La Favorite alla Fenice

Vi sono serate che riconciliano con il mondo dell’opera. E’ questo il caso della nuova produzione della Favorite di Donizetti in scena recentemente alla Fenice di Venezia. Il capolavoro donizettiano un tempo cavallo di battaglia di grandi cantanti, è ormai passato in secondo piano probabilmente per la difficoltà nel mettere insieme un cast all’altezza della situazione. La Fenice che in questi anni non si è mai risparmiata nelle sfide è completamente riuscita, ma ha anche aggiunto una preziosa nota di merito: quella di aver recuperato l’edizione originale in francese composta per Parigi riaprendo molti tagli di tradizione e recuperando le danze quasi sempre soppresse. La Favorite ha struttura imponente degna di grand’opéra qual essa è effettivamente, ma è incentrata in particolare sulla fondamentale figura di Fernand pensata per lo storico tenore Gilbert Duprez. L’interpretazione che il  tenore americano John Osborn ha dato di Fernand è apparsa da subito a dir poco eccitante. Non solo il timbro caldo e brunito ma la sicurezza e la correttezza di emissione in ogni registro dell’amplissima tessitura permettono a Osborne di ritrarre un Fernand che osiamo definire storico. Slancio virile che non si arresta davanti a diminuendi e rinforzati mai fine a se stessi ma sempre strumentali e finalizzati all’interpretazione più profonda . Lontanissima da eccessi veristizeggianti spesso diffusi, la linea vocale di Osborn, unita a una perfetta dizione francese, rende un Fernand antologico e inebriante. Al suo fianco la Leonore di Veronica Simeoni non sfigura affatto e regge il confronto corretta e stilisticamente appropriata. Pure autorevole è apparso  Alphonse di Vito Priante. Il Balthazar di Simon Lim aveva non poche frecce al suo arco fra cui un bel timbro brunito. Ma come si sa il livello di un teatro lirico si vede anche dalla qualità dei comprimari e anche qui la Fenice non rivelava cadute di tono. Dove purtroppo il tono calava drammaticamente era nella figura direttoriale che nella bacchetta di Donato Renzetti appariva indifendibile. Pesante ,fracassona al punto da provocare già dalla fine della Sinfonia lo sbotto di un esacerbato spettatore: “Ma non siamo mica sordi! .All di là di ciò mancava completamente il bilanciamento fossa palcoscenico costringendo un po’ tutti i solisti a sforzi che con il belcanto non hanno nulla a che fare. La teatralità e il senso drammatico non sono mai in Donizetti questione di decibel anche se non dovrebbero esserlo in nessun autore. Tanto più in un ‘opera francese come Favorite. La regia di Rosetta Cucchi risultava piuttosto statica nella gestualità e non troppo chiara nel suo insieme nell’ambientazione. Conoscendo la fine musicista da diversi anni vogliamo pensare che la regista abbia voluto concentrare tutta l’attenzione sul lato musicale del dramma. Trionfo finale per tutti si