L’Africaine alla Fenice

Come alle donne troppo belle o agli uomini troppo ricchi così al Gran Teatro alla Fenice non si perdona niente. Sarà per questo che anche in tempi di crisi non solo economica ma anche culturale in quello che è forse il più bel teatro del mondo, si propone uno fra i titoli più complessi dell’inesplorato grand ‘opéra francese quello che oggi non si fa neppure oltr’alpe. L’Africaine è capolavoro incompiuto di Giacomo Meyerbeer operista francese, celeberrimo in vita ma presto caduto nell’oblio. Grande ammiratore di Rossini al punto di italianizzarsi il nome, Meyerbeer cominciò a dedicarsi a questo complicato intreccio su libretto di Eugène Scribe già nel 1837 e ci lavorò fino all’anno della morte nel 1864. L’opera fu così rappresentata solo postuma nel 1865 al Palais Garnier. Protagonista è però in realtà Vasco de Gama, amato dalla schiava-regina Selika amata a sua volta dalla schiavo-guerriero Nélusko: anche Inès ama Vasco pur essendo promessa sposa a Don Pedro vicino al re del Portogallo. L’ambientazione perfettamente esotica oscilla fra le Americhe e le Indie. Opere più rappresentate come Les Pecheurs de perles di Bizet o Lakmé di Delibes godono non solo della stessa atmosfera ma hanno anche nella trama punti in comune. La Fenice decide giustamente di puntare più su un cast all’altezza della situazione che sul grande nome di un regista internazionale secondo l’imperante moda di certa intellighenzia che vorrebbe dettare legge proponendo ad ogni costo un cosiddetto teatro di regia alla tedesca. Leo Muscato in effetti in parte cade nella lusinga dell’impegnato ad ogni costo con alcune gratuite proiezioni atte a denunciare gli effetti del colonialismo, ma senza disturbare troppo il tutto . Lo spettacolo appare comunque diviso in due parti . Dal primo al terzo atto con un piano inclinato che diventa ora prigione ora spiaggia ora ponte di nave assalito dai selvaggi. Nel quarto e quinto atto la scena è invece completamente sgombra se non fosse per una grande passerella sospesa e la pianta di manzaniglio con la quale Selika decide di porre fine ai suo giorni. Una produzione dunque dalla poca unità concettuale se considerata come scenografica. Sul piano musicale la direzione di Emmanuel Villaume, direttore di Lubiana, si orienta molto più su una generale tenuta d’insieme ed eccede talvolta nelle sonorità a discapito del palcoscenico. Avremmo voluto sentire più colori e più abbandoni estatici oltre che coloristici in una partitura che in un mondo esotico trova nel cromatismo una delle sue più vitali funzioni. In particolare da molti sono stati lamentati i numerosi tagli che però avrebbero reso la durata complessiva vicina alle sei ore al posto delle oltre quattro. Se grand’opéra si vuol fare non si può comprendere la totale assenza delle danze che al pubblico parigino dell’epoca sarebbe apparsa inconcepibile. Star assoluta di questa Africaine è Gregory Kunde che a dispetto degli anni e di una lunga onorata carriera rossiniana si sta rivelando il più spettacolare tenore “drammatico di agilità” dei nostri giorni. Presenza da vero prim’attore, accenti imperiosi e abbandono estatico nella famosa aria “Beau paradis” gli sono valsi ovazioni meritatissime. Non sappiamo chi potrebbe oggi rivaleggiare con un simile raro esempio di arte tenorile. Veronica Simeoni nell’impegnativa parte del titolo si è ben disimpegnata proponendo una vocalità sicura e omogenea in ogni registro. La fascinosa parte di Nélusko è stata spadroneggiata con grande attinenza da Angelo Veccia. Jessica Pratt è stata poi una sicura e spavalda Inès nell’aria di sortita. Avremmo voluto ascoltarla ulteriormente nelle parti tagliate. Grande successo di pubblico per un’iniziativa che speriamo abbia un seguito nella riscoperta del grand’opéra francese.