Otello infiamma la Fenice

“Datemi il tenore e vi darò Otello” era frase assai frequente nelle direzioni artistiche dei teatri di tutto il mondo. Ebbene ancora una volta l’eccezione che conferma la regola. Chi avrebbe mai detto che il grandissimo  tenore rossiniano  Gregory Kunde, potesse cimentarsi nel più inaffrontabile dei grandi ruoli da tenore drammatico? Misteri della voce umana, ma anche perfetta conoscenza da parte del  tenore americano dei propri mezzi e della tecnica posseduta e consolidata nel corso della lunga carriera. Uno smacco nei confronti degli scettici nei confronti di una voce ibrida, adatta a cantare in tessiture piuttosto centrali ma anche facilissima nel settore acuto e sovracuto. Ciò che ha stupito in questa interpretazione è stata anche la prorompente forza scenica che Kunde ha saputo infondere dall’inizio alla fine. Linea di canto sicurissima ma con sfumature, mezze voci e colori inauditi nelle interpretazioni storiche anche della grande tradizione tenorile, se non consideriamo eccezioni come Jon Vickers o Ramon Vinay celeberrimi Otello del passato ormai non più prossimo. Ma questo Otello veneziano è stato caratterizzato da una splendida direzione orchestrale da parte di Myung- Whun  Chung. Sontuosa brillante ma attenta alle minime sfumature e ad ogni colore. Se ci fosse stata una maggiore cura nel bilanciamento voci-golfo mistico, avremmo potuto citarla come antologica ma comprendiamo che anche ai più grandi direttori d’impronta sinfonica a volte è facile farsi sfuggire il difficile equilibrio. Note alterne invece per la regia di Francesco Micheli che partiva da una scena generale sempre uguale blu come il mare ma con segni astrologici , leoni di San Marco e quant’altro. Bello invece il grande cubo aperto solo dal lato frontale che rappresentava  le scene intime fra Otello e Desdemona con i diversi stati d’animo quali rosso per la passione giallo per la gelosia e così via. Desdemona  era una Leah Crocetto vocalmente impressionante ma piuttosto uniforme nella linea interpretativa. Lucio Gallo era uno Jago piuttosto lontano dalla tradizione: muscolare, poco sottile ma dal canto significativo e sicuro in tutta la tessitura. Ottima prova dell’orchestra e del coro. Trionfo finale per tutti.