Grande rentrée di Manon alla Scala

L’Histoire de Manon non è un balletto classico dell’ottocento ma la sua popolarità lo sta trasformando in un balletto di tradizione. Fin dal lontano 1974 in cui fu realizzato dal grande Kenneth Mac Millan per il Royal Ballet ed interpreti della statura di Anthony Dowell e Jennifer Penney, l’Histoire de Manon si impose subito come un vero e proprio capolavoro. Sfidò così il confronto con classici come l’opera di Massenet, che con il suo famoso “Sogno” divenne un cavallo di battaglia per tenori come Beniamino Gigli o Tito Schipa. Particolarità del raffinato balletto è il fatto che dei ben tre atti nessun pezzo è tratto dall’opera, anche se la musica è interamente del grande compositore francese. Ciò che convince profondamente in questo balletto è il linguaggio coreografico di Mac Millan che, oltre ad essere di base fondamentalmente classica, appare comunque moderno, caratterizzato com è da grande fluidità ed eleganza. Indubbiamente è balletto incentrato su due grandi étoiles, a loro  è richiesta non solo ottima tecnica ma anche profondità interpretativa, vista l’evoluzione dei personaggi e le sfaccettature psicologiche. Alla Scala il balletto ha avuto fin dal 1994 ottima fortuna, visto anche il livello degli interpreti fra cui ricordiamo l’intensa Alessandra Ferri e il grande Julio Bocca. Le riprese del 2011 sono a nostro parere (e non solo), destinate a diventare storiche per merito dell’attesissimo ritorno sulle scene del Piermarini di Sylvie Guillem, étoile che ha a suo modo proposto o meglio imposto, una nuova linea di danzatrice molto più moderna. A 46 anni rimane étoile insuperata, essenziale diva e nello stesso tempo antidiva, intelligente, spesso sorridente ma anche secca e tagliente quando serve. Un vero personaggio dei nostri giorni con la consapevolezza della propria superiorità tecnica ma anche artistica. Molti fra cui anche qualche critico, non le perdonano infatti questa sua eccellenza assoluta, che l’ha portata talvolta ad eccedere tecnicamente e a non impegnarsi troppo sul fronte interpretativo. Ebbene nella Manon scaligera Guillem, ha stupito tutti per immedesimazione psicologica per evoluzione del personaggio. Dalla fragile tenera Manon della prima apparizione all’amante appassionata per passare agli accenti più drammatici e disperati dell’ultimo passo a due. Al suo fianco Massimo Murru non ha certo sfigurato, anzi ha saputo ancora una volta dimostrare uno spessore interpretativo di tutto rispetto, un’evoluzione del personaggio e un carattere più che originale. In lui non bellezza apollinea e stilizzata ma un personaggio tormentato e scavato. Ottimo anche il Lescaut di Thiago Soares. Abbiamo anche potuto apprezzare la seconda coppia di star che faceva capo a Roberto Bolle e Olesia Novikova. Quest’ultima proveniente dal Mariijsnki di San Pietroburgo è danzatrice dalla bella linea e dalla tecnica più che notevole, ma manca di luminosità nel volto anche se non si può dire che difetti in spessore interpretativo. Roberto Bolle ha invece dalla sua un fisico straordinario. Si sforza di approfondire il personaggio ma sia il lato tragico che quello dannato di Des Grieux possono apparire lievemente stereotipati in alcune maschere piuttosto che vissuti interiormente. Discreto il Lescaut di Mick Zeni. Note dolenti sul versante musicale nel quale la direzione di David Coleman non solo è apparsa mediocre e di routine ma anche incolore. Scarsa anche la prova dell’orchestra ben al di sotto delle proprie possibilità con cali d’intonazione ed eccessi nei fortissimi. Grande il successo del pubblico in entrambