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Tannhauser alla Fenice

mercoledì 8 febbraio 2017

Realizzare Tannhauser è una vera e propria sfida per qualunque teatro. In primis per la scelta della versione da eseguire sempre spinosa in quanto Wagner stesso non scelse mai una vera e propria fra le due principalmente in uso. Alla Fenice si è scelto di fare un mix delle due cioè a dire quella di Parigi per il primo atto e quella di Dresda per il secondo e il terzo. Si è poi voluto rischiare da un certo punto di vista affidando la regia all’enfant terrible della regia internazionale Calixto Bieito che a dispetto di una certa innegabile genialità raccoglie spesso non pochi dissensi non solo di pubblico ma anche di parte della critica poco propensa a calarsi in una qualsivoglia introspezione analitica della drammaturgia dell’opera. Da parte nostra e del tutto modestamente possiamo dire che chi si aspettava una regia dirompente e particolarmente trasgressiva è rimasto deluso. Piuttosto sottile invece ma sempre ben calibrata nei momenti chiave dell’opera con una gestualità tutt’altro che casuale ma sempre calzante . Tannhauser in questa visione registica è sempre a disagio sia con Venere nel primo atto come pure con Elisabeth . altro punto di personale originalità registica è la non eccessiva differenziazione fra Venere ed Elisabeth di solito particolarmente marcata. Wolfram il personaggio solitamente e totalmente positivo nelle intenzioni wagneriane ha qui invece impulsi violenti nei confronti di Elisabeth. Ciò che convince infine è la catarsi finale in cui Tannhauser perisce nel conflitto fra amor profano e amor puro: l’eterno dissidio non può infatti esistere essendo nella natura umana entrambe le componenti. L’orchestra del Teatro La Fenice veniva diretta con perizia dal giovane Wellber che alleggeriva la ricca orchestrazione wagneriana evidenziando piuttosto le linee melodiche ancora di stampo melodico italiano. Il cast vedeva in Paul McNamara un Tannhauser in crescendo se un po’ in difficoltà nel primo atto più a suo agio nel terzo. Poco convincente la vocalità di Ausrine Stundyte mentre assai appagante quella di Liene Kinca pastosa e ricca nella sua bella tessitura. Vero asso nella manica era invece il Wolfram di Chistoph Pohl sia scenicamente che vocalmente. Il coro della Fenice offriva una prova assai alterna durante il corso dell’opera .

Coppélia al Giovanni da Udine

mercoledì 11 gennaio 2017

Perché Coppelia viene da chiedersi? In realtà una vera risposta non ci sembra di poterla dare in tutta sincerità  dopo la visione della Coppelia di Amedeo Amodio andata in scena domenica scorsa al Giovanni da Udine ad inaugurare la stagione di balletti del teatro udinese. Fra i meno rappresentati del grande repertorio classico ,Coppelia ha dalla sua una fra le più preziose e sfolgoranti partiture dell’intero repertorio e qualche rivisitazione quale quella del mai dimenticato Roland Petit. Il coreografo italiano Amodio alla testa del Corpo di ballo Daniele Cipriani Entertainment, preferisce  allontanarsi di molto dalla trama originale del balletto tratto dal  racconto di Hoffmann per incentrare la drammaturgia nel mondo del cinema e in particolare di Hollywood. Il giovane Nataniele rivela tutte le sue aspirazioni ma anche i suoi incubi di giovane attore in erba. La seconda parte del balletto poi abbandona la partitura originale per avvicinarsi a un vero e proprio musical più che al magico balletto di Delibes. La creazione di Amodio che risale in realtà al 1995 non ha dalla sua il pregio dell’originalità, visto che lo stesso Nureyev aveva ambientato la sua Bella Addormentata nel fatato mondo di Hollywood, ma non riveste peraltro quasi mai una grande intensità drammaturgica, se non fosse per il passo a due del secondo atto interpretato con buon affiatamento da Anbeta Toromani e Alessandro Macario, i due validi protagonisti. Manca in questa creazione non solo una ricchezza di vocabolario coreografico sia esso classico o moderno ma anche una sana e profonda urgenza creativa che sarebbe riuscita a rendere l’insieme meno noioso e scontato. Anche il coté drammatico con le figure dei personaggi cinematografici appariva piuttosto debole in quanto poco caratterizzato come horror. Tutto ciò senza voler togliere nulla alla ottima professionalità dimostrata dal corpo di ballo e  dai solisti fra cui la Toromani si poneva ben in evidenza per  eleganza e facilità tecnica.

