Idomeneo alla Fenice

Idomeneo è per alcuni aspetti il più luminoso capolavoro di Mozart, sospeso com’è fra innovazione e classicismo, fra la rottura dei temi schemi dell’opera classica e il primo romanticismo. Anche il regista Alessandro Talevi cerca di rompere i classici schemi di un rappresentazione descrittiva e narrativa introducendo furbeschi attuali temi politici piuttosto triti e ormai vetusti quali la problematica di coloro che fino a poco tempo fa erano chiamati clandestini e oggi definiti rifugiati. Ma si sa la linea del politically correct funzione sempre bene. Chi va a teatro mediamente vorrebbe evadere dalle solite tematiche televisive ormai inflazionate dovunque nella marea di reti che fra tante voci hanno un unico monotono pensiero. Peccato che tutto ciò viene portato in scena a pochi giorni dalle stragi parigine, giustamente ricordate dagli inni nazionali francese e italiano. Ma ciò che non convince in questa regia è soprattutto il non credere nella drammaturgia del libretto di Varesco mettendo spesso in ridicolo l’azione con continue controscene. . con un mare in burrasca realizzato come si faceva decine di anni fa, o un finale d’atto risolto con una gran” pastasciuttata” risolutiva. I recitativi interminabili che si sarebbero potuti sfrondare e scene risibili quali il suddetto finale. Inoltre questa regia veneziana ha avuto la sfortuna di trovarsi a pochi giorni dalla visione dell’ottimo Flauto magico di cui abbiamo reso conto ultimamente. Qualcosa migliora negli atti seguenti dove si alleggeriscono la scena e le controscene. Indubbiamente le scene di Justin Arienti non aiutano affatto e neppure i costumi di Manuel Pedretti che appaiono poco significativi. Su un altro piano la direzione di Jeffery Tate che nelle parti d’insieme si disimpegna su un livello decisamente di tutto rispetto. Qualche abbandono sul versante elegiaco e qualche colore oltre che una maggiore leggerezza avrebbe giovato . Piacevole sorpresa è venuta invece dal ruolo protagonistico con la notevole prova di Brenden Gunnel un tenore non classicamente mozartiano ma dai mezzi e dalla coloratura di assoluto rispetto . Peccato che è stato scarsamente capito non solo dal pubblico ma anche da una certa parte della critica. Una voce da tenere assolutamente presente e un interprete di vaglia. Non intatta vocalmente ma interpretativamente sempre affascinante Monica Bacelli come Idamante Ilia era Ekaterina Sadovnikova tesa e affaticata in una parte di solito piuttosto rassicurante. Più comprensibili le difficoltà incontrate da Michaela Kaune nella temibile parte di Elettra . Arbace di Anicio Zorzi Giustiniani è fra i migliori in campo anche se la sua tessitura è fra le più ingrate. Un particolare consenso al coro della Fenice che ha dato qui una fra le sue migliori prove. Forse un po’ meno l’orchestra . Ottimo successo alla replica della domenica 22 in un teatro affollato.