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Elisir al Regio di Parma

sabato 11 aprile 2015

Il Regio di Parma è stato da sempre teatro di grandi tenori. Quest’ultima produzione di Elisir d’amore non smentisce affatto tale affermazione. Celso Albelo che nel panorama internazionale è ormai una stella di prima grandezza, si sta infatti affermando non più solo come il “nuovo Kraus”, ma con una propria personalità, se vogliamo più esuberante, meno aristocraticamente contenuta, e con una comunicabilità più immediata e spontanea. Facilità nella zona acuta con puntature di tradizione, ma soprattutto una presenza scenica scoppiettante. In particolare nel secondo atto, dove il tenore canario al di là di una regia non troppo significativa, infarcisce con la sua propria verve un Nemorino di assoluto rispetto. Senza voler imitare il grande e indimenticabile Alfredo da noi apprezzato anche in questo ruolo alla viennese Staatsoper ormai diversi anni fa. La produzione parmigiana, non nuovissima, a firma di Marcello Grigorov, non si distingueva per particolari trovate sceniche o registiche, ma si manteneva nel solco di una certa eleganza e pulizia formale .in anni di esagerazioni  e travisamenti di ogni tipo è assolutamente apprezzabile. Occasione non colta dalla direzione di Francesco Cilluffo che dimostrava diverse volte qualche difficoltà nella concertazione  e nell’insieme non troppa personalità. Jessica Nuccio pur non essendo dotata di un timbro fra i più accattivanti si dismpegnava con professionalità in una discreta Adina. Vera sorpresa era invece Julian Kim come Belcore che in possesso non solo di giovanile freschezza adattissima al personaggio, sapeva ben modulare una vocalità calda e pastosa. Roberto De Candia era un simpatico Dulcamara. Notevole successo e affollamento di pubblico nella replica del 31 marzo.  

    

Alceste alla Fenice

lunedì 6 aprile 2015

 Le regie di Pier Luigi Pizzi si distinguono nettamente fra quelle attualmente in circolazione . Da un lato il minimalismo imperante di certo teatro di regia alla tedesca , dall’altro ad esempio la sovrabbondanza un po’ alla Davide Livermore dell’italiana in Algeri pesarese. La classicità un po’ statica di certo Pizzi d’annata rivive dunque in questa Alceste veneziana. Una luce non nuova dunque ma non priva di charme. Tale risultato giunge da un ‘esigenza di pulizia, di rigore, di classicità, di semplicità neoclassica, che il tradizionale regista propone ormai da tanti decenni. Non cercheremo infatti lampi di genio, trovate sceniche eclatanti o particolari impronte nella recitazione dei singoli. Tutto ciò non è mai stato fra i punti forti di Pizzi in attività dal 1951. Ma la rappresentazione lineare con una certa resa della realtà drammatica e’indubbiamente confacente alla poetica musicale gluckiana. In particolare con Alceste e non solo con Orfeo Gluck vuol allontanarsi dal belcanto all’italiana, inteso come astrazione puramente edonistica. Gluck si avvicina così a una vera e propria “adesione al vero” che sfocerà poi nella vera tragédie- lirique autenticamente francese. L‘edizione veneziana si basava sulla versione di Vienna del 1767(senza danze purtroppo). Come freccia al suo arco la brillante direzione di Guillaume Tourniaire che ben equilibrava voci e orchestra dando quasi sempre calibrati accenti ai numerosi recitativi. Ben si disimpegnava anche il coro della Fenice chiamato a una prova affatto trascurabile. Carmela Remigio era un’ottima Alceste per tenuta interpretativa e vocale e adesione stilistica. Marlin Miller Admeto si dimostrava piuttosto carente in certi passaggi acuti . Significativo invece l’Evandro di Giorgio Misseri. Ottimo successo per uno spettacolo degno dei migliori anni di questo grande teatro che si conferma non solo nel nostro cuore fra i migliori in campo internazionale. 

