Archivio della Categoria 'Home'

Francesca a Martina Franca

giovedì 4 agosto 2016

La filologia fa da anni la parte del leone nelle diverse querelles alla base del recupero dei titoli operistici dimenticati. Fa piacere scoprire che all’origine dell’oblio di Francesca da Rimini di Mercadante vi è una presunta querelle fra due massime primedonne del primo Ottocento .Se infatti il ruolo di Francesca fu affidato ad Adelaide Tosi con cui il compositore aveva avuto una liaison, ciò generò le ire nientemeno di  Giuditta Pasta alla quale fu affidata solo la parte di Paolo. La diva fu così furiosa da inficiare la riuscita della  prima a Madrid . Francesca da Rimini dovette cosi attendere 185 anni per essere rappresentata pochi giorni fa al Festival della Valle d’Itria. Il Festival martinese resta  fra le pochissime culle di una italianità colta e raffinata che va sempre più scomparendo e alla quale la sparuta schiera di appassionati belcantisti non sa più rinunciare. La lunga e complessa partitura di Saverio Mercadante dicevamo è rivissuta pertanto in tutto il suo splendore sotto le cure di Fabio Luisi, che ha saputo servire su un piatto d’argento una partitura di impianto classicamente rossiniano, non privo però di influenze ed echi bellinaini. L’imponente struttura musicale appare comunque ben costruita a sostenere le scritture tipicamente belcantistiche in particolare del ruolo tenorile di Lanciotto e sopranile di Francesca, sostenuti con grande professionalità da Mert  Sungu e Leonor Bonill.Vera sorpresa appariva il contralto Aya Wakizono alla quale l’impervia tessitura risultava del tutto calzante. L’influenza rossiniana nella partitura risplendeva in tutta la sua compiuta ed e elegante ampiezza espressiva sotto le cure di Fabio Luisi, che assecondava le esigenze vocali senza mai dimenticare di sottolineare quelle orchestrali, dipanando sfumature colori e accenti in ogni momento dell’opera. L’allestimento di Pier Luigi Pizzi restava sulle linee di una tradizione ormai consolidata di grande elegante semplicità lasciando il palco privo di ogni elemento strutturale ,basando il tutto unicamente sull’ondeggiare dei leggerissimi voiles dei costumi mossi da un vento che poteva sembrare casuale. Si dava movimento così a un’azione drammatica non troppo pronunciata. Va da sé che parte determinante avevano le coreografie dell’esperto Gheorghe Iancu che pur non brillando per originalità di linguaggio non disturbavano come spesso accade oggigiorno ma descrivevano bene l’azione. Ottimo successo per un ‘iniziativa che speriamo vada ripresa anche altrove.

