Stuarda alla Fenice

Stagione felice quella della veneziana Fenice, che dopo aver aperto con La città morta di Korngold in una rara e intensa mise en scène firmata da Pier Luigi Pizzi si è avvicinata all’ormai insolito Roméo et Juliette di Gounod con la stuzzicante regia di Damiano Michieletto. E’stata poi la volta di Maria Stuarda di Donizetti affidata alle cure di Denis Krief già noto al pubblico veneziano con Parsifal e Turandot e con il debutto nel ruolo di Fiorenza Cedolins.

Se Maria Stuarda appartiene oggi al repertorio lo dobbiamo alla Donizetti renaissance avviata da Maria Callas negli anni Cinquanta e sviscerata poi da belcantiste come Leyla Gencer e Joan Sutherland. Il ruolo fu più tardi affrontato da primedonne come Maria Chiara o la troppo dimenticata Lella Cuberli. Oggi è appannaggio di dive come Edita Gruberova e Mariella Devia per le quali è divenuto un vero e proprio cavallo di battaglia. Ma si sa le primedonne sono passate di moda e il clou nell’opera lirica è ovunque la regia.

Quando i registi sono della levatura di Denis Krief, non si può che essere d’accordo anche se non sempre e non tutti gli appassionati sono desiderosi di entrare nel complesso mondo del regista franco tedesco ormai naturalizzato in Italia da diversi anni. Non più perle, corone, troni, colli elisabettiani, ma un unico labirinto in legno animato da pochissimi movimenti scenici e caratterizzato dalla forza della luce ora bianca, ora gialla, ora blu, a seconda degli stati d’animo. Unico grande coup de Thèatre avviene quando la condanna a morte di Maria Stuarda da parte di Elisabetta non può più essere ritirata e il grande labirinto si apre drammaticamente in due parti nette, a testimoniare che il destino infausto della regina scozzese con chiara fede cattolica sarà ormai inesorabile. Costumi moderni a testimoniare l’attualità di un intrigo, quello animato dalla gelosia anche a livelli regali, sempre attualissimo. Ci ha profondamente convinti anche la recitazione dei cantanti completamente scevra dagli antichi luoghi comuni del teatro d’opera e perfettamente calata nell’introspezione psicologica. Soprattutto ci ha affascinato l’immedesimazione  dei cantanti che a volte era un po’ sopra le righe. Una gestualità fin troppo moderna tale da poter essere definita cinematografica. La direzione di Fabrizio Maria Carminati era spesso suggestiva, quasi sempre teatrale e,cosa rara, sempre rispettosa dei cantanti. Il coro veneziano si manteneva su un discreto livello. Sonia Ganassi, Elisabetta regina, non ha praticamente oggi rivali in questo ruolo e pur avendo oggi diversi anni di carriera alle spalle mantiene un accuratezza di emissione e una specificità belcantistica tale da far pensare non solo a una vera e propria lezione di canto ma a un’Elisabetta da antologia. Fiorenza Cedolins al debutto nel ruolo ha dalla sua una voce splendida, presenza statuaria, arte drammatica e chiarezza di dizione. Altra cosa è però il belcanto con tutta quella gamma di agilità di coloriture di emissioni flautate di smorzature ma soprattutto con quella morbidezza di emissione che una voce possente da lirico-spinto, quale quella del grande soprano, non può attualmente confermare. Si obietterà che la tessitura centrale della parte, concepita per Maria Malibran, è più adatta a lei che ai soprani lirico leggeri cui siamo stati abituati, ma la struttura tripartita del finale fa pensare a Rossini piuttosto che a Verdi. Al di là di ciò la vera natura e la vocalità della Cedolins, rimangono molto più adatte al repertorio della seconda parte dell’Ottocento e verista, in cui ella ha oggi ben poche rivali in campo internazionale. Josè Bros da parte sua vero tenore lirico leggero o di grazia che dir si voglia, ha affrontato l’ingrata parte di Leicester con rara perizia e pertinenza stilistica, distinguendosi dall’inizio alla fine dei suoi interventi. Buona anche la prova dei due bassi Mirco Palazzi come Giorgio e Marco Caria come Cecil. Fortunatamente questa preziosa edizione veneziana verrà riprodotta e diffusa in commercio in DVD per la gioia di tutti.