Samson al Regio di Torino

lunedì 21 novembre 2016

Se esiste un ‘opera sensuale questa è Samson et Dalila di Camille Saint-Saens. Preoccupante l’intestazione del libretto che titola invece Sansone e Dalila in italiano! Preludio a un ritorno alle traduzioni italiane ? Speriamo proprio di no soprattutto da parte del torinese Teatro Regio che della lingua francese dovrebbe essere l’alfiere in Italia .Tantopiù che il libretto di Ferdinand Lemaitre non solo è più che pregevole, ma costituisce una vera eccezione rispetto a tanti testi di poco pregio anche nel repertorio francese. Il nuovo allestimento firmato da Hugo de Ana in collaborazione con il China National Centre for the Performing Arts deve evidentemente fare iconti con i tempi e con i gusti degli sponsor. L’ampia descrittività che caratterizza ogni produzione del grande regista argentino è sempre presente, anche se qui non  vi sono quelle grandi macchine semoventi che avevamo precedentemente ammirato.   Persino la qualità dei tessuti dei costumi non sono sembrate all’altezza della situazione che dovrebbe rappresentare il massimo sfarzo della corte dei filistei. Rimane comunque un allestimento imponente e non privo di certe atmosfere influenzate da influsso e gusto cinese hanno. Le coreografie di Leda Lojodice ben esprimono le cupe ma insieme sensuali e spesso anche inquietanti sensazioni di Saint- Saens. Da sottolineare in primis l’ottima direzione di Pinchas Steinberg alla quale dobbiamo ricondurre l’effettivo successo della produzione . La direzione coesa attenta nei numerosi momenti di insieme sapeva sostenere i cantanti come la Barcellona spesso in difficoltà, lasciando le voci in primo piano senza affossarle con la grande orchestra prevista dall’autore. Grande varietà di colori in una tavolozza densa di ansia e ineluttabilità.  Il direttore riesce a conferire all’orchestra anche il grande fascino di arie come “Mon coeur s’ouvre à ta voix”, che purtroppo la corretta Barcellona non riesce a rendere dal punto di vista interpretativo, ma puramente vocale. Manca infatti la ricchezza e la pastosità del medium . Diverso il discorso per Gregory Kunde che ogni volta che abbiamo il piacere di ascoltare in un ruolo nuovo dobbiamo ammettere superare  se stesso: recitativi, arie, acuti messe di voce smorzati, ricchezza di timbro fanno pensare a un Samson ideale come non se ne ascoltava da tempo . La corposità del registro centrale e la drammaticità del colore quasi baritonale fanno pensare ai grandi del passato mentre l’intatto squillo tenorile riporta l’ascoltatore al grande tenore rossiniano di brillantissima carriera. Claudio Sgura nella parte di Dagon ha dato un ottima prova vocale e interpretativa. Ottima la risposta del pubblico in una sala esaurita.

