Il Verdi di Padova apre con Lucia

Qualche anno fa dopo una conferenza stampa alla Scala ebbi l’ardire di chiedere a Riccardo Muti perché non avesse mai diretto un capolavoro come Lucia di Lammermoor. Egli che aveva già diretto Traviata, indicandomi una foto della Callas mi disse che solo disponendo di una cantante di quel livello si poteva pensare di avvicinarsi a tale titolo. In realtà di grandi Lucia dopo Maria Callas ce ne sono state molte altre di diverse sensibilità e linee interpretative anche se la tragicità che l’immensa artista ha saputo trasfondere al personaggio non è forse mai stata uguagliata. È però vero che per questo titolo più che per altri si è quasi sempre partiti da una grande vocalista e/o da una grande interprete.

Non possiamo dire lo stesso nel caso dell’edizione padovana con cui si è inaugurata venerdì scorso la breve ma ormai consolidata stagione del teatro Verdi di Padova che puntava piuttosto sull’originale regia di Stefano Poda e sul giovane tenore Ismael Jordi. Stefano Poda che avevamo già ammirato nel torinese Thais non è certo un regista banale, ma intriso spesso da volontà intellettuali. Desidera a tutti i costi staccarsi dalla tradizione ma lo fa con convinzione e pervicacia anche se talvolta l’aspetto spettacolare e sanguigno prevale. Autore anche delle scene e dei costumi Poda colloca l’azione davanti a un grande muro dal quale di volta scende l’acqua della fonte o sul quale appaiono i teschi dei morti che rappresentano “l’ultimo avanzo di una stirpe infelice”. Ma il regista sa indubbiamente cogliere questa grande tragicità che angustia l’opera dall’inizio alla fine avvolgendo lo spettatore con colori tetri . Mai vi sono momenti felici neppure nella scena del matrimonio con lo sposino che al contrario di quanto appare nella tradizione qui viene visto in modo abbastanza gradevole. Ma sono le luci sempre spettrali volutamente laterali che danno lo spessore dell’azione culminante nella grande scena della pazzia, dove il sangue e la presenza dello sposino grondante di sangue non impediscono a Lucia di uscire sulle sue gambe piuttosto che cadere a terra come da tradizione.

La direzione di Francesco Rosa calzava bene con la regia anche se troppo spesso dava quell’impressione di tempi dilatati o accorciati “ a fisarmonica” per seguire cantanti come il baritono Bylyy dalle scarse quadrature ritmiche(spesso anche di intonazione).Il soprano Burcu Uyar ha vocalmente molto poco per non dire quasi niente di Lucia . E però un’artista comunicativa . Il suo registro vocale acuto è fastidioso e faticoso anche se la cadenza della pazzia è eseguita con professionalità se non fosse per l’acuto forzato. Ben altro il discorso su Ismael Jordi che ha del grande maestro Kraus una certa eleganza anche se spesso tende a evidenziare manierismo . Il baritono Bylyy pur in possesso di una voce di tutto rispetto esagera nell’emissione e non è musicalmente quadrato. Peccato perché la vocalità sarebbe di tutto rispetto. Il basso Riccardo Zanellato ha invece una vocalità semplice e pura come poche altre. Grande successo di pubblico alla prima.