Archivio della Categoria 'Opera'

Incoronazione a Martina Franca

giovedì 6 agosto 2015

L’ambizione delusa di Leonardo Leo e La lotta d’Ercole con Acheloo di Agostino Steffani sono state le produzioni che hanno fatto conoscere il talento di Antonio Greco al raffinato ed esigente pubblico del festival della Valle d’Itria gli anni scorsi nel chiostro di San Domenico. Lo spazio più esclusivo e raffinato della fascinosa Martina Franca veniva da anni riservato al giovane ma esperto direttore che fa della riscoperta del grande barocco il suo terreno d’elezione. Quest’anno la prova era comunque di quelle che non lasciano spazio a incertezze visto che l’Incoronazione del grande Monteverdi è stata da sempre banco di prova dei maggiori specialisti degli strumenti antichi. Lontano dal pesante organico di Harnoncourt o di Christie Greco si librava leggero come una brezza primaverile all’interno del capolavoro Monteverdiano . la sua Poppea è apparsa intrisa di una sensualità mista ad eleganza e fatata musicalità come raramente abbiamo potuto ascoltare in passato. Inoltre pur avvalorandosi di qualche taglio l’immortale storia dell’ambiziosa Poppea, modernissima arrampicatrice sociale ed insieme femminista convinta appariva in tutto il suo compiuto senso . Merito anche dell’accuratissima pronuncia dei giovani ma preparatissimi interpreti quasi completamente di sesso femminile come d’altronde era nella grande tradizione barocca in cui la voce virile non era ritenuta degna di considerazione. Attenta e non priva di fascino la regia di Gianmaria Aliverta che pur mai voleva calcare la mano sulla sensualità, ma si manteneva sempre su una sobrietà lineare ma efficace. I costumi di Alessio Rosati ben costruiti nella loro semplicità ben strutturata. Quiteria Munoz Ingrada era una seduttiva Poppea non meno del Nerone di Shaked Bar. Francesco Sartorato era un convincente Ottone mentre ottima era l’Ottavia di Anna Bessi . Nicolò Donini era un Seneca di sicura presa drammaturgica. Grande successo pubblico per la raffinata rappresentazione.

Serse al Goldoni di Venezia

martedì 14 luglio 2015

Sembrerà strano ma un capolavoro come Serse di Handel non era mai stato rappresentato a Milano prima di questa primavera. Le Coin du Roi la neonata associazione belcantistica condotta dal giovane direttore Christian Frattima per prima ha portato il capolavoro handeliano sulle scene del piccolo ma graziosissimo Teatro Litta. Un vero teatrino di corte nel centralissimo Corso Magenta, al di fuori dei conclamati e ingombranti circuiti scaligeri e di quelli di altre orchestre milanesi più o meno sostenute politicamente. Nonostante la rinascita belcantistica e in particolare rossiniana, la riscoperta di Handel sembra destinata infatti a restare al di fuori dei confini del bel paese. E’sufficiente pertanto sfogliare i cataloghi discografici internazionali per renderci conto di come il vasto repertorio handeliano sia ormai stato sviscerato in ogni sua minima forma. Handel appare molto più moderno e attuale di quanto si pensi per l’immediatezza comunicativa, per il rigore dell’impostazione e per la varietà dell’ispirazione. Tutte caratteristiche riscontrate nell’esecuzione veneziana al Teatro Goldoni del Serse partito da Milano ed approdato nella città veneziana culla di ogni sogno settecentesco e non solo musicale. Dobbiamo dire subito che al di là di ogni ragionevole dubbio la regia di Valentino Klose ci è sembrata piuttosto deficitaria sul piano delle idee . A parte quella principale che prevedeva le celebrazioni dell’anniversario dei 2500 anni dell’impero persiano invece che quella originale ai tempi del grande imperatore. Il minimalismo del Klose appare assai lontano dallo sfarzo della corte persiana degli anni settanta, gli anni dello scia Reza Pahlevi. La recitazione degli interpreti era piuttosto lasciata alla fantasia personale e priva di una vera impronta personale. Vero asse portante dell’operazione è stato così Christian Frattima, che sosteneva con perizia e ottima preparazione una partitura eseguita con grande senso musicale e considerazione vocale intesa nel senso delle esigenze dei cantanti. Leggerezza ma insieme compattezza e senso dell’unità musicale caratterizzano questo giovane direttore, che al di fuori dei meccanismi dello star system internazionale merita indubbiamente maggiore attenzione di quella che gli è stata data finora. Il cast non vedeva eccellere alcun componente in particolare ma nemmeno riscontrava alcuna voce o personalità carente. Vilija Mikstaite era un valido Serse non meno dell’Arsamene di Jud Perry, un controtenore da tenere presente.

