Il Lago di Nureyev

Il lago dei cigni ha un posto particolare nel cuore di tutti
i balletto mani del mondo:il posto d’onore. E‘il balletto romantico per
eccellenza dove la tecnica accademica più classica va accompagnata
all’interpretazione prima lirica poi drammatica, dove non bastano eleganza e
stile. La tanto auspicata “grazia” non è sufficiente, ma il pathos diviene
protagonista indissolubilmente legato alla tecnica più ferrea. L’edizione scaligera
a firma di Rudolf  Nureyev,da noi
ripetutamente visionata fin dagli anni 90, si avvale in quest’ultima ripresa
dell’eccezionalità di una direzione orchestrale di assoluto prestigio quale
quella di Daniel Barenboim . Come purtroppo si sa, da diverse decine d’anni i
direttori di punta sono adusi a lasciare il posto ai cosiddetti specialisti di
balletto, i quali affrontano il grande repertorio non esigendo sempre il massimo
dalle orchestre ma lasciando la scelta dei tempi ai ballerini e ai maitres de
ballet. Con Barenboim la situazione è cambiata completamente nel senso che,presa
in pugno saldamente l’orchestra, si sono scoperte tutta quella serie di nuances,
di accenti, di dinamiche sfumate, che non si era assolutamente adusi ad
ascoltare.  Pianissimi al limite
dell’udibilità come quello del grande passo a due del secondo atto o al contrario
le massime sonorità delle grandi feste di palazzo. Va però doverosamente anche
sottolineata la non sempre perfetta sincronia fra i tempi eseguiti
dall’orchestra spesso vorticosi al limite della ineseguibilità con la complessa
coreografia come quella di Nureyev, e quelli danzati dai ballerini:sia nel
primo come nel terzo atto sembravano seriamente in difficoltà, in particolare
poi risultava non sempre perfettamente a fuoco l’aspetto mimico pur importante
in un balletto che avrebbe molto da dire anche sotto l’aspetto psico narrativo.
Il corpo di ballo recentemente quasi completamente rinnovato in particolare
nella sua parte maschile, appariva comunque ben impegnato. La coppia di solisti
Leonid Sarafanov Alina Somova perfettamente fusa nella perigliosa coreografia
era indubbiamente smagliante sul lato tecnico e meno su quello espressivo.
Sarafanov splendido Basilio in Don Chisciotte pur eseguendo con grande pulizia
e precisione ogni passo, difettava della profondità e pathos interpretativo che
Nureyev aveva prima concepito per sé ma che poi risultavano anche in interpreti
come Laurent Hilaire o Manuel Legris; mancava così la centralità del
personaggio del principe che avrebbe potuto lasciare spazio a quella di Odette.
Anche qui la situazione non appariva però molto diversa. Solista del Kirov di
San Pietroburgo ha sì linee elegantissime e sinuose ma se risplende nel lirismo
del secondo atto bianco non risulta sufficientemente maligna nel grande passo a
due del cigno nero del terzo atto. Tecnicamente inappuntabile. Il Rothbart di Antonino
Sutera stilisticamente ineccepibile difettava in prepotenza e accanimento
malefico caratteristiche estrinseche del personaggio. Le scene erano di Ezio
Frigerio e i costumi di Franca Squarciapino. Grande il successo al termine alla
prima esecuzione.