Virginia Raffaele a Udine

venerdì 11 novembre 2016

“Difficile far piangere ma più difficile far ridere” recita un vecchio concetto teatrale ma sempre attuale. Virginia Raffaele la giovane comica romana trionfatrice televisiva sanremese non ha certo di questi problemi perché la vis comica ce l’ha nel sangue. Artista poliedrica di provenienza familiare circense ha molte frecce al suo arco : di bella presenza , di buon carisma senza dubbio. Si può permettere dunque di non tenere troppo in considerazione i diktat della comicità imperante di stampo convenzional radical chic ma soprattutto politically correct alla Paolo Rossi o meglio alla Lella Costa per intendersi. Certo un personaggio come Francesca Pascale , l’ultima fra le celebre amanti del Silvio nazionale non poteva mancare, ma l’obiettivo della Raffaele non è certo la satira politica e gliene dobbiamo dare atto. Piuttosto quella di costume basata sui personali tics di celebri personaggi come ad esempio Carla Fracci di cui la Raffaele ha per la prima volta osato toccare l’icona. Bianchi gli abiti per svecchiare anche con il classico chignon delle bambine delle scuole di danza, trucco marcato ma soprattutto braccia sempre allungate a cigno nonostante la schiena rigida, quarta posizione sempre ostentata . Viene riservata la scena finale alla Fracci: comica, dinoccolata alla Totò con rara tecnica attoriale. In più quella punta di cattiveria con frasi come”la danza è sofferenza” infarcite alle giovani allieve da ogni maestra di danza di vecchia generazione. O il ribrezzo davanti a un mazzo di fiori non abbastanza importante a riconoscimento della propria celebrità. Azzeccatissimo è stato il titolo Performance scandito ripetutamente con accento filoamericano come per ridicolizzare se ce ne fosse ancora bisogno, tanti spettacoli di danza triti e ritriti esibiti frequentemente come perle di teatro danza. Certo in alcuni momenti il tono non è sempre allo zenit ma anche il coté patetico- sentimentale non è mancato ad esempio nel personaggio fondamentale della poetessa transessuale Paola Gilberto Do Mar con la sua scomoda e vilipesa identità sessuale. Da non dimenticare anche Ornella Vanoni con il suo grande fascino retrò e la sua spiccata personalità non meno che una Belen Rodriguez costantentemente piegata all’indietro sulle reni ma soprattutto su tacchi vertiginosi. Belen comoda, nel distendersi sulle poltrone già occupate da spettatori naturalmente di sesso maschile. Da non dimenticare soprattutto la bella vocalità sensuale esibita dalla Raffaele nell’imitazione ad esempio della cantante Emma dai capelli color elettrico. Grande trionfo con applausi a scena aperta.

Zauberflute a Padova

giovedì 3 novembre 2016

Se il singspiel mozartiano Flauto Magico non fa certo parte della tradizione operistica dei nostri nonni , sono ormai molteplici gli allestimenti apparsi in questi ultimi anni sulle scene italiane più o meno prestigiose. La produzione in scena a Padova al teatro Verdi pur senza pretese di straordinaria imperdibilità aveva la sua ragion d’essere. La regia di Federico Bertolani che si avvaleva delle semplici scene di Giulio Magnetto e dei costumi di Manuel  Pedretti si basava su un adattamento moderno ma non fastidioso del capolavoro mozartiano. Se infatti vi è un libretto al di fuori del tempo che si lascia facilmente estrapolare è proprio quello di Emanuel Shikaneder. In più pur essendo la maggior parte dei ruoli vocalmente temibili hanno la caratteristica di poter essere quasi sempre affidati a cantanti giovani. Come si sa la tematica dei buoni contro i cattivi è alla base di ogni fiaba e qui Bertolani schiera in una moderna città metropolitana da una parte poliziotti, dall’altra bande di alternativi più o meno punk. Del resto già la dicitura originale del personaggio della Regina della Notte sembra fatta apposta per scatenare la fantasia di un moderno regista. Il singspiel mozartiano, nonostante l’altezza dell’ispirazione e della costruzione musicale che sfiora il sublime dall’inizio alla fine, riesce a coinvolgere anche i bambini presenti in sala. Nel caso della replica di domenica scorsa si sono dimostrati molto più educati ed attenti di molti adulti evidentemente ben poco adusi ad assistere ad uno spettacolo lirico (non più di tre ore intervallo compreso). Non trascurabile era infatti la cura nelle parti recitate che ben descrivevano l’azione. Il giovane ma esperto direttore Giuliano Betta al di là di un certo qual volume orchestrale un po’ soprastante ben conduceva Orchestra di Padova e del Veneto con il coro Lirico Veneto non molto soddisfacente. Regina della Notte era Christina Poulitsi non più che sufficiente vocalmente e assai poco interpretativamente. Assai più interessante Ekaterina Sadovnikova alias Pamina. Tamino era un discreto Fabrizio Paesano chiamato a  sostituire il previsto Paolo Fanale. Wihelm Schwinghammer era un Sarasto piuttosto alterno nella resa come pure il Papageno di Johen Chest in possesso però di un bel timbro. Sala esaurita e buon successo di pubblico.