La Favorite alla Fenice

venerdì 27 maggio 2016

Vi sono serate che riconciliano con il mondo dell’opera. E’ questo il caso della nuova produzione della Favorite di Donizetti in scena recentemente alla Fenice di Venezia. Il capolavoro donizettiano un tempo cavallo di battaglia di grandi cantanti, è ormai passato in secondo piano probabilmente per la difficoltà nel mettere insieme un cast all’altezza della situazione. La Fenice che in questi anni non si è mai risparmiata nelle sfide è completamente riuscita, ma ha anche aggiunto una preziosa nota di merito: quella di aver recuperato l’edizione originale in francese composta per Parigi riaprendo molti tagli di tradizione e recuperando le danze quasi sempre soppresse. La Favorite ha struttura imponente degna di grand’opéra qual essa è effettivamente, ma è incentrata in particolare sulla fondamentale figura di Fernand pensata per lo storico tenore Gilbert Duprez. L’interpretazione che il  tenore americano John Osborn ha dato di Fernand è apparsa da subito a dir poco eccitante. Non solo il timbro caldo e brunito ma la sicurezza e la correttezza di emissione in ogni registro dell’amplissima tessitura permettono a Osborne di ritrarre un Fernand che osiamo definire storico. Slancio virile che non si arresta davanti a diminuendi e rinforzati mai fine a se stessi ma sempre strumentali e finalizzati all’interpretazione più profonda . Lontanissima da eccessi veristizeggianti spesso diffusi, la linea vocale di Osborn, unita a una perfetta dizione francese, rende un Fernand antologico e inebriante. Al suo fianco la Leonore di Veronica Simeoni non sfigura affatto e regge il confronto corretta e stilisticamente appropriata. Pure autorevole è apparso  Alphonse di Vito Priante. Il Balthazar di Simon Lim aveva non poche frecce al suo arco fra cui un bel timbro brunito. Ma come si sa il livello di un teatro lirico si vede anche dalla qualità dei comprimari e anche qui la Fenice non rivelava cadute di tono. Dove purtroppo il tono calava drammaticamente era nella figura direttoriale che nella bacchetta di Donato Renzetti appariva indifendibile. Pesante ,fracassona al punto da provocare già dalla fine della Sinfonia lo sbotto di un esacerbato spettatore: “Ma non siamo mica sordi! .All di là di ciò mancava completamente il bilanciamento fossa palcoscenico costringendo un po’ tutti i solisti a sforzi che con il belcanto non hanno nulla a che fare. La teatralità e il senso drammatico non sono mai in Donizetti questione di decibel anche se non dovrebbero esserlo in nessun autore. Tanto più in un ‘opera francese come Favorite. La regia di Rosetta Cucchi risultava piuttosto statica nella gestualità e non troppo chiara nel suo insieme nell’ambientazione. Conoscendo la fine musicista da diversi anni vogliamo pensare che la regista abbia voluto concentrare tutta l’attenzione sul lato musicale del dramma. Trionfo finale per tutti si

Devereux al Carlo Felice di Genova

martedì 22 marzo 2016

Roberto Devereux al Carlo Felice di Genova è decisamente un titolo fortunato. Grande trionfo infatti nel prestigioso teatro lirico genovese che sembra aver abbandonato gli anni bui per rinascere agli splendori seguenti all’inaugurazione del 1991. Uno fra i più belli e funzionali teatri lirici in campo internazionale vide infatti i trionfi di Raina Kabaiwanska nel 1993 in questo ruolo. Tali momenti non sembrano per noi così lontani visto che non solo eravamo presenti ma consideriamo l’eccezionale interpretazione di un‘artista non propriamente specializzata nello stile belcantistico. Mariella Devia, la cui splendente carriera ben conosciamo fin dal 1988 con gli sbalorditivi Puritani di Bologna e Sonnambula di Como, incorona con l’Elisabetta di Roberto Devereux una fra le sue più magistrali interpretazioni. A dispetto di coloro che la definivano “leggerina”, il grande soprano ligure ha trovato proprio nelle tessiture centrali di questa partitura donizettiana, il valore di un’interpretazione magniloquente che nulla ha che vedere con le agilità querule di certi sopranini (anche liguri fra l’altro) pre Devia. Una regina forte e determinata ma insieme donna fragile e esposta sul versante amoroso quella della grande Mariella, che non ha dato alcun segno di incrinature nemmeno sul piano strettamente belcantistico. Suoni di petto calibrati con rara maestria e senso della parola nella più originale tradizione belcantistica, fanno si che questa regina donizettiana sia da ascrivere non solo al fianco di quelle di Beverly Sills o di Edita Gruberova ma anche di Montserrat Caballé, passata ormai alla leggenda. Al suo fianco Sonia Ganassi rinata a una vocalità che i più invidiosi e perfidi detrattori pensavano ormai perduta, ha dimostrato ancora una volta la grandezza della sua arte. Degna dell’agone concepito da Donizetti per Elisabetta e Sara la sua amica-rivale in amore, la Ganassi ha esibito uniformità di registro e piglio interpretativo che sempre le abbiamo riconosciuto. Anche sul versante maschile il cast si faceva decisamente valere. Partendo dalla tenorilità di Stefan Pop che sosteneva il ruolo del titolo con il giusto slancio ma che vediamo in futuro più adatto a ruolo più drammatici che belcantistici . Mansoo Kim proponeva invece un Nottingham aggressivo e perfido comme il faut, anche se chiamato a una sostituzione dell’ultima ora. La direzione del giovane Francesco Lanzillotta non ha avuto carenze di sorta : atta a sostenere il belcanto in ogni sua esigenza non ha mancato di drammaticità e peso senza mai cadere in eccessi. Buona ma non ottima la prova del coro del Carlo Felice. La regia di Alfonso Antoniozzi non riservava particolari sorprese mantenendosi su una corretta descrittività, avvalendosi degli splendidi costumi di Gianluca Falaschi e delle valide scene di Monica Manganelli. Ci saremmo risparmiati la presenza di un onnipresente buffone di corte, che ricordava molto Rigoletto se non fosse stato per gli agili passi di danza. Anche un ampio costume atto a rappresentare una carta geografica come il regno sterminato di Elisabetta, ci è sembrato un di più. Trionfi al termine per tutta la compagnia in un teatro gremitissimo di appassionati e non di turisti.

