Ma di chi è quest’Orfeo?
Vi è un luogo nelle Puglie dove il tempo sembra essersi fermato a qualche anno fa, quando l’avvicendarsi dei festivals culturali era molto più diffuso di oggi. Barga, Fermo,lo stesso festival dell’Operetta di Trieste,il festival Barocco del Filarmonico di Verona e qualche altro sono realtà oggi sparite o quasi. Martina Franca,da cui mancavamo da qualche anno, sembra invece non risentire della crisi ormai generalizzata, o meglio resistere all’imperversare degli eventi di massa. Certo non abbiamo visto il tutto esaurito ma il calore e il colore intorno al piccolo grande Festival giunto ormai alla sua 35 edizione era sempre presente in entrambe le serate cui abbiamo assistito. Un apprezzamento dunque non solo al direttore artistico ma anche a tutti i collaboratori tecnici e artistici che hanno fatto sì che questi spettacoli curati nei particolari pur con pochi mezzi economici, potessero essere al miglior livello. Un particolare riconoscimento va all’Orchestra Internazionale d’Italia ,decisamente migliorata nell’ottimo livello d’esecuzione in entrambe le produzioni da noi visionate. Orfeo di Gluck era il primo titolo, presentato però in una versione assolutamente nuova per i nostri giorni, quella approntata a Napoli nel 1774 per il castrato Senesino, da un figlio del grande Johan Sebastian Bach e cioè Johann Christian Bach. Diciamo subito che Orfeo di Gluck è probabilmente una fra le partiture in assoluto più rimaneggiate e manipolate nella storia dell’opera e che musicalmente questa versione non ci è sembrata certo fra le più infelici e neppure noiosa. Piena di virtuosismi, di asperità vocali di ogni tipo sembra infatti volersi contrapporre a quella tradizionale, emblema della riforma. Al contrario di coloro che ci hanno sempre voluto presentare Gluck come colui che cancellava le astrazioni del belcanto per riportare l’opera all’adesione al vero o meglio alla drammaticità, questa versione prova esattamente il contrario o meglio la completa inutilità di certe tesi musicologiche che vogliono recuperare la filologia per riproporla ai giorni nostri con lo scopo di far trionfare UN direttore piuttosto che i cantanti. Qui invece si sarebbe voluto contrapporre un sopranista protagonista a un contraltista nella parte di Amore . Il fatto è che purtroppo l’Orfeo di Francois Bitar Razek, dalla bella presenza scenica, pur essendo un fine musicista e un interprete sensibile, non si è dimostrato in possesso di quei mezzi vocali e di quella arroganza virtuosistica che la parte di Orfeo avrebbe richiesto. Al contrario Angelo Bonazzoli alias Orfeo, pur fisicamente assai meno attraente, molto più dotato vocalmente sia nei mezzi come pure nello slancio teatrale esibiva troppo spesso suoni di dubbia emissione e intonazione piuttosto sgradevoli.