Kaufmann e Florez alla Scala

giovedì 25 giugno 2015

Il Teatro alla Scala ha in questa tarda primavera offerto agli appassionati di belcanto un’ abbinata di recital di tenori a dir poco eccezionale : Jonas Kaufmanne e Juan Diego Florez. L’accoppiata di quelli che sono attualmente fra i maggiori idoli del tenorismo in campo mondiale ha il sapore non tanto della sfida vista la diversa natura dei due prodigiosi cantanti, ma piuttosto quasi una beffa nei confronti dei vecchi melomani che da anni ormai lamentano l’assenza di tenori paragonabili a quelli del passato . Se poi consideriamo anche Gregory Kunde che sarà protagonista nell’Otello di Rossini in programma dal 4 luglio in poi, possiamo tranquillamente affermare che quel sovrintendente scaligero piuttosto modesto, che qualche anno fa ci disse che la Scala è un teatro di direttori piuttosto che di tenori, è stato pacificamente contraddetto dai fatti contemporanei . Certo molti tenori mancano all’appello come ad esempio il grande maltese Joseph Calleja ma confidiamo nelle programmazioni future. Jonas Kaufmann accompagnato dall’Orchestra Filarmonica della Scala diretta da Jochen Rieder, ha dato ancora una volta una magistrale lezione di belcanto . Soprattutto nella prima parte del concerto il grande tenore tedesco ha impostato il suo gusto pucciniano su alcune arie da opere meno conosciute  come le Villi ed Edgar. In esse ha sfoggiato una linea di canto invidiabilissima sempre pulita, stilizzata ed autenticamente belcantistica. La linearità infatti di un puro stile  derivato da un canto che non ha bisogno di singhiozzi, accenti esasperati  o altre sovrapposizioni di gusto verista. Nella seconda parte ha invece preferito accostarsi a pagine più note come quelle da Tosca, Fanciulla del West, o Turandot ma sempre impreziosite da un gusto assai nobile e raffinato dove le messe di voce e le filature non sono apparse mai fine a se stesse ma sempre sostenute da un gusto sorvegliatissimo e contemporaneo . Grande generosità poi nei numerosi bis fra cui il popolarissimo “Nessun dorma” bissato con una breve pausa dovuta a una perdonabilissima dimenticanza del testo che ha reso il tenore tedesco ancora più simpatico e umano di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. L’interpretazione direttoriale di Jochen Rieder  è apparsa per lo piuttosto estranea non solo alle ragioni del tenore che troppo spesso è stato penalizzato con sonorità esagerate ma anche da quella minima assenza di rubati di accenti nascosti che anche nel repertorio pucciniano trovano la loro ragion d’essere .

Di impianto completamente diverso il concerto del tenore peruviano Juan Diego Florez che accompagnato o dal grande Vincenzo Scalera al pianoforte ha proposto un programma piuttosto accattivante contrariamente alla sua provenienza tipicamente belcantistica e rossiniana in particolare. Stefano Donaudy e Francesco Paolo Tosti non ce ne vorranno certamente ma le loro romanze salottiere di fine Ottocento primi Novecento per passare all’amato Rossini solo nella parte finale del primo tempo del concerto con ”Intesi,  ah tutto intesi”  dal Turco in italia e dalla Lucrezia Borgia di Donizetti :”T’amo qual s’ama un angelo”. La seconda parte dedicata al repertorio francese da camera, al di là di una pronuncia francese non esemplare in quanto priva di suoni nasali e di legato ha permesso al tenore peruviano una tranquillità vocale di tutto rispetto. Con le due arie da Werther e da Roméo et Juliette Florez ha riscaldato la sala per infiammarla poi nei bis fra cui quello tratto da”La Belle Héléne di Offenbach” è risultato decisamente eccezionale come pure la donizettiana “Furtiva lagrima”. Anche le canzoni spagnole quali Granada o Jurame sono state notevoli. Anche qui trionfo di pubblico con per Kaufmann non si vedeva da tempo nel massimo