E’ nata una stella?Norma a Treviso

giovedì 20 ottobre 2016

La semplicità dei grandi. L’allestimento trevigiano di Norma, capolavoro belliniano andato in scena nei giorni scorsi all’affollatissimo Teatro Mario del Monaco con grande successo, ci fa in effetti pensare ancora una volta al concetto di “aurea simplicitas”. L’allestimento firmato da Alessandro Londei si basava infatti sulla fedeltà alle storiche scene di Alessandro Sanquirico della prima rappresentazione assoluta avvenuta al Teatro alla Scala nel lontano 1831. Dopo gli allestimenti di Norma cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi, quello veneziano a firma Walker ma soprattutto quello londinese della Fiera del Bauls (Olle e Carrasco), una bella scena pulita ordinata con ambientazione tradizionale e senza voli pindarici non ci è affatto dispiaciuta. Qualche tocco registico improvido c’è stato ad esempio nella presenza di alcuni mimi che potevano far pensare a demoni insiti nella personalità dei protagonisti. Peccato che soprattutto nel gran finale del secondo atto profondità e altezza della concezione musicale necessitavano di una assoluta concentrazione e che nulla spezzasse la tensione drammatica. Asso nella manica di questo allestimento era il soprano Roberta Mantegna che a dispetto di un annunciato raffreddore ha convinto in particolare sotto l’aspetto vocale che per il ruolo di Norma equivale a un evento di per sé. La bellezza del timbro, la morbidezza dell’emissione, il perfetto immascheramento, il controllo  della linea di canto, fanno della Mantegna non solo una Norma ieratica ma insieme drammatica ed aulica come non se ne sentiva da tempo. L’impostazione e la linea fanno pensare a uno stile pre Callas quale quella di Anita Cerquetti o di Gina Cigna, senza voler  far torto a nessuno. Nessun cedimento in un registro vocale prezioso e intatto fa pensare a un vero soprano drammatico di agilità che farà parlare di sè. Il tenore Nelson Ebo invece pur in possesso di ottimi mezzi vocali e bella presenza scenica, appariva sforzato in particolare nel settore acuto mettendo così in difficoltà ogni eventuale intento espressivo. Buona la Adalgisa di Julia Gorgula. La direzione di Sergio Alapont si è dimostrata intensa ed espressiva anche se qualche colore orchestrale in più sarebbe stato auspicabile. Volodymyr Tyshkov era un Oroveso dallo splendido timbro brunito e caldo. Non interessantissima la prova del coro Ensemble Vocale Continuum.

Norma alias Mariella alla Fenice

giovedì 29 settembre 2016

Ancora una volta scommessa vinta quella del teatro alla Fenice : recuperare un allestimento recente anche se  non fra i più indovinati (quello di Karah Walker), per presentare anche al pubblico colei che è attualmente la massima rappresentante nazionale ( e non solo ) del ruolo di Norma. Mariella Devia ha interpretato e cantato come solo una vera belcantista può fare. La signora Devia (classe 1948) dopo il debutto nel 1972 a Treviso, ha intrapreso una sfavillante carriera come soprano lirico leggero . Definita fino a pochi anni fa da molti vociologi più o meno pretenziosi come: “leggerina” “freddina” noiosetta” non solo ha  surclassato colleghe molto più giovani di lei che già da diversi anni si ritrovano prive di voce o in pietose condizioni vocali ( per pietà non faremo i loro nomi), ma basterà rivedere Primadonna, il famoso concerto di piazza San Marco di diversi anni fa per rendersi conto di chi parliamo. A dispetto di un carattere schivo e alieno da esibizioni televisive o gossip di dubbio gusto, la Devia si conferma oggi vero soprano drammatico di agilità quale richiesto per il pesante ruolo di Norma . Già a partire dal debutto di qualche anno fa in Anna Bolena al Filarmonico di Verona  la signora Devia dava una svolta a una vocalità oggi pienamente confermata nelle recite veneziane. L’attacco di Casta diva con un perfetto colore scuro dopo un esemplare recitativo scandito e definito come raramente abbiamo potuto ascoltare, presagiva quella tenuta nella zona centrale della tessitura di Norma che è stata a dir poco entusiasmante. Anche la varietà di fraseggio nei molti recitativi non è mai apparsa scontata o fine a se stessa ma sempre frutto di un personale e intimo sentire. Scenicamente poi una Norma piena di consapevolezza e sempre presente nella drammaticità. Il Pollione di Roberto Aronica è stato poi una vera rivelazione. Anche qui una vocalità piena e consistente nei centri ,atti a sostenere una parte drammatica come quella del centurione romano. La Adalgisa di Roxana Constantinescu non deludeva in ogni sua sfaccettatura scenica e vocale. Il giovane Simon Lim presentava un Oroveso un po’ chiaro ma non privo di allure. La direzione di Daniele Callegari sempre adeguata e giustamente atta alle esigenze dei cantanti ma a tratti un po’ noiosa. Trionfo finale per tutti ma per la protagonista in particolare.

