Spartacus al Massimo Bellini di Catania

Spartacus incanta il Massimo Bellini di Catania

Fra i miti dell’antica Roma Spartacus è indubbiamente uno fra i più inossidabili e il suo nome è conosciuto universalmente anche da chi sa ben poco di storia antica: il film di Stanley Kubrick del 1960 ha contribuito notevolmente alla celebrità dello schiavo romano ribellatosi al potere e alla prepotenza dei proconsoli romani. Solo ultimamente sono state affrontate le problematiche relative alla vera identità sessuale di Spartacus ,( così diffuse nel mondo antico prima dell’avvento del cristianesimo), avendo recuperato diverse scene tagliate piuttosto esplicite ritraenti i rapporti fra Spartacus alias Laurence Olivier e Crasso alias Kirk Douglas. Naturalmente anche nel balletto di Grigorovic sulle celebri musiche di Aram Khaciaturjan tali risvolti non sono neanche minimamente presi in considerazione, vista l’omofobia vigente nella Russia stalinista e sovietica fino alla caduta del comunismo. Non volendo soffermarci ulteriormente su un argomento che ci porterebbe molto lontano, preferiamo dedicarci all’intrigante titolo andato in scena al Massimo Bellini di Catania con  successo. Il grande balletto in quattro atti e nove scene  non era mai stato rappresentato a Catania. Debuttò al Kirov di Leningrado nel lontano 1956, passando poi al Bolscioi nel 1968 dove proprio con Grigorovic, vedeva la celebrità che gli ha permesso poi di essere conosciuto in tutto il mondo proprio con le tournée del Bolscioi .E’assolutamente diverso da tutti gli altri balletti di repertorio che siamo abituati a conoscere per diversi motivi. In primis per l’assenza del tradizionale atto bianco, archetipo del balletto romantico e ottocentesco per eccellenza, è piuttosto un balletto tipicamente maschile. Spartacus è creazione dove gli ideali di forza e di atleticità vengono esaltati a discapito della grazia e leggerezza immancabili nei balletti di repertorio classico. Musicalmente travolgente è poi la partitura perfettamente tonale a dispetto della quasi totalità delle composizioni di quegli anni. Valse a Kaciaturian la lunga emarginazione da parte della critica  che osannava invece l’atonalità imperante nella metà del novecento. Fortunatamente le mode passano e la pregnante teatralità e danzabilità del balletto sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti gli appassionati. L’elegante direzione di Andrey Lebedev alla testa dell’orchestra del Massimo, vedeva brillare le linee melodiche e armoniche senza cedere all’effettismo sempre in agguato in una partitura ricca anche di aspetti spettacolari. Il Corpo di Ballo di Krasnodar si faceva valere sia nelle linee degli adagi come pure negli scatti degli allegri mantenendo con vigore l’unità complessiva di esecuzione.Denis Vladimirov era il protagonista, valido ma non così energico come ci si sarebbe  aspettati per tale ruolo, mentre il Crasso di Sergei Barannikov riusciva a comunicare con più credibilità l’antipatia insita nel proconsole romano. La Frigia di Anna Zhukova non era perfettamente valorizzata  in quanto le variazioni a lei dedicate erano poche. La seducente e perfida Egina di Alexandra Sivtsova era la vera protagonista femminile del balletto e artefice del triste finale che vedeva l’inevitabile perire dell’eroe buono in seguito a un deprecabile inganno.