Don Pasquale al Verdi di Trieste

mercoledì 10 giugno 2015

La semplicità dei grandi è indubbiamente riposta nel capolavoro donizettiano. Don Pasquale che può apparentemente sembrare una commediola borghese fu deturpato negli anni del verismo da volgari deformazioni macchiettisti che. Ha saputo rifiorire solo negli anni della rinascita belcantistica alleggerendosi di tutti quegli orpelli che avevano appesantito l’originale leggerezza di un canovaccio che pur essendo legato ancora a una morale autenticamente borghese non è privo di spunti ancora attuali. La regia di Stefano Vizioli al Verdi di Trieste è ripresa da uno spettacolo da noi già visionato alla Scala qualche anno fa se non erriamo. Un lavoro intimistico mai esasperato caratterizzato da piccoli gesti . A volte però soprattutto nel caso del protagonista il tutto appariva un po’ sottotono a discapito del risultato finale. Tradizionali ma funzionali le scene di Susanna Rossi Jost e i costumi di Roberta Guidi Di Bagno. Ma il grosso deficit di questa produzione stava  nella direzione orchestrale di Hirofumi Hoshida che fin dall’ouverture appariva totalmente estraneo al mondo donizettiano fatto di leggerezza di elasticità e di malinconia. Spesso in ritardo sui tempi dei cantanti si rivelava forse meno in difficoltà nei pezzi d’assieme. In tutti i casi dimostrava troppo spesso mancanza di senso del canto e dell’accompagnamento. Andrea Concetti ritraeva un Don Pasquale lineare, interiorizzato ma non troppo convincente nel suo insieme. Interessante il Malatesta di Federico Longhi, mentre l’Ernesto di Giorgio Misseri si dimostrava discreto. La Norina di Mihaela Marcu era sicura e spavalda comme il faut, pur senza un timbro troppo ammaliante. Buona prova nonostante tutto dell’orchestra e del coro del Verdi.

Norma alla Fenice

sabato 30 maggio 2015

Norma alla Fenice attesissima, non solo come accadeva una volta per la protagonista che, diceva qualche anno fa la moglie di un celebre direttore d’orchestra, nonché direttrice di un Festival dai grandi sponsor, :”verrà scelta dal maestro al momento” ma per la “metteuse en scène” la celebre Karah Walker scelta dalla Biennale veneziana . La Walker ambienta Norma in Africa all’epoca del colonialismo e non lo fa con molta leggerezza : vedasi ad esempio i costumi rossi degli uomini che sembrano dei prémaman  con tanto di parrucche ricciolute castano scure che li rendono più che ridicoli. Per non parlare degli invasori romani il cui costume ricalca esagerandolo quello dei soldati del tanto esecrato ventennio. La cosa più indovinata è la grande maschera distesa su un fianco. Oroveso invece che un gran sacerdote sembra un guru dei no global. Peccato che non solo manca la recitazione delle masse schierate alla vecchia maniera, ma la scena è statica dall’inizio alla fine senza un coup de théatre neppure al momento del rogo finale. Musicalmente l’orchestra è diretta con un po’ troppa enfasi da Gaetano d’Espinosa che non ha gran fantasia nei colori non rende variati i recitativi . La sua è risultata così una Norma noiosa piatta senza rubati nè colori ma professionalmente compatta senza alcun cedimento. Carmela Remigio è Norma ; non si può dire che non sappia cantare ma è assai lontana dal peso vocale richiesto, cioè a dire drammatico d’agilità . Risulta così assai lontana dal personaggio e anche a causa della figura scenica per niente sacerdotale. Forse sostenuta da una diversa regia sarebbe risultata meno estranea alla parte ma in questo contesto è apparsa più che altro coraggiosa. Diverso il discorso per Veronica Simeoni, che a parte qualche acuto sforzato, era ben a suo agio come Adalgisa. In forma straordinaria invece Gregory Kunde che sembra superare se stesso in una tessitura impervia per altri ma non per lui, rossiniano doc ma oggi lui si vero drammatico d’agilità se si potesse definire così’ un tenore. Ottimo anche Oroveso di Dmitry Beloselskiy. Grande successo per tutti alla replica del 24 maggio in una sala gremita. 