Idomeneo alla Fenice

lunedì 30 novembre 2015

Idomeneo è per alcuni aspetti il più luminoso capolavoro di Mozart, sospeso com’è fra innovazione e classicismo, fra la rottura dei temi schemi dell’opera classica e il primo romanticismo. Anche il regista Alessandro Talevi cerca di rompere i classici schemi di un rappresentazione descrittiva e narrativa introducendo furbeschi attuali temi politici piuttosto triti e ormai vetusti quali la problematica di coloro che fino a poco tempo fa erano chiamati clandestini e oggi definiti rifugiati. Ma si sa la linea del politically correct funzione sempre bene. Chi va a teatro mediamente vorrebbe evadere dalle solite tematiche televisive ormai inflazionate dovunque nella marea di reti che fra tante voci hanno un unico monotono pensiero. Peccato che tutto ciò viene portato in scena a pochi giorni dalle stragi parigine, giustamente ricordate dagli inni nazionali francese e italiano. Ma ciò che non convince in questa regia è soprattutto il non credere nella drammaturgia del libretto di Varesco mettendo spesso in ridicolo l’azione con continue controscene. . con un mare in burrasca realizzato come si faceva decine di anni fa, o un finale d’atto risolto con una gran” pastasciuttata” risolutiva. I recitativi interminabili che si sarebbero potuti sfrondare e scene risibili quali il suddetto finale. Inoltre questa regia veneziana ha avuto la sfortuna di trovarsi a pochi giorni dalla visione dell’ottimo Flauto magico di cui abbiamo reso conto ultimamente. Qualcosa migliora negli atti seguenti dove si alleggeriscono la scena e le controscene. Indubbiamente le scene di Justin Arienti non aiutano affatto e neppure i costumi di Manuel Pedretti che appaiono poco significativi. Su un altro piano la direzione di Jeffery Tate che nelle parti d’insieme si disimpegna su un livello decisamente di tutto rispetto. Qualche abbandono sul versante elegiaco e qualche colore oltre che una maggiore leggerezza avrebbe giovato . Piacevole sorpresa è venuta invece dal ruolo protagonistico con la notevole prova di Brenden Gunnel un tenore non classicamente mozartiano ma dai mezzi e dalla coloratura di assoluto rispetto . Peccato che è stato scarsamente capito non solo dal pubblico ma anche da una certa parte della critica. Una voce da tenere assolutamente presente e un interprete di vaglia. Non intatta vocalmente ma interpretativamente sempre affascinante Monica Bacelli come Idamante Ilia era Ekaterina Sadovnikova tesa e affaticata in una parte di solito piuttosto rassicurante. Più comprensibili le difficoltà incontrate da Michaela Kaune nella temibile parte di Elettra . Arbace di Anicio Zorzi Giustiniani è fra i migliori in campo anche se la sua tessitura è fra le più ingrate. Un particolare consenso al coro della Fenice che ha dato qui una fra le sue migliori prove. Forse un po’ meno l’orchestra . Ottimo successo alla replica della domenica 22 in un teatro affollato.

