa conversando la grande Renata Scotto. Anche se molti melomani pensano infatti che le matrici del belcanto siano comuni a questi tre massimi autori,lo stile interpretativo belliniano non solo ha caratteristiche ben precise che lo differenziano dagli altri autori sopra nominati, ma è probabilmente il più difficile e complesso fra quelli più propriamente belcantisti. Quasi tutte le primedonne tremano prima di affrontare Norma e non unicamente a causa del fantasma di Maria Callas sempre presente. Le asperità del ruolo del capolavoro belliniano risultano quasi sempre di impegnativa risoluzione. Per l’allestimento del Primo Festival Belliniano Catania ha voluto così fare le cose in grande. E’ riuscita a garantirsi quelli che non stentiamo a definire i migliori interpreti protagonisti ancora oggi in circolazione: June Anderson e Gregory Kunde. A dire il vero il primo Premio Bellini d’oro, massima onorificenza bellininiana, fu conferita proprio a June Anderson a testimonianza del fatto che la città culla del cigno catanese capì quasi subito la statura della grande interprete di Boston. Per quanto riguarda la cronaca la nostra trasferta catanese non è stata molto fortunata in quanto funestata da rovesci metereologici che hanno impedito lo svolgimento dello spettacolo nel fascinoso Teatro Romano, imponendoci così un repentino trasferimento al Teatro Bellini. Rapidamente allestito per l’occasione si è dimostrato ancora una volta stupendo scrigno, atto a diffondere le più intime sfumature del capolavoro belliniano. Sotto la direzione del maestro Marco Zambelli si sono così splendidamente dispiegati gli incalzanti accordi della sinfonia sempre emozionanti per il numeroso pubblico che affollava come non mai la splendida sala catanese. June Anderson, anche se non più in possesso dei mezzi vocali di un tempo, ha saputo impostare una Norma squisitamente lirica, mai volgare o esasperata ma sempre sulla linea di una vocalità pura, elegantissima priva di barocchismi o dal dubbio gusto liberty. Fiati lunghissimi ma soprattutto una purezza di fraseggio assai difficile da riscontrare nei soprani di coloratura, sempre portati ad esagerare sul piano dei virtuosismi. La nitidezza di una vocalità affatto drammatica, ma spesso angelicata, alla quale non si deve chiedere accenti scolpiti, ma piuttosto la semplicità e l’eleganza di un canto astratto. Gregory Kunde è forse il migliore Pollione oggi in circolazione ed è paragonabile ai grandi del passato. Autentico belcantista come si diceva, ma anche in possesso di un timbro assai scuro e una dizione assai definita. Non tradisce minimamente la sua lingua madre,l’inglese, possiede un italiano fluente e scandisce la parte con accenti autenticamente aulici. L’Adalgisa di Lyubov Petrova non si distingueva certo per bellezza di timbro, né per felicità interpretativa. Leggendo il suo curriculum appare evidente la sua impostazione di soprano di coloratura. L’ascolto in sala deve purtroppo riscontrare non poche difficoltà nel settore acuto, anche se la parte sopranile di Adalgisa richiede una fra le tessiture ritenute più tranquille dagli stessi mezzosoprani. Francesco Ellero D’Artegna è un Oroveso ammirevole sotto l’aspetto sia interpretativo come vocale. Lontano dalle sonorità tonitruanti dei bassi profondi di tradizione, delinea un personaggio nobile ed elegante come pochi. Christine Knorren è stata una discreta Clotilde. Il Coro e l’Orchestra del Massimo Bellini si sono dimostrati all’altezza della situazione presentando duttilità e insieme definizione. Trionfo in una sala gremitissima nonostante gli imprevisti metereologici. 