Jenufa al Comunale di Bologna

giovedì 21 maggio 2015

Il compositore ceco Leos Janacek è indubbiamente fra i più misconosciuti in Italia,anche se negli ultimi anni non poche sono state le riprese di alcune fra le sue opere. Il capolavoro del 1904 Jenufa viene presentato questa primavera a Bologna con grande successo, grazie a una coproduzione con il Théatre Royal de la Monnaie di Bruxelles. Vi è la firma di uno fra i più apprezzati registi in campo internazionale quali il lettone Alvis Hermanis, autore fra l’altro della regia anche di un Trovatore piuttosto originale allo scorso Festival di Salisburgo. Ma questa Jenufa che vede il nostro graditissimo ritorno nella splendida sala del Bibiena dopo diverso tempo di assenza ci ha riempito di soddisfazione. In primis per un teatro gremitissimo ma anche per un titolo assai poco popolare come dicevamo. Uno spettacolo quello di Hermanis perfettamente coordinato ci è sembrato di capire su due piani: quello immaginario fantastico del primo e terzo atto che vede nelle fantasie o aspirazioni della vecchia Kostelnicka che vorrebbe per sé e per la figliastra Jenufa una realtà ben diversa da quella che effettivamente è rappresentata nella squallida cucina del secondo atto .E, questo il momento infatti in cui viene realizzato l’atroce delitto cioè a dire l’uccisione del neonato.  Kostelnicka compie il delitto sperando  di vedere realizzato il suo sogno cioè che la Jenufa sposi il ricco Steva anziché il fratello povero Laca da lei amato. Dicevamo il doppio piano concettuale da un lato quello delle bambole e dei ballerine danzanti secondo la tradizione morava nel primo e nel terzo atto, dall’altro quello della triste realtà della vita della povera Jenufa schiava della morale comune e non veramente padrona della propria condizione di donna moderna libera e autonoma. Dobbiamo dire che è inutile cercare nei caldi colori delle scene e dei costumi di Hermanis quelli del dramma di Janacek.  Nella produzione bolognese la direzione orchestrale per così dire sinfonica di Juraj Valcuha, appariva quasi spesso prevaricante nei confronti dei cantanti,per così dire sinfonica. Nello stesso tempo incisiva risoluta e precisa ma soprattutto adatta a significare quel sinfonismo sempre teso e ansioso così lontano dal canto all’italiana cui siamo abituati. Ottimi i cantanti da noi ascoltati nella replica pomeridiana del 18 aprile : in primis la splendida Angeles Blancas Gulin piena di grinta e sicurezza sia vocale che scenica . Ira Bertman era una appassionata Jenufa . Jan Vacik un saldo Laca mentre lo Steva di Ales Brescein si distingueva in tutta la pienezza di un bel timbro. Ottimi poi orchestra e coro del Comunale per un caloroso successo.  

