Traviata

Fino a pochi anni fa Traviata era lo scoglio più temuto dai soprani e solo pochissime primedonne si sentivano in grado di affrontare il pubblico,mentre la maggior parte dei registi la ritenevano uno di quei titoli impossibili da toccare e da trasporre in altre ambientazioni. Poi registi come Vick a Verona e come Carsen a Venezia e infine come Decker a Salisburgo si sono arrischiati ottenendo risultati più o meno geniali. Diventa oggi per qualsivoglia regista assai difficile riuscire a dire qualcosa di effettivamente nuovo su un dramma così conosciuto ma anche così ben rivisitato. Massimo Ranieri che pure è uomo di teatro, trovandosi alla sua quarta regia d’opera ha ritenuto di potersi cimentare nel difficile compito, apparso solo in parte raggiunto nei suoi obiettivi.Un’ambientazione moderna, più precisamente anni Cinquanta (anche se l’accenno del twist faceva pensare a quelli Sessanta), lontanamente paragonabile alla morale borghese di metà ottocento. Violetta sembra inizialmente rifarsi all’ideale romantico di una bambina che dopo i suoi primi studi di danza alla sbarra viene sbalzata improvvisamente in un mondo non suo fatto solo di esteriorità che non le appartengono e che è costretta a subire ma alle quali preferirebbe in realtà un mondo più intimo e sincero. Ciò che non era consono allo stile e al mondo verdiano era anche una gestualità spesso volgare esasperata che non esiteremmo a definire verista da parte degli interpreti e la difficoltà registica di far muovere anche il coro in modo adatto. Lanci di bicchieri, strattonamenti, schiaffi da stordimento o meglio da pronto soccorso fanno infatti parte piuttosto di un mondo molto lontano dal milieu di una Parigi anni Cinquanta e vicino a quello di una Roma felliniana da neorealismo ma anche di quello un po’ hollywoodiano cui il regista ammicca in particolare nel primo atto. Peccato che non solo la tradizione ma anche la partitura richiamino spesso al belcanto di donizettiana e belliniana memoria piuttosto che alle concitazioni mascagnane…
Le scene e i costumi semplici ed essenziali di Nanà Cecchi non bastavano poi a stemperare certi eccessi registici. La parte musicale al di là di un fastidiosissimo sibilo proveniente dal palcoscenico durante tutto il primo e parte del secondo atto vedeva in Daniel Oren un istrionico protagonista che accentuava non solo sonorità ma anche tempi serrati e al contrario rallentati creando talvolta effetti vistosi talvolta momenti toccanti. Una lettura a tratti discutibile ma mai noiosa e piatta. Peccato piuttosto per certi tagli oggi improponibili.
Al Verdi si sa sono passati un po’ tutti i grandi cantanti del passato e nonostante i dolorosi tagli economici che speriamo possano essere cancellati dal nuovo governo il cast è di notevole livello.
Inva Mula non ha una voce bellissima e la sua interpretazione risulta un pò datata e non intimamente sentita, ma la sua tecnica è ineccepibile e le permette di fare perigliose messe di voce senza alcun problema. Massimo Giordano è invece un Alfredo irruente e caldo ma la sua tecnica non è sempre a fuoco; quando canta piano come nel terzo atto è una delizia. Franco Vassallo, Germont ha invece una voce un colore e una morbidezza di emissione invidiabile, peccato che la linea del canto risenta di carenze di intonazione. Poco interessanti in genere i comprimari.
Qualche fischio all’indirizzo del regista in mezzo a molti applausi non ha turbato la prima, una serata di gala piena di attese corrisposte e di preziose toilettes…