Capuleti e Montecchi aprono il Carlo Felice
lunedì 3 novembre 2008
“Non è il solito teatrino” diceva un segaligno e aristocratico signore seduto al mio fianco all’inaugurazione del Carlo Felice di Genova. Aveva ragione e totalmente. In momenti di crisi come questa, dove le strumentalizzazioni politiche regnano sovrane un po’ovunque, il Carlo Felice ha saputo impegnarsi in una valida operazione culturale presentando uno fra i più sublimi capolavori del melodramma italiano. I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. Dimenticato a lungo e spazzato praticamente via in epoca verista ma ancora prima dal più celebre Roméo et Juliette di Charles Gounod ( cui tocca oggi un po’ la stessa sorte). Riscoperto già negli anni settanta da Claudio Abbado e in epoca più recente da Riccardo Muti ha visto negli ultimi vent’anni molte interpreti di riferimento da noi apprezzate sulle scene, quali Katia Ricciarelli, Lella Cuberli, Giusy Devinu , Luciana Serra, Edita Gruberova, June Anderson senza voler dimenticare nessuna.
Fra queste eccelse cantanti quasi coetanee non tutte regnano ancora sulle scene internazionali. L’allestimento genovese punta sul connubio Mariella Devia Sonia Ganassi, che,differenziandosi da altre celebri primedonne del passato, sono in ottimi rapporti e si cimentano regolarmente in concerti di duetti come quello tenuto anni fa al Filarmonico di Verona. Tornando all’allestimento genovese che sfrutta quello proveniente dall’Opéra Bastille di Parigi, niente si può immaginare di più semplice elegante ma insieme sovrastante, imponente e prevaricante. Enormi pareti semoventi in rosso scuro creano spazi di volta in volta claustrofobici o apertamente desolanti a significare la grande solitudine alternata ai momenti di un amore disperato, quello che congiunge i due infelici amanti di Verona. Grande pregio di quest’apparentemente semplice allestimento si situa nel saper evidenziare i singoli personaggi su cui Bellini volutamente vuole concentrare l’azione. Qualche sedia, un letto, neppure un piccolo catafalco nella tomba di Giulietta a voler comprovare l’adesione al più spinto minimalismo oggi imperante. Quando il canto è vero belcanto come nel caso della Devia e della Ganassi si può fare….ma altrimenti ?
Una lunga fila indiana con i seguaci di Capellio che a fatica staccano le spade infilzate nel proscenio non ci è certo sembrata una bella idea per aprire l’opera ma è anche vero che l drammaturgia dei Capuleti non è ricca di spunti originali. Sonia Ganassi da parte sua si rivelava perfettamente a suo agio in una tessitura quasi sopranile che metteva in evidenza la grande facilità nei passaggi di registro, ma anche la corposità dei centri. Ciò che colpiva era anche la grande fusione stilistica e interpretativa fra le due belcantiste perfettamente a loro agio nel comune intento di far brillare le ragioni della musica e non le rivalità fra primedonne. La direzione di Renzetti appariva finalizzata al buon risaltare del palcoscenico senza creare prevaricazioni di sorta. Il Lorenzo di Nicola Ulivieri si distingueva mentre un po’ opachi apparivano siano il Tebaldo di Dario Schmunck, come pure non brillante il Capellio di Deyan Vatchkov. Trionfi anche alla repliche.
Don Pasquale, di Gaetano Donizetti,è una delle opere più piacevoli che il teatro lirico ottocentesco prodotto.Vista la semplicità dell’azione può sembrare anche uno titolo fra i più accessibili da realizzare considerando che oggi le voci belcantiste sono più abbondanti di quelle autenticamente verdiane o veriste. E’ in realtà uno scoglio sommerso che presenta spesso difficoltà inaspettate. L’allestimento del Teatro Verdi di Trieste a firma di Italo Nunziata ne ha evidenziate alcune sotto diverse angolature. In primis la direzione di Gerard Korsten che andava a sostituire Daniel Oren in seguito alle ben note polemiche. Il giovane maestro sudafricano appariva fin dall’ouverture estraneo alla freschezza e alla leggerezza donizettiana appesantendo la mano senza evidenziare la brillantezza della fantasia melodica e armonica della partitura. Talvolta si è fatto persino cogliere in ritardo rispetto ai tempi scelti dai cantanti per l’esecuzione delle arie. Speriamo di poterlo rivalutare in futuro. Italo Nunziata da parte sua impostava una vicenda nei novecenteschi anni 30 operando una trasposizione di quasi un secolo che se sulla carta poteva anche non disturbare accentuava qui invece l’aspetto farsesco del Don Pasquale che è apparso così ai neofiti una vera e propria operetta. Ciò anche a causa di una certa sottovalutazione dell’aspetto lirico patetico del canovaccio a discapito di quello più immediatamente comico. L’azione e il ritmo erano curati nei dettagli ma certa malinconia presente nei personaggi di Ernesto e Don Pasquale veniva così completamente sottaciuta. Giorgio Surjan pur in possesso di una salda tecnica non dava del protagonista quella convincente linea interpretativa che gli abbiamo riconosciuto molte volte in altri ruoli. Imbarazzante era da parte sua Alberto Rinaldi come Malatesta in una tessitura ben lontana dalle sue reali possibilità. Antonino Siragusa pur nella facilità di esecuzione di una tessitura a lui congeniale forzava talvolta gli estremi acuti e appariva piuttosto indifferente ai tormenti del giovane Ernesto.