Il flauto magico a Weimar?

Il Flauto magico mozartiano non è solo uno fra i più innovativi e geniali capolavori di tutti i tempi. E’anche una meravigliosa fiaba che da sempre ha permesso ad alcuni grandissimi registi di cimentarsi nelle più svariate interpretazioni. Ricordiamo fra le altre quella del grande regista inglese Kenneth Branagh che in un recente film ha ambientato l’azione in uno scenario di guerra cioè a dire fra le trincee della Grande Guerra. Pet Halmen  ha voluto richiamarsi invece a una sua propria esperienza personale risalente al 2004 quando la celebre sala rococo della biblioteca di Weimar fu completamente distrutta da un incendio compresa una prima edizione autografa dell’immenso capolavoro mozartiano. Per il resto la mise en scène dell’Opera di Halle, già andata in scena al Festival di Salisburgo non è fra quelle che si possono definire geniali ma neppure banali. Ha indubbiamente il compito di ben intrattenere il pubblico facendolo spesso divertire, il che non è poco. Non ha pretese di sviscerare chissà quali introspezioni e letture psicoanalitiche, ma si accontenta di raccontare con garbo,buon gusto e senza strafare, una fiaba. Centrali sono poi gli evidenti richiami al mondo dei massoni di cui indubbiamente Mozart faceva parte, viste anche le numerose composizioni dedicate, ma soprattutto il tono generale dell’opera. Anche la regia intesa nel senso dei movimenti scenici dei solisti più che della realizzazione scenografica, era ben concepita. Anche i numerosi parlati del singspiel che dovevano fare i conti con un pubblico non di madre lingua ma per lo più francofono sono apparsi ben resi. Ci è piaciuta molto fra l’altro l’idea della mano guantata del suggeritore che usciva dalla stessa buca come deus ex machina giustamente nella parte finale dell’opera, che dava decisamente l’impronta un po’a tutto il finale. La direzione di  Theodor Guschlbauer era stilisticamente adeguata, forse a tratti un po’noiosa nella tradizione austroungarica, ma mai pesante o tonitruante. Il cast omogeneo nel suo insieme otteneva un buon successo in particolare per la Pamina di Lenneke Ruiten, mentre il Tamino di Donat Havar appariva spesso poco naturale nel settore acuto. Ana Durlovski era una Regina della notte insolitamente bronzea nel colore vocale e mai chioccia come spesso accade in questo ruolo. Buono il Sarastro di Runi Brattaberg. Grande successo anche all’ultima replica da noi seguita in sala.