Orfeo e Euridice al Verdi di Trieste

martedì 17 marzo 2015

Era dal lontano 1995 che non si dava Orfeo e Euridice di Gluck al Verdi di Trieste e noi alla Sala Tripcovich avevamo  avuto l’onore e il piacere di assistere al trionfo di Ewa Podles, uno fra i più strepitosi  contralti mai ascoltati. Il valore dell’ allestimento in scena  negli scorsi giorni a Trieste andava cercato invece nella sua direzione musicale, fra le più interessanti attualmente in circolazione, al di fuori di certe “gonfiature” di alcuni grandi teatri.. . Filippo Maria Bressan a capo dell’Orchestra del  Verdi ha fatto della sua interpretazione un vero cammeo. Leggerezza, trasparenza,rigore tali da far apparire completamente diversa l’orchestra del Verdi abituata a sonorità ben più consistenti quali quelle ottocentesche più generalmente operistiche . Appropriatezza stilistica e aplomb autenticamente barocchi. La versione scelta da Bressan, fra le diverse abitualmente in esecuzione, è la prima, quella di Vienna del 1762, senza balletti e senza la famosa aria per Pauline Viardot “Addio , addio miei sospiri”, aria di grande virtuosismo capace di far risaltare le più ardite acrobazie vocali. Rossana Rinaldi nella parte protagonista, pur non esibendo tali doti ha conferito a Orfeo eleganza e rigore adeguati. Una maggiore varietà nel fraseggio avrebbe reso ancor più incisiva la sua linea melodica . Larissa Alice Wissel era una discreta Euridice mentre MIlica Ilic un Amore decoroso. L’allestimento firmato da Giulio Ciabatti non brillava per originalità ma non disturbava l’occhio. Si basava su modeste differenziazioni quali la luce bianca o i petali di rose rosse sparsi sul palcoscenico nel finale, a testimoniare il trionfo dell’amore di Orfeo sulle tenebre. Purtroppo il tiepido pubblico triestino non è sembrato comprendere a fondo il valore di questo raffinato allestimento, elegante ma contenuto, e privo di quelle vistose note sceniche troppo spesso richieste da certo pubblico. Un allestimento moderno intimistico e minimalista ma pieno di significato.

Capuleti alla Fenice

martedì 20 gennaio 2015

“Ciò che nell’animo si sente”. Questa la più accreditata fra le definizioni di belcanto . Avendo assistito mercoledi 14 gennaio alla veneziana Fenice ai Capuleti e Montecchi di Bellini penso che questa definizione sia assai lontana dalla interpretazione scenica e musicale del capolavoro belliniano. Partendo dalla linea direttoriale del giovane israeliano Omer Meil Wellber che fin dalla sinfonia non solo esagerava nelle sonorità ma mancava di quel rapinoso senso dell’abbandono elegiaco che trova nel belcanto cardine fondamentale. Non vogliamo poi inoltrarci nel mancato senso dato ai recitativi . Se ci avviciniamo alla visione registica di Arnaud Bernard constatiamo che come spesso attualmente succede nei teatri, dimostra scarsa sensibilità nei confronti della delicata partitura belliniana, infarcendo la drammaturgia di gesti e situazioni quanto mai ridicole come l’ingresso di Romeo o anche certi movimenti dei coristi piuttosto sgraziati. Ambientazione in un museo fra tele dismesse  e personaggi che escono dai quadri è quanto di più inflazionato oggi si possa immaginare , vedi Trovatore salisburghese e Giulio Cesare handeliano andato in scena a Torino ma di provenienza parigina Palais Garnier, da noi recensito.  Ma è purtroppo sul fronte del belcanto che si sono aggravate le carenze. Partendo dal Romeo di Sonia Ganassi che tanto abbiamo potuto apprezzare in passato per senso del personaggio, del fraseggio e della tecnica più che ammirevole. La situazione vocale del mezzosoprano si è assai modificata, per così dire appesantita rispetto al passato, i fiati accorciati così da costringerla a sforzi evidenti che col canto belcantistico hanno ben poco a che fare. Accenti sforzati ed esasperati hanno poi offuscato il limpido fluire di un canto che in passato appariva ben diverso. La Giulietta di Jessica Pratt è apparsa poi piuttosto monocorde e piatta, priva di quell’estatico fluire e di quel morbido abbandono che  sono connaturati al personaggio come pure al canto belliniano.Visto che i confronti esistono e che le Giuliette da noi ascoltate in passato sono parecchie, è assai difficile poter preferire il soprano australiano a Cuberli, Gruberova, Devia, Ricciarelli, Devinu, Serra, Aliberti, Anderson, nominandole a caso senza grado di preferenza. Triste ma vero.  Anche il ruolo tenorile era ben lontano da quanto abbiamo potuto apprezzare in altre occasioni. Shalva Mukeria, tenore, aveva infatti poche frecce al suo arco mancando non solo di bel timbro ma anche di sostegno direttoriale. Sufficiente il Capellio di Luca Dall’Amico. Gli applausi al termine non sono mancati. 