Billy Budd al Carlo Felice

giovedì 7 maggio 2015

Se il teatro d’opera inglese può vantare assai pochi grandi compositori, il contemporaneo  Benjamin Britten è uno di questi. Il Carlo Felice di Genova da noi un po’ trascurato negli ultimi tempi ripresenta  in questa stagione uno fra i più felici allestimenti degli ultimi anni a firma di Davide Livermore.Andò in scena al Regio di Torino già nel 2004. Ancora una volta abbiamo davanti ai nostri occhi la prova che un intelligente e indovinato allestimento anche dopo più di dieci anni non dimostra affatto la sua età. Questa semplice e insieme possente produzione si presenta molto più stimolante di tante novità che si vogliono produrre troppo spesso e volentieri per smanie di rinnovamento quando non per esigenze di portafoglio. Ecco quindi che lo spettacolo minimalista concepito allora si snoda stupendamente sfruttando le moderne macchine del Carlo Felice con grande eleganza facendo salire e scendere i diversi piani della nave di Billy Budd, l’Indomitable, senza alcun rumore o difficoltà scenica . Ma il racconto di Melville è basato sulla terribile accusa di tradimento nei confronti del giovane e aitante Billy Budd reo in realtà di provocare turbamenti sessuali nel perfido commissario di bordo Claggart . L’opera di Britten vuole affrontare molti temi fra cui quello della pena di morte attualissimo negli anni Cinquanta ai tempi dell’ultima condanna nel regno Unito.  Nell’allestimento di Livermore si apprezzava anche la crudezza dell’entourage esclusivamente maschile,pur nell’ambito di una grande eleganza di fondo. Si tratta così di un organico vocale totalmente maschile( quasi un unicum) se non si considera “Da una casa di morti” del grande Janacek. Ma ottima è stata la prova direttoriale di Andrea Battistoni che stavolta si è dimostrato all’altezza della situazione sia nell’equilibrio voci orchestra come pure nella varietà della resa dei lugubri colori della ricca tavolozza musicale di Britten. Personalmente abbiamo assistito alla recita del giorno 18. il cast appariva di un ottimo livello assolutamente omogeneo ma risplendeva indubbiamente nella figura di Valdis Jansons intenso scenicamente e vocalmente, mentre Vere era un valido Patrick Vogel . il perfido Claggart era un adeguato Hector Guedes. Una menzione particolare per i due splendidi cori quello del Carlo Felice e quello del Teatro San Carlo di Lisbona che hanno dato ottima resa al tutto. Unico neo di una produzione esemplare lo scarso pubblico affluito in sala in una replica semifestiva.

Puritani al Regio di Torino

lunedì 27 aprile 2015

I Puritani di Vincenzo Bellini mancavano al Regio di Torino dal 1996 e noi abbiamo avuto la fortuna di assistervi : protagonisti Mariella Devia e Giuseppe Sabbatini. Signori che al di là dei gusti personali ,potrebbero comporre dei manuali di canto ad uso delle giovani generazioni. Pur dovendo premettere che questa volta al Regio di Torino abbiamo assistito alla prova generale aperta al pubblico, dobbiamo ammettere che il risultato vocale è stato ben diverso. La produzione firmata da Fabio Ceresa e già presentata a Firenze e in televisione nei mesi scorsi, appariva piuttosto tetra e talvolta anche lugubre. Nell’insieme non mancava di gusto personale e di originalità pur accentuando un po’ troppo lo stile  gotico e infarcendo le scene con molte comparse a delineare la drammaticità dell’azione. In primis si trovava così la direzione di Michele Mariotti in carriera ormai più che internazionale.  Dimostra così ancora una volta di conoscere la difficile arte di assecondare privilegiando il palcoscenico e cioè a dire i solisti, impegnati in una fra le più ardue prove belcantistiche. Dimitri Korchak alias Arturo denotava  sicurezza vocale in ogni registro dell’ impegnativo ruolo tenorile, pur non facendo suo quell’abbandono e quella morbidezza interpretativa  che fanno parte del cosiddetto canto belliniano.  Olga Peretyatko  pur non essendo dotata di un timbro fra i più fascinosi si sforzava di conferire un proprio spessore interpretativo al ruolo di Elvira con risultato non più che discreto. Note negative invece per il Riccardo di Nicola Alaimo che al di là delle carenze vocali, dimostrava anche scarsa immedesimazione nel ruolo. Migliore il basso Nicola Ulivieri come Giorgio . Buona prova del Coro e dell’Orchestra del Regio. Molti applausi alla prova generale.