Tenorissimi al Rof

venerdì 28 agosto 2009

“Il vero Rossini nella città di Rossini” recita lo spot televisivo in onda su Sky .Ma quale sarà mai il vero Rossini? Certo neppure il cigno pesarese avrebbe mai pensato che Zelmira nella versione di Parigi del 1826 andasse in scena a Pesaro nel 2009 all’Adriatic Arena. Ma si sa a Pesaro sono caparbi da morire e la macchina del festival continua a funzionare quasi intatta con lo stesso “cast”da trent’anni .Quale sarà mai questa ricetta? Difficile a dirsi visto che nessun altra città culla dei grandi compositori italiani ottocenteschi ma neppure settecenteschi può vantare un tale primato a parte quello pucciniano di Torre del Lago, ma si sa la popolarità di Puccini non ha confini. Non che quella del Rossini comico li avesse mai avuti, ma opere come Zelmira son purtroppo cadute nel dimenticatoio, come sappiamo. Recuperata già nel Festival del 1995 viene ora riproposta in edizione critica dopo essere stata rappresentata sia in Italia che all’estero. A dispetto del nome del titolo Zelmira appare come opera di conflitto e centralità assolutamente tenorile anche perchè in questo caso i tenori si chiamano Gregory Kunde e Juan Diego Florez. Kate Aldrich è stata invece una slavata e scipita protagonista, quanto mai le due stelle tenorili sembravano splendere di luce propria differenziandosi sia nelle personalità come nelle ardite tessiture rossiniane. Gregory Kunde, tenore dell’Illinois, ormai veterano del festival, già dalla prima apparizione del 1992 a dispetto di una fama non all’altezza del suo effettivo valore, il tenore americano dell’Illinois sembra migliorare di anno in anno come una pregiata cuvée di Champagne o di Sauternes. Auterovolissimo in ogni registro della tessitura da baritenore cui è chiamato a cimentarsi con una sicurezza e solidità di stile autenticamente rossiniano quale raramente è stato dato di ascoltare. Non meno in forma è apparso Juan Diego Florez la cui bellezza di timbro e omogeneità nei diversi registri appare sempre esemplare. Se fosse un po’meno rigido in scena e più spericolato nelle colorature acquisirebbe ancora un pizzico di fascino in più, ma la perfezione non è di questo mondo. Anche Alex Esposito come Polidoro e Mirco Palazzi come Leucippo trovavano il loro spazio adeguato come pure la Emma di Marianna Pizzolato. Ottima la direzione di Roberto Abbado che appare sempre più cresciuto nella direzione dell’accompagnamento belcantistico pur non dimenticando colori e accenti orchestrali .In cauda venenum dicevano gli antichi e bene facevano. La regia di Giorgio Barberio Corsetti oltre ad apparire scontata e stravista in un arraffazzonamento generale di stili mescolati, di specchi obliqui di costumi tipo Germania Nazista ultrademodée. Ancora più grave è l’evidenziazione di una totale estraneità al mondo rossiniano, che appare guardato con sospetto e distacco in ogni suo aspetto. Ma per fortuna c’erano i tenori che ci credono e che fanno rinascere partiture ultrasepolte.

Re Lear di Cagnoni in Valle d’Itria

lunedì 24 agosto 2009

Pensando a Re Lear tutti gli appassionati di teatro non possono dimenticare lo straordinario allestimento che Giorgio Strehler fece al Piccolo Teatro di Milano negli anni settanta. Praticamente  inesistente il numero di coloro che prima dell’anno scorso conoscevano il nome di Luigi Cagnoni compositore ottocentesco di cui fu rappresentato a Martina Franca Don Bucefalo. Re Lear, tragedia lirica in quattro atti su libretto di Antonio Ghislanzoni non era infatti mai stata portata in scena anche perché incompiuta dallo stesso autore. Grazie alle cure del musicologo Anders Wiklund la partitura ha potuto essere eseguita e pubblicata da Ricordi. Sappiamo che il testo shakespeariano aveva fatto gola persino al grande Verdi il quale però dopo aver composto diversa musica, aveva preferito riutilizzarla nel Simon Boccanegra, ritenuto oggi uno dei veri e propri capolavori riscoperti del cigno di Busseto. Difficile dare da parte nostra un giudizio definitivo sulla partitura di Cagnoni dopo un solo ascolto. Non possiamo certo definire il primo impatto fra i più esaltanti. Il tessuto orchestrale ed armonico della partitura non è disprezzabile, ma manca a Cagnoni quello slancio autentico, quella vena melodica tipicamente italiana che quasi tutti i compositori avevano sia prima che dopo di lui. Quale melodia o tema rimane impresso nelle orecchie o nel cuore a fine serata? Praticamente nessuna, ben altra la fantasia ad esempio di Ponchielli che qualcuno ha voluto tirare in campo secondo noi a torto. Niente di nuovo in una partitura del 1850 un po’scontata anche se non di cattivo gusto, che non riesce comunque a tener viva l’attenzione dello spettatore seppure curioso di nuove tele musicali. L’allestimento era firmato dal giovane Francesco Esposito che però sembrava non aver messo molta originale freschezza. Un’unica scena circolare firmata dal sempreverde e famoso Nicola Rubertelli che solo in parte sembrava modificarsi in una specie di torretta ricoperta ora da specchi ora da drappi, mentre venivano evidenziati i bei costumi di Maria Carla Ricotti. Le coreografie di Domenico Iannone ci sono sembrate appena passabili. Attenta e capace invece la direzione di Massimiliano Caldi quanto più ci si sarebbe potuti aspettare, non solo nei colori e negli accenti ma pure nell’equilibrare palcoscenico e orchestra. Serena Daolio era Cordelia solo episodicamente sfocata in alcune zone ma dal fraseggio espressivo, mentre protagonista il baritono Costantino Finucci soddisfaceva appieno.  Ottima la prova del tenore Danilo Formaggia nostra vecchia conoscenza come allievo a un master del leggendario Alfredo Kraus. Calorosa l’accoglienza del pubblico per questa lodevole iniziativa musicale.