Das Liebesverbot al Verdi di Trieste

mercoledì 14 gennaio 2015

Fra le “chicche” recuperate negli ultimi anni al Verdi di Trieste Das Liebesverbot di Richard Wagner ossia” il divieto d’amare” resterà indubbiamente fra le più stuzzicanti.  Composta  dopo le Fate verrà ripetutamente ripudiata dallo stesso Richard, genio immortale, forse perché così lontana dal mondo sublime di un Parsifal o anche dalla Teatralogia. Drammaturgicamente piuttosto fragile anche se tratta dalla pur celebre “Misura per misura” di Shakespeare, vede nel suo tessuto musicale una successione di idee non solo melodiche ma anche armoniche. Vi è una ricchezza che rivela quello che sarà uno fra i più grandi geni non solo della musica ma anche di tutta la storia. Anche se vi sono tracce di quella musica italiana chiamata anche “zum pa pa musik” detestata da tanta tradizione filotedesca, è individuabile in questa partitura ammirevole  varietà e senso musicale. Se il grande genio si fosse ulteriormente concentrato sul genere comico molte altre ottime produzioni avrebbero indubbiamente allietato le nostre moderne orecchie .Certo registicamente si poteva anche fare qualcosa di più originale delle semplici successioni di tableaux pensati  da Aron Stiehl per il pubblico del Festival di Bayreuth . in tutti i casi non certo uno spettacolo ricco di idee registiche ma piuttosto elementare e fatto con poco ma ben interpretato dagli ottimi cantanti . Il fulcro di tutta la produzione si basava sulla bacchetta del notevole Oliver Von Dohnannyi che dipanava con grande pertinenza ma anche con brio e precisione la poca nota partitura. Un caloroso successo per un’iniziativa che speriamo si ripeta.

Giselle de Cuba al Regio di Torino

mercoledì 17 dicembre 2014

Il Regio di Torino ha ospitato quasi tutti i massimi corpi di ballo del mondo, ma il Ballet Nacional de Cuba occupa uno spazio particolare . La semplicità che sta ancor oggi nell’isola di Cuba traspare nel semplice ed ingenuo allestimento di Giselle capolavoro di Adam. Confermata così ancora una volta la nostra tesi secondo la quale ciò che conta non è lo sfarzo dei costumi e delle scene che pure fanno parte del teatro, ma la convinzione in quello che si sta facendo e la conoscenza stilistica. Il corpo di ballo di Cuba riesce a trasportarci nel mondo romantico e fatato delle Villi, dove la forza dell’amore di Giselle salverà l’incauto principe Albrecht. La versione dell’indimenticabile Alicia Alonso è in repertorio in molti corpi di ballo del mondo  anche se non è la più completa. Nella sua incisività convince però per l’immediatezza e sa arrivare effettivamente al cuore di molti quando è eseguita così come a Torino. Una versione dove il virtuosismo non è certo messo in primo piano se non fosse per certi equilibri e per il ”ballon” di molti salti in particolare maschili. Non trascurabile anche il fascino latino conferito dal calore interpretativo nel primo atto particolarmente solare. Viengsay Valdés è indubbiamente una Giselle latina, sulla scia della grandissima Alicia. Victor Estevez un bel Albrecht ma ancora un po’ immaturo. Esemplare la Myrta di Estheysis  Menendez algida ed altera “comme il faut”. Grande trionfo di pubblico anche all’ultima replica di domenica 15.   