Elisir al Regio di Parma

sabato 11 aprile 2015

Il Regio di Parma è stato da sempre teatro di grandi tenori. Quest’ultima produzione di Elisir d’amore non smentisce affatto tale affermazione. Celso Albelo che nel panorama internazionale è ormai una stella di prima grandezza, si sta infatti affermando non più solo come il “nuovo Kraus”, ma con una propria personalità, se vogliamo più esuberante, meno aristocraticamente contenuta, e con una comunicabilità più immediata e spontanea. Facilità nella zona acuta con puntature di tradizione, ma soprattutto una presenza scenica scoppiettante. In particolare nel secondo atto, dove il tenore canario al di là di una regia non troppo significativa, infarcisce con la sua propria verve un Nemorino di assoluto rispetto. Senza voler imitare il grande e indimenticabile Alfredo da noi apprezzato anche in questo ruolo alla viennese Staatsoper ormai diversi anni fa. La produzione parmigiana, non nuovissima, a firma di Marcello Grigorov, non si distingueva per particolari trovate sceniche o registiche, ma si manteneva nel solco di una certa eleganza e pulizia formale .in anni di esagerazioni  e travisamenti di ogni tipo è assolutamente apprezzabile. Occasione non colta dalla direzione di Francesco Cilluffo che dimostrava diverse volte qualche difficoltà nella concertazione  e nell’insieme non troppa personalità. Jessica Nuccio pur non essendo dotata di un timbro fra i più accattivanti si dismpegnava con professionalità in una discreta Adina. Vera sorpresa era invece Julian Kim come Belcore che in possesso non solo di giovanile freschezza adattissima al personaggio, sapeva ben modulare una vocalità calda e pastosa. Roberto De Candia era un simpatico Dulcamara. Notevole successo e affollamento di pubblico nella replica del 31 marzo.  

    

Alceste alla Fenice

lunedì 6 aprile 2015

 Le regie di Pier Luigi Pizzi si distinguono nettamente fra quelle attualmente in circolazione . Da un lato il minimalismo imperante di certo teatro di regia alla tedesca , dall’altro ad esempio la sovrabbondanza un po’ alla Davide Livermore dell’italiana in Algeri pesarese. La classicità un po’ statica di certo Pizzi d’annata rivive dunque in questa Alceste veneziana. Una luce non nuova dunque ma non priva di charme. Tale risultato giunge da un ‘esigenza di pulizia, di rigore, di classicità, di semplicità neoclassica, che il tradizionale regista propone ormai da tanti decenni. Non cercheremo infatti lampi di genio, trovate sceniche eclatanti o particolari impronte nella recitazione dei singoli. Tutto ciò non è mai stato fra i punti forti di Pizzi in attività dal 1951. Ma la rappresentazione lineare con una certa resa della realtà drammatica e’indubbiamente confacente alla poetica musicale gluckiana. In particolare con Alceste e non solo con Orfeo Gluck vuol allontanarsi dal belcanto all’italiana, inteso come astrazione puramente edonistica. Gluck si avvicina così a una vera e propria “adesione al vero” che sfocerà poi nella vera tragédie- lirique autenticamente francese. L‘edizione veneziana si basava sulla versione di Vienna del 1767(senza danze purtroppo). Come freccia al suo arco la brillante direzione di Guillaume Tourniaire che ben equilibrava voci e orchestra dando quasi sempre calibrati accenti ai numerosi recitativi. Ben si disimpegnava anche il coro della Fenice chiamato a una prova affatto trascurabile. Carmela Remigio era un’ottima Alceste per tenuta interpretativa e vocale e adesione stilistica. Marlin Miller Admeto si dimostrava piuttosto carente in certi passaggi acuti . Significativo invece l’Evandro di Giorgio Misseri. Ottimo successo per uno spettacolo degno dei migliori anni di questo grande teatro che si conferma non solo nel nostro cuore fra i migliori in campo internazionale.