Puritani apre il 2011 a Genève

Per chi come noi ama la musica profondamente, i Puritani di Vincenzo Bellini ci fanno sentire fieri di essere italiani. In essi siano contenuti il celeberrimo “ Suoni la tromba intrepido”, che a nostro parere dovrebbe essere il vero inno nazionale. Ci sono anche alcuni dei principali temi quali la passione amorosa,quella religiosa,ma soprattutto un amore romantico che finisce tragicamente. Certo la dimensione drammatica è difficilmente esplicabile scenicamente ed è per questo che il regista messicano Francisco Negrin ha cercato di fare il suo meglio con esiti non sempre ben riusciti. Centralissimo il personaggio di Elvira che il regista ci presenta fin dall’inizio intenta a scrivere le sue memorie. Ella poi durante tutto il corso dell’opera, tiene sempre con sé un diario, presumibilmente a conferma di tutti i suoi sentimenti e le sue sofferenze per l’amato Arturo. Fin dall’inizio viene presentata come quasi una folle e lo diventerà fino a morirne. Certo l’effetto spasmodico e la tensione sono sempre presenti ma forse sarebbe bastato quell’attento lavoro sulla recitazione dei singoli che era assai evidente anche nelle masse corali. L’ambientazione originaria è stata più o meno rispettata se non fosse per le grandi scene recanti i versi scritti a mano che riempivano in particolare il terzo atto. Certi interventi sul libretto offenderanno alcuni puristi ma il solo grande duetto finale prima di “Vieni fra queste braccia” e il terzetto nel primo atto con Enrichetta e Riccardo costituiscono un vero cammeo. In particolare ci è piaciuto molto il finale in cui Elvira impazzisce e il canto di gioia del duetto diventa così un canto di follia nella sua mente. Arturo è morto sotto i colpi del nemico ma per lei è vivo e lo sarà sempre. Brutte le imprecazioni le esclamazioni ripetute durante il corso dell’opera che fanno parte di tradizione veristiche e non belcantistiche.Vero perno della produzione è stato piuttosto il maestro Jesus Lopez Cobos che pur non godendo di quella fama che meriterebbe. Fra i più eminenti in campo internazionale ha fra pochissimi il grande dono di sostenere il palcoscenico in ogni momento. Conferisce non solo sicurezza ma anche una magica aura di lirismo alle grandi melodie belliniane. Fa uso non solo di rubati e dinamiche sfumate con grande eleganza ma anche dimostra compattezza e giusto vigore alle non facili parti d’insieme. L’Orchestre della Suisse Romande e il Coro del Grand Théatre hanno reso con proprietà le intenzioni dell’autore. Il tenore russo Alexey Kudrya affrontava la parte di Arturo con quella baldanza giovanile indispensabile a reggere tutte le aperture dei tagli di tradizione. Possiede un bel timbro in zona centrale ma tende a irrigidire gola ed emissione nella salita agli acuti. L’accento è giustamente aulico mentre manca spesso di quella morbidezza e di quel canto”all’italiana” che ne farebbero un Arturo ideale. Possiede acuti e sovracuti ( fa naturale).Un tenore che terremo comunque in attenta osservazione viste le belle premesse. Diana Damrau acclamata dal pubblico ha invece deluso le nostre attese non possedendo più quella naturalezza e quelle agilità vorticose e precise che aveva in passato. Arriva agli acuti e ai sovracuti con difficoltà se li deve raggiungere al di fuori delle agilità. Sul piano interpretativo è invece assai impegnata dando un’Elvira appassionata ma registicamente nevrotizzata. Franco Vassallo come Riccardo era abbastanza autorevole anche se mancava di disinvoltura nelle agilità della cavatina. Ci saremmo aspettati da Lorenzo Regazzo maggiore convincimento nella parte di Giorgio. Discreta poi l’Enrichetta di Isabelle Henriquez.. Trionfo finale alla prima rappresentazione al Grand Théatre de Genève.