Jessica Pratt alla Verdi

sabato 6 dicembre 2014

Potremmo definire “concerto di belcanto”quello  tenuto  dal soprano australiano Jessica Pratt e dal direttore Jader Bignamini alla testa dell’Orchestra Verdi giovedì sera all’auditorium Città di Milano. Il soprano australiano a sette anni dal debutto, comincia infatti a conquistare un pubblico di affezionati in una sala non riservata all’opera . Vera antidiva per eccellenza nella semplicità del suo modo di presentarsi e di vestire, la giovane Pratt sembra aver ben chiaro il suo repertorio: quello del soprano lirico-leggero. Se non fosse per un Guglielmo Tell e una Giovanna D’arco,interpretate qualche tempo fa  che non pensiamo certo siano state fra le migliori sue scelte. E’ stato infatti nelle lucenti colorature di Amenaide nel rossiniano Tancredi che la Pratt ha brillato maggiormente, come pure nelle agilità di “Oh beau pays “ dagli Ugonotti di Meyerbeer. Precisa , con acuti e sovracuti per lei facili, pur non possedendo un timbro particolarmente affascinante, il soprano  australiano si destreggia con acrobaticità nelle zone più elevate del suo registro vocale. in particolare nel Candide di Bernstein eseguito come bis, ottiene grandi consensi di pubblico. Rimane forse non originalissima nel fraseggio e nella mancanza di certi abbandoni estatici che avremmo volentieri apprezzato nei Puritani o in Lucia. In questi lo scavo della parola e della frase, vero riflesso dell’intimo sentire di un personaggio, sembrano ancora abbastanza lontani dal suo vocabolario interpretativo. Vorremmo precisare che tali “sfumature” sono però obiettivi esclusivi di interpreti storiche come Renata Scotto o Edita Gruberova. La direzione di Jader Bignamini ha soddisfatto pienamente per grande senso drammatico e teatrale . Una valida bacchetta in grado di conferire una prospettiva teatrale sia nel rossiniano Guglielmo Tell come pure nella splendida Sinfonia dalla verdiana Luisa Miller. Forse nell’insieme un eccessivo vigore legato a sonorità spesso un po’ esagerate per la sala. L’Orchestra Verdi ha dimostrato compattezza e una certa elasticità nel dipanare sia le pagine sinfoniche come quelle operistiche.  Oltre a Candide anche I Puritani sono stati bissati a grande richiesta.

Sissi a Miramar

martedì 11 novembre 2014

Quando diversi anni fa apprezzammo Alessandro Fullin nelle sue esilaranti interpretazioni della professoressa Tuscolana, facente parte della sterminata rivista di comici della celebrata trasmissione Zelig, non ci eravamo affatto sbagliati . Di fronte  al grande successo di critica e di pubblico riscontrato dallo spettacolo Sissi a Miramar visto qualche giorno fa al Teatro della Contrada a Trieste è stata indubbiamente confermata la nostra prima reazione. Autore del testo lo stesso Fullin ma anche ottimo interprete in scena del ruolo della cameriera Ottilia, dama di compagnia di Carlotta del Belgio. E’lei la vedova inconsolata di Massimiliano d’Asburgo sempre intenta a fingere ricerche disperate sui balconi del castello di Miramare. Fulcro dello spettacolo è la celebre Ariella Reggio caratterista a noi ben conosciuta in tante operette che ci consegna ancora una volta un vero e proprio cammeo di grande stile e comicità. Spontaneità e naturalezza pervadono tutta la commedia che con grande nonchalance si posiziona nella contemporaneità pur facendo muovere personaggi storici come Sissi o Carlotta. L’autore non rinuncia affatto a riferimenti attuali alla Trieste contemporanea. Il tono è sempre leggero e garbato senza scadere mai nel cattivo gusto o nella volgarità, così ricorrente ormai anche alla televisione come pure al cinema e purtroppo anche a teatro. Pochissimi sono i riferimenti comprensibili solo ai triestini e soprattutto residenti nella splendida città che ha ormai conquistato tutti gli italiani e non solo, tramite i tanti serials televisivi . Uno spettacolo assolutamente da non perdere.

