Cadmus et Hermione
lunedì 7 aprile 2008Vi sono serate difficili da dimenticare anche per chi come noi vede abitualmente molti allestimenti durante tutto il corso dell’anno. Cadmus et Hermione andato in scena durante lo scorso gennaio all’Opéra-comique parigina è indubbiamente una di queste. L’atmosfera delle grandi occasioni regnava su quella sera in cui invece che il solito pubblico mondano delle grandi occasioni quello degli appassionati era a farla da padrone. Si trattava della prima vera tragédie lirique del grande compositore di origine italiana Gianbattista Lulli ribattezzato in Francia Lully che ebbe a Parigi una carriera fra le più luminose. Ma tragédie non significa affatto la classica tragedia greca o moderna quanto piuttosto una contaminazione di danza, di tragedia. Vi compaiono personaggi comici presi dalla vecchia commedia dell’arte italiana e in particolare veneziana. Nella produzione parigina tutto ciò era perfettamente coeso. Anteriore a questo Cadmus erano il Borghese gentiluomo del 2004 e Atys del 1991,il tutto sempre sotto la direzione artistica di Vincent Dumestre, e la regia di Benjamin Lazar.
Questo Cadmus riusciva infatti nel serio compito di riportarci nell’antico 1673 di Molière. Illuminati solo da lampadine gli effetti scenici erano comunque stupefacenti per merito di antiche macchine che, anche se mosse da uomini nascosti, riuscivano nell’impegnativa arte di affascinare spettatori smaliziati abituati ad ogni genere di diavolerie. La freschezza poi di una recitazione precisa e dinamica nel francese dell’epoca come pure del rispetto stilistico nelle danze più adatte. Indubbiamente non si può cercare nell’ispirazione musicale di Lully quella varietà melodica che sarà poi propria di altri compositori posteriori, ma la linea interpretativa e stilistica presentata in quest’edizione parigina riusciva perfettamente a rendere la difficile arte dell’antica”air de cour” di cui l’opera è ancora profondamente intrisa. Ciò che persuadeva pienamente era anche quello stretto lavoro di equipe che, piuttosto che evidenziare le singole individualità, metteva l’accento sull’unità stilistica dell’insieme .Questa in un epoca di star system è indubbiamente una delle migliori lodi che si possano fare. Uno spettacolo lodevole che consiglieremmo a tutti di vedere .
Don Pasquale, di Gaetano Donizetti,è una delle opere più piacevoli che il teatro lirico ottocentesco prodotto.Vista la semplicità dell’azione può sembrare anche uno titolo fra i più accessibili da realizzare considerando che oggi le voci belcantiste sono più abbondanti di quelle autenticamente verdiane o veriste. E’ in realtà uno scoglio sommerso che presenta spesso difficoltà inaspettate. L’allestimento del Teatro Verdi di Trieste a firma di Italo Nunziata ne ha evidenziate alcune sotto diverse angolature. In primis la direzione di Gerard Korsten che andava a sostituire Daniel Oren in seguito alle ben note polemiche. Il giovane maestro sudafricano appariva fin dall’ouverture estraneo alla freschezza e alla leggerezza donizettiana appesantendo la mano senza evidenziare la brillantezza della fantasia melodica e armonica della partitura. Talvolta si è fatto persino cogliere in ritardo rispetto ai tempi scelti dai cantanti per l’esecuzione delle arie. Speriamo di poterlo rivalutare in futuro. Italo Nunziata da parte sua impostava una vicenda nei novecenteschi anni 30 operando una trasposizione di quasi un secolo che se sulla carta poteva anche non disturbare accentuava qui invece l’aspetto farsesco del Don Pasquale che è apparso così ai neofiti una vera e propria operetta. Ciò anche a causa di una certa sottovalutazione dell’aspetto lirico patetico del canovaccio a discapito di quello più immediatamente comico. L’azione e il ritmo erano curati nei dettagli ma certa malinconia presente nei personaggi di Ernesto e Don Pasquale veniva così completamente sottaciuta. Giorgio Surjan pur in possesso di una salda tecnica non dava del protagonista quella convincente linea interpretativa che gli abbiamo riconosciuto molte volte in altri ruoli. Imbarazzante era da parte sua Alberto Rinaldi come Malatesta in una tessitura ben lontana dalle sue reali possibilità. Antonino Siragusa pur nella facilità di esecuzione di una tessitura a lui congeniale forzava talvolta gli estremi acuti e appariva piuttosto indifferente ai tormenti del giovane Ernesto.