La Belle Hélène infiamma Losanna

giovedì 8 gennaio 2009

hel-7-117.jpghel-7-117.jpgDove nasce l’attuale rivista teatrale ? Ma nel Théatre des Variétés parigino nel secolo scorso con un opera-buffa come la Belle Hélène in cui il genio Offenbach sapeva mischiare la satira più pungente all’incomparabile fantasia delle sue immortali melodie cesellate e concatenate fra di loro con arte sopraffina . Stava accadendo infatti che all’Opéra comique si facevano delle vere e proprie opere come Mignon di Thomas o Faust di Gounod, dove l’aspetto comico veniva lasciato in secondo piano rispetto a quello più genuinamente lirico. In pratica ci si avvicinava troppo al lato drammatico del genere grand-opéra per il quale gli spazi destinati erano ben altri e ciòè a dire il  Palais Garnier  Ma la vena comica e satirica di Offenbach era decisamente irrefrenabile sia nei confronti della classicità greca come pure rispetto all’impostazione musicale di Rossini o Meyerbeer, suoi massimi contemporanei. Non è facile comunque per noi oggi abituati a ogni sorte di satira più o meno convincente, comprendere con quale dirompente forza satirica si poneva il testo di Meilhac e di Halévy per il pubblico parigino del 1864. Su questa giusta e corretta linea interpretativa si poneva il consolidato allestimento di Jerome Savary che pur non essendo nuovo sulle scene di Losanna appariva ancora spumeggiante. Ci sa basava sul gioco di continue gags che mai scadevano nell’eccessivamente volgare, ma si mantenevano sempre su un costante richiamo all’attualità divertendo il pubblico. Si facevano dimenticare non solo certi tetri aspetti della vita contemporanea ma anche apprezzare la varietà e la genuinità dell’ispirazione musicale.

Christian Zacharias conferiva una direzione musicale assai misurata e contenuta e sempre rigorosa. Talvolta avremmo gradito qualche maggior abbandono ed effetto che non avrebbe guastato all’economia generale dell’opera. La bella Maryline Fallot era da parte sua scenicamente una Elena fra le più charmante si potesse immaginare vocalmente corretta e quasi sempre anche sensuale comme il faut al di là del suo timbro non originalissimo. Al suo fianco Sebastien Droy era un Paris dotato di phisique du role e stilisticamente appropriato:voce non grande ma assai ben proiettata e impostata, con ottima pronuncia e dizione perfetta. A parte la succitata coppia dei veri unici cantanti secondo le prescrizioni dell’autore, anche le altre parti recitate erano degnamente rappresentate. In primis Oreste di lusso era Max Emanuel Cencic che pur non potendo evidenziarsi nel belcantismo vocale che è solito regalarci nel repertorio classico, ci donava comunque un cammeo di rara simpatia. Centrale era poi come è giusto il Calchas di Patrick Rocca un pò il fil rouge della vicenda.Discreti anche tutti gli altri.Ultime ma non ultime le coreografie di Igor Piovano e Katryn Bradney e i ricchi costumi di Michel Dussarrat.Una fine d’anno scoppiettante sul palco e in teatro.