La donna del lago apre il Rof

sabato 3 settembre 2016

Anno fortunato il 2016 a Pesaro. In primis per una fastosa inaugurazione con La Donna del Lago del  conclamatissimo Damiano Michieletto che certa critica colloca ormai nell’Olimpo registico internazionale. In questo caso  dobbiamo però  riconoscere che il giovane regista veneziano ha pienamente raggiunto  il suo obiettivo.  Una visione la sua del dramma rossiniano giustamente decadente, che vedeva un flash back del personaggio principale di Elena come una povera vecchietta  volta a ricordare il suo passato tumultuoso e i suoi amori infelici. Una regia complessa quella ambientata al Palafestival per uno dei più autentici capolavori rossiniani restituito ormai da diversi anni in alcune edizioni pesaresi. Asso nella manica di questa importante produzione che sembra lontana anni luce dalle tristezze di certo minimalismo imperante, era la direzione di Michele Mariotti quanto di più adeguato e musicale ci potesse essere . L’impronta protoromantica del melodramma rossiniano appariva infatti in tutto il suo splendore da un lato sfrondato da ogni incrostazione verista dall’altro leggiadro nella libertà conferita ai solisti nel potersi esprimere in colorature e in tessiture vertiginose. Non abbiamo timore nell’affermare che abbiamo assistito a una vera consacrazione, quella del tenore Michael Spyres nella temibilissima parte di Rodrigo da noi ripetutamente già ascoltata con tenori come Chris Merritt o Gregory Kunde al top della loro forma vocale e interpretativa. Ebbene Spyres nulla aveva da invidiare ad essi con quella padronanza e quella spregiudicatezza della tessitura e delle agilità, che permette il raggiungimento della piena espressività  di questo parte. Juan Diego Florez raggiunta la sua piena maturità vocale a vent’anni dal debutto  non smette di stupire per eleganza di emissione e controllo autenticamente belcantiste. La Elena di Salome Jicia pur non essendo  scenicamente attraente convince sul piano dell’appropriatezza stilistica dipanata molto bene in particolare nel virtuosistico finale . Altro era il fascino timbrico e interpretativo espresso però in passato da primedonne come Ricciarelli, Anderson , Cuberli e in parte anche Gasdia. Vera scoperta era poi il Malcolm di Varduh Abrahamyan che in possesso di un bel colore brunito affrontava l’impegnativa e sofferta tessitura con il necessario bagaglio tecnico e scenico. Grande successo fin dalla prova generale.

