Rodelinda a Martina


Rodelinda di Handel è il terzo titolo del Festival della Valle d’Itria 2010ed  era indubbiamente quello più goloso per i palati dei melomani più raffinati che a Martina sono tradizionalmente affezionati. Sembrerà strano a dirsi ma Handel a Martina Franca non è mai stato proprio come suol dirsi di casa nonostante sia il vero e proprio maestro per eccellenza di belcanto per qualsivoglia tipologia di cantante. Fatta eccezione per Giulio Cesare rappresentato molti anni fa per intendersi ai tempi di Rodolfo Celletti, il festival si è maggiormente dedicato alla riscoperta prima di autori italiani poi con Sergio Segalini di quelli francesi. Rodelinda regina dei Longobardi, dramma per musica in tre atti su libretto di Nicola Francesco Haym è stato rappresentato nell’atrio del Palazzo Ducale di Martina il 2 e 4 agosto con grande successo e ripresa radiofonica in attesa di una presumibile diffusione, speriamo in dvd, della splendida produzione di quest’anno. Partendo dall’intricatissima trama basata sulla fedeltà di Rodelinda nei confronti del marito Bertarido l’opera fu rappresentata a Londra nel 1724 fu proposta al festival di Glyndebourne nel 1988. La rappresentazione martinese è la prima in Italia in questo secolo e speriamo non l’ultima. Nonostante i numerosi passaggi virtuosistici, il colore generale e i toni dell’opera sono piuttosto cupi soprattutto se consideriamo la generale tendenza di quell’epoca molto più inclinata allo sfavillio del belcanto e della coloratura più spericolata, piuttosto che alle atmosfere elegiache e ai cantabili spiegati. Anche per questo Rodelinda è un capolavoro, una partitura innovativa che va verso il futuro romanticismo. L’allestimento martinese è firmato da Rosetta Cucchi ottima regista, pianista musicista che ha dimostrato al contrario di numerosi grandi nomi internazionali di saper dipanare con maestria il difficile intreccio. L’ambientazione longobarda si trova a metà strada fra antichità preistorica e futurismo alla Star Trek con pochissimi elementi scenici ma significativi costumi e un uso attento delle luci.Uno spettacolo comunque scuro come si addiceva all’alto medioevo longobardo che alcuni definirebbero a torto o a ragione a seconda dei punti di vista, padano. L’orchestra era guidata da Diego Fasolis che abituato ai suoi Barocchisti appariva talvolta privo di quella tavolozza di colori e di dinamiche che avrebbero reso il tutto teatralmente più variegato e meno compatto. Lettura che non trascurava comunque le ragioni del canto. Vera rivelazione è stato il controtenore o meglio il contraltista, Franco Fagioli che ha brillato con la stoffa e lo stile di un vero fuoriclasse non solo esibendo virtuosismi come messe di voce e abbellimenti di ogni genere ma anche caratterizzando una linea interpretativa assolutamente personale e scolpita in ogni accento. Sonia Ganassi, alla quale abbiamo sempre riconosciuta eccellenza belcantistica, ha brillato più nel canto spianato che nella asprezza delle agilità handeliane pur eseguite con perizia. Mancava forse al personaggio quella cattiveria e quella durezza spigolosa che la grande cantante siamo certi acquisirà con il tempo. Buono pure il Grimoaldo del tenore Paolo Fanale che pur se chiamato a cimentarsi in un ruolo e un repertorio a lui non perfettamente familiare e in una tessitura centrale ha dimostrato professionalità. Anche il controtenore Antonio Giovannini si è difeso con serietà. Marina De Liso era una convincente Edwige. Trionfo per un’esemplare operazione culturale.