Il re pastore al Verdi di Trieste

mercoledì 29 ottobre 2014

Dobbiamo ancora una volta ringraziare Mozart di essere esistito. Abbiamo infatti assistito lo scorso 25 ottobre al Verdi di Trieste alla prima rappresentazione assoluta in questo teatro de ll re pastore composto dal genio salisburghese a soli 19 anni . La potenza esplosiva della musica riusciva a far dimenticare la banalità e la scontatezza di un allestimento scenico pressoché inutile . Ricalcando le scene  del teatro Olimpico vicentino ormai straviste( ci sembra di ricordare la Clemenza di Tito) , non si sentiva assolutamente le necessità di aggiunta come quella di alcune pecorelle sospese o delle figure di soldati . La regia di Elisabetta Brusa si distingueva per la sua genericità se non fosse stato per una marcia maratonesca che distoglieva l’attenzione durante la magica aria “L’amerò sarò costante”. Per non parlare poi dei costumi  e delle parrucche maschili decisamente eccessive . In definitiva  vogliamo pensare che lo sforzo caricaturale sia stato voluto per dimostrare l’inutilità di certe realizzazioni sceniche tradizionali troppo datate anche se aderenti al testo.  La musica di Mozart non sia affatto di tono farsesco  in questo caso ma anzi assai serio. Il 1775 anno di rappresentazione a Salisburgo vedeva infatti il massimo trionfo in quest’opera della coloratura più ardita e virtuosistica in tutte le cinque parti . Come capita di dover dire un po’ troppo spesso il versante vocale femminile si è dimostrato superiore a quello maschile . In particolare la Elisa di Eva Mei  si è disimpegnata a livello della sua fama ormai consolidata di soprano coloratura ben sicura in ogni agilità. Alida Berti dal timbro non gradevolissimo esprimeva con personalità Aminta en travesti. Paola Antonucci  alle prese con una tessitura ardita come quella di Tamiri dava nell’insieme una bella prova. Tony Bardon e Alessandro Codeluppi  rispettivamente Alessandro e Agenore risolvevano con buona professionalità parti assai virtuosistiche. La direzione del giovane ma esperto Felix Krieger sosteneva senza inutili protagonismi le impegnative tessiture vocali essendo ben presente in ogni momento . Si sarebbe desiderato maggior afflusso di pubblico per un’occasione unica di ascoltare un Mozart meno noto ma sempre di grande valore musicale. 

Armida di Traetta a Martina Franca

martedì 5 agosto 2014

Fra le molte composizioni  aventi come soggetto l’infelice amore fra Rinaldo e Armida  quella di Tommaso Traetta  riportata alla luce quest’anno a Martina Franca con la direzione di Diego Fasolis,rimarrà indubbiamente un esempio di valore artistico fra i più fulgidi di . Rappresentata nel 1761 si delinea per il fatato mix fra l’originale francese di Lully e gli stilemi dell’opera italiana più virtuosistici. Da una parte infatti quella di Lully è improntata all’adesione al vero e alla drammaticità più teatrale tipicamente francese. Musicalmente tutto si affidava all’esperta bacchetta di Fasolis. L’Orchestra Internazionale d’Italia da lui diretta non sempre dipanava però con ricchezza di colori varietà agogiche ed accenti in tutta quella gamma che la partitura di Traetta vorrebbe trasmettere. Da parte del palcoscenico Marina Comparato come Rinaldo  faceva da sola bella prova di tecnica e stile barocco e belcantistico insieme. L’Armida di Roberta Mameli era invece più a suo agio interpretativamente piuttosto che in una tessitura non perfettamente spadroneggiata.  Risultava infatti esposta troppo spesso a suoni non perfettamente coperti e ortodossi riscattandosi pienamente solo nella grande scena finale cantata con grande immedesimazione . Senza lode e senza infamia gli altri cantanti. La regia di Juliette Deschamps al di là di una scena affatto fastidiosa di Nelson Willmotte lasciava piuttosto a desiderare in quanto a sobrietà di gusto con i costumi di Vanessa Sannino. L’ambientazione spesso grunge o piuttosto clochard mal si abbinava alle ardenti voluttà delle tessiture di Traetta. Anche qui grande successo di pubblico alla prima.