Zauberflute alla Fenice

giovedì 5 novembre 2015

Zauberflute è fra i pochissimi capolavori da sempre ritenuti terreno di gioco per le bizzarrie dei registi, veri protagonisti dei teatri lirici contemporanei. “ça va sans” dire che fra i rari eventi lirici dei panorami nazionali e internazionali vi è il Flauto magico firmato da Damiano Michieletto per il Teatro la Fenice. Il giovane regista veneziano è ritenuto ormai una fra le migliori fonti di chicche. Detto questo, come spesso capita con i grandi, Michieletto non ha colpito più di tanto con stravolgimenti esagerati, come é avvenuto ad esempio nel caso dell’Elisir d’amore visto da noi a Valencia. Infatti al di là della trasposizione operata con il trasferimento in un ambiente scolastico, ciò che convince pienamente nella drammaturgia di Michieletto è ad esempio il rispetto dei rapporti drammaturgici che non vengono affatto alterati. Tutto ha un suo perché, in primis la madre autoritaria rappresentata dalla Regina della Notte che contrasta con il Sarastro che rappresenta la nuova scuola senza alcun dogma. Tamino è il giovane scolaro che deve scegliere fra le due scuole anche se in realtà il finale Michielettiano sembra volere accogliere le due tesi in una perfetta compenetrazione. Inoltre al di là dei costumi moderni è mantenuta una collocazione temporale piuttosto generica che è non solo nella tradizione ma anche nella giusta interpretazione mozartiana. Unico elemento da cui Michieletto si è voluto discostare è la solita e vetusta lettura massonica. Antonello Manacorda al di là di inutili paragoni con grandi direttori del passato, propone uninterpretazione assolutamente funzionale a ciò che avviene sul palcoscenico. L’Orchestra della Fenice e il coro del Teatro ben rispondono con ottima resa e proprietà espressiva . il cast è invece apparso discreto nel suo insieme con il buon Pamino di Antonio Zorzi Giustiniani sempre corretto e una sensibile e discreta Pamina. In difficoltà nella Prima aria invece la Regina della Notte di Audrey Luna . Buono anche il Sarastro di Goran Juric . Lodevole anche la qualità vocale del Papageno di Thomas Tatzi. Ottimo il successo da parte del numeroso pubblico alla recita da noi visionata il 31 ottobre.

Dittico al Malibran di Venezia

martedì 27 ottobre 2015

Diario di uno scomparso di Janacek e La voix humaine di Francis Poulenc non sono certo un dittico comune sulle scene liriche. Ma si sa che la Fenice ha sempre amato sfide non facili e anche accostamenti inediti. il Diario di uno scomparso di Leos Janacek è una vera chicca di rarissimo ascolto mentre la Voix Humaine di Francis Poulenc è ormai un cavallo di battaglia di diverse primedonne fra cui possiamo citare anche Tiziana Fabbricini, che abbiamo visto molto più a suo agio in questo che in altri ruoli. I due monologhi non sono solo di compositori molto diversi ma appartengono a due epoche e due mondi artistici piuttosto lontani. Mentre infatti il Diario fu rappresentato nel 1921 per la prima volta, La voix Humaine data la sua prima rappresentazione nel 1959 su testo del celebre Jean Cocteau. Il giovane e ci auguriamo per lui emergente regista Gianmaria Aliverta trova in questo suo recentissimo debutto al teatro Malibran una buona occasione per dimostrare una certa coerenza nell’accomunare due situazioni drammaturgiche opposte. Nel Diario di uno scomparso, la storia del protagonista Jan giovane contadino cha perso la testa per una zingara viene visto a ritroso da un commissario che indaga nella stanza da letto scena del delitto. L’abbandono della donna di Jan era avvenuto proprio attraverso l’ultima telefonata che la protagonista compie nella Voix Humaine al suo amante che l’aveva abbandonata. Nella prima opera vi è quindi un protagonista maschile e nella fattispecie il giovane tenore Leonardo Cortellazzi che al di là di una credibile e ottima presenza fisica, ben sa dipanare l’impegnativa tessitura dimostrando controllo totale dell’emissione delle dinamiche. Nella Voix Humaine la brava e più volte da noi lodata Angeles Blancas Gulin dimostra correttezza tecnica e vocale, ma non quello spessore interpretativo che avremmo voluto poter paragonare ad alcune grandi del passato. Di rilievo l’interpretazione pianistica di Claudio Marino Moretti nel Diario di Janacek . Discreta anche la direzione di Francesco Lanzillotta. Buone Le scene moderne di Massimo Checchetto e gli adeguati costumi di Carlos Tieppo. Ottimo successo di pubblico alla prima .