Paisiello in Valle d’Itria

martedì 16 agosto 2016

Grande rilievo viene dato al compositore tarantino Giovanni Paisiello nell’ottica delle celebrazioni dai duecento anni dalla sua morte . Paisiello risultava infatti piuttosto  dimenticato se non fosse anche per direttori come Riccardo Muti chein passato  hanno presentato alla Scala opere quali Nina ossia la pazza per amore, a suo tempo accolta da un grande successo. Il Festival della Valle d’Itria  ha voluto quest’anno presentare ben  due titoli del compositore tarantino. La Grotta di Trofonio in prima rappresentazione in tempi moderni ha infatti inaugurato il festival il 14 luglio. L’impianto scenico affidato alle cure registiche di Alfonso Antoniozzi, aiutato dalle imponenti scene di Dario Gessati e agli appropriati costumi di Gianluca Falaschi, centrava lo spettacolo dal punto di vista drammaturgico e scenico. Si avvaleva in particolare di un cast di cantanti attori di assoluto rilievo quali Roberto Scandiuzzi un autorevole protagonista e soddisfaceva appieno il Don Gasperone di Domenico Colaianni e il Don Piastrone di Giorgio Caoduro. Daniela Mazzucato era una Madama Bartolina di grande eleganza. Il punto debole era purtroppo la direzione orchestrale di Giuseppe Grazioli. Non trovava essa infatti quei motivi di interesse atti a destare l’attenzione né con varietà agogica come neppure con quell’indispensabile ricchezza  di accenti e di trovate musicali e sceniche che nella commedia musicale napoletana vedono insopprimibile bisogno di esistere. Antitetica invece la situazione per Don Chisciotte della Mancia, opera realizzata nella splendida Masseria Fortificata San Francesco a Matera lo scorso 28 luglio. Splendida qui la presentazione musicale della piacevole e varia partitura da parte di Ettore Papadia. Alla testa dell’Ensemble ICO della Magna Grecia di Taranto presentava tutta la leggerezza, la vitalità, e l’originalità insite nella brillante partitura pur nell’esiguitaà di pochissimi elementi orchestrali. Diverso il discorso per la regia di Davide Garrattini che anche se fatta con poche risorse sembrava troppo spesso andare sopratono. Un continuo andirivieni  portava piuttosto a esasperare un ritmo musicale che non richiedeva tanta concitata esagitazione. Ottimo il Don Chisciotte di di David Ferri Durà come pure il Sancio Panza di Salvatore Grigoli.Successo per entrambi gli spettacoli.

Baccanali di Steffani in Valle d’Itria

mercoledì 10 agosto 2016

Baccanali di Agostino Steffani non è stato solo il titolo più raffinato e prestigioso del 42 Festival della Valle d’Itria. E’anche una conferma della qualità e del valore dell’Accademia del Belcanto di Martina Franca . le esecuzioni nel  chiostro di San Domenico raggiungono infatti da alcuni anni risultati artistici eccellenti sotto la guida di Antonio Greco. Il direttore lombardo ha dimostrato da vero grande esperto del barocco di saper evidenziare l’ ispirazione non solo italiana ma anche gli influssi internazionali di Steffani  attivo in area germanica . L’ascendenza  non solo francese ma anche tedesca nella ricca impostazione armonica orchestrale è stata infatti assai ben dipanata dall’Ensemble Cremona Antiqua. Il gruppo capitanato dal pregevolissimo Antonio Greco che ormai da diversi anni ci regala chicche prelibatissime ha deliziato i più sofisticati esperti. Nella fruizione del meraviglioso Chiostro di San Domenico dall’acustica prelibata ogni accento ogni colore ogni sfumatura venivano  assaporati come solo nelle migliori sale da concerto internazionali. In più quello che agli occhi di un profano poteva sembrare uno sparuto gruppo musicale rivelava aderenza stilistica di assoluto rilievo. Barbara Massaro si rivelava una affascinante Driade, mentre spiccavano il controtenore Riccardo Angelo Strano già acclamato interprete negli anni precedenti. Piacevolissima la sorpresa del giovane tenore giapponese Yasushi Watanabe la cui perfetta dizione italiana faceva  pensare a possibilità interpretative nel più esteso repertorio anche mozartiano. Come da noi già ripetuto negli anni scorsi questo festival denota  ancora una volta che non sempre è necessario tanto denaro per ottenere alti risultati artistici. Quello che convinceva in questo cast era comunque la completa naturalezza e la spontaneità di una tecnica autenticamente belcantistica che cela ogni sforzo dietro un’emissione corretta comme il faut. Funzionale la  regia di Cecilia Ligorio mentre le coreografie di Daisy Ransom Phillips erano organiche alla musica ed esprimevano con elegante sensualità la musica di Steffani. Notevole il successo anche di pubblico nel chiostro esauritissimo.