La Cambiale alla Fenice

martedì 29 settembre 2015

Seconda opera composta da Rossini a 18 anni, ma in realtà rappresentata per prima la Cambiale di matrimonio non appare affatto nuova a chi , quasi tutti i melomani che si rispettino, conosce bene il donizettiano Don Pasquale la cui trama è assai simile anche se non del tutto identica. La protagonista ama infatti un giovane squattrinato mentre il padre la vuol dare in sposa a un ricco commerciante americano. Trama non originalissima, se il pegno dl matrimonio non fosse proprio una cambiale. Rossini in questa operina dimostra subito la propria eccezionale capacità di conservare la tradizione pur innovandola staccandosi quindi dalla classica commedia dell’arte ma seguendo la tradizione teatrale italiana. La Fenice ha riproposto uno spettacolo non nuovissimo ma collaudato in ogni suo particolare, sotto la regia attenta dell’ex basso comico Enzo Dara che ha saputo conferire vivacità alle situazioni comiche senza appesantire con inutili volgarità tipiche di una certa vetusta teatralità .Funzionale Accademia di Belle Arti di Venezia con le scene di Stefano Crivellari i costumi di Federica Miani e le luci di Elisa Ottogalli. Ma l’asso nella manica di questa ripresa veneziana era la direzione del giovane Lorenzo Viotti che a parte una certa qual pesantezza conferiva presa teatrale all’insieme. Marina Bucciarelli nel ruolo di Fanny ha dimostrato buona professionalità ma scarso fascino nel timbro vocale . Corretto il Tobia di Omar Montanari e discreto lo Slook di Filippo Fontana. Ottimo il successo del pubblico nella replica del 17 settembre.

Le braci chiudono Martina Franca

giovedì 27 agosto 2015

Il Festival di Martina Franca ha dalla sua una grande tradizione belcantistica e barocca in particolare ma soprattutto negli ultimi anni del festival con la direzione artistica di Alberto Triola abbiamo rilevato un occhio di riguardo nei confronti della contemporaneità . Il celebre romanzo di Sandor Marai ” Le Braci” non è certo di quelli che passano inosservati . Ci riferiamo in particolare alla tematica della grande amicizia fra i due protagonisti maschili ,tema che difficilmente sarebbe stato al centro di una trama operistica ottocentesca.” Le Braci” stanno tutte nel tormento dei ricordi del passato delle esperienze di un lontano vissuto di quarant’anni prima. Tensioni di cose dette e non dette in un rincorrersi di ricordi fra i dueprotagonisti. Musicalmente Le braci di Tutino non aggiungono nulla di particolarmente sconvolgente al linguaggio armonico melodico già conosciuto ma lo spettacolo riesce comunque a coinvolgere anche i non addetti ai lavori. Non è musica indimenticabile quella di Tutino ma rende descrittivamente il travaglio interiore dei due protagonisti. Il ritmo drammaturgico è un po’ quello cinematografico in voga ora, con tutta quella serie di flashback atti a raccontare il passato. La regia di Leo Muscato ben sostiene tutto ciò senza intralciare o essere esageratamente protagonistica. Anche le coreografie di Mattia Agatiello sono adeguate all’azione e ne costituiscono parte integrante. Adeguata è anche risultata la direzione di Francesco Cilluffo a capo dell’Orchestra Internazionale d’Italia. Asso nella manica di questa produzione sono i due protagonisti cantanti in piena carriera che hanno dallo loro non solo diversi punti in comune ma anche due personalità che potremmo dire pur opposte insieme complementari. Spesso gioiosa e comica quella di Antoniozzi mentre intensa e profonda quella di Paolo Scandiuzzi vero basso profondo. Anche il coté femminile è stato ben reso dalla affascinante Kristina di Angela Nisi non meno dalla vecchia governante della Nini di Romina Tomasoni. Tutto esaurito alla prima con grande successo di pubblico a coronare un festival di grande respiro internazionale ancora una volta.

Le Braci chiudono Martina Festival

giovedì 27 agosto 2015

Il Festival di Martina Franca ha dalla sua una grande tradizione belcantistica e in particolare barocca ma soprattutto negli ultimi anni del festival con la direzione artistica di Alberto Triola abbiamo rilevato un occhio di riguardo nei confronti della contemporaneità . il celebre romanzo di Sandor Marai “le Braci” non è certo di quelli che passano inosservati . Ci riferiamo in particolare alla tematica della grande amicizia fra i due protagonisti maschili ,tema che difficilmente sarebbe stato al centro di una trama operistica ottocentesca. Le braci stanno tutte nel tormento dei ricordi delle esperienze vissute insieme quarant’anni prima. Tensioni di cose dette e non dette in un rincorrersi di ricordi fra i due protagonisti. Musicalmente Le braci di Tutino non aggiungono nulla di particolarmente sconvolgente al linguaggio armonico melodico già conosciuto ma lo spettacolo riesce comunque a coinvolgere anche i non addetti ai lavori. Non è musica indimenticabile quella di Tutino ma rende descrittivamente il travaglio interiore dei due protagonisti. Il ritmo drammaturgico è un po’ quello cinematografico in voga ora, con tutta quella serie di flashback atti a raccontare il passato. La regia di Leo Muscato ben sostiene tutto ciò senza intralciare o essere esageratamente protagonistica. Anche le coreografie di Mattia Agatiello sono adeguate all’azione e ne costituiscono parte integrante. Adeguata è anche risultata la direzione di Francesco Cilluffo a capo dell’Orchestra Internazionale d’Italia. Asso nella manica di questa produzione sono i due protagonisti cantanti in piena carriera che hanno dallo loro non solo diversi punti in comune ma anche due personalità che potremmo dire pur opposte e insieme complementari. Spesso gioiosa e comica quella di Alfonso Antoniozzi mentre intensa e profonda quella di Paolo Scandiuzzi vero basso profondo. Anche il coté femminile è stato ben reso dalla affascinante Kristina di Angela Nisi non meno che dalla vecchia governante della Nini di Romina Tomasoni. Tutto esaurito alla prima con grande successo di pubblico a coronare un festival di grande respiro internazionale ancora una volta.

Le Braci chiude Martina

giovedì 27 agosto 2015

Il Festival di Martina Franca ha dalla sua una grande tradizione belcantistica e in particolare barocca ma soprattutto negli ultimi anni del festival con la direzione artistica di Alberto Triola abbiamo rilevato un occhio di riguardo nei confronti della contemporaneità . il celebre romanzo di Sandor Marai “le Braci” non è certo di quelli che passano inosservati . Ci riferiamo in particolare alla tematica della grande amicizia fra i due protagonisti maschili ,tema che difficilmente sarebbe stato al centro di una trama operistica ottocentesca. Le braci stanno tutte nel tormento dei ricordi delle esperienze vissute insieme quarant’anni prima. Tensioni di cose dette e non dette in un rincorrersi di ricordi fra i due protagonisti. Musicalmente Le braci di Tutino non aggiungono nulla di particolarmente sconvolgente al linguaggio armonico melodico già conosciuto ma lo spettacolo riesce comunque a coinvolgere anche i non addetti ai lavori. Non è musica indimenticabile quella di Tutino ma rende descrittivamente il travaglio interiore dei due protagonisti. Il ritmo drammaturgico è un po’ quello cinematografico in voga ora, con tutta quella serie di flashback atti a raccontare il passato. La regia di Leo Muscato ben sostiene tutto ciò senza intralciare o essere esageratamente protagonistica. Anche le coreografie di Mattia Agatiello sono adeguate all’azione e ne costituiscono parte integrante. Adeguata è anche risultata la direzione di Francesco Cilluffo a capo dell’Orchestra Internazionale d’Italia. Asso nella manica di questa produzione sono i due protagonisti cantanti in piena carriera che hanno dallo loro non solo diversi punti in comune ma anche due personalità che potremmo dire pur opposte e insieme complementari. Spesso gioiosa e comica quella di Alfonso Antoniozzi mentre intensa e profonda quella di Paolo Scandiuzzi vero basso profondo. Anche il coté femminile è stato ben reso dalla affascinante Kristina di Angela Nisi non meno che dalla vecchia governante della Nini di Romina Tomasoni. Tutto esaurito alla prima con grande successo di pubblico a coronare un festival di grande respiro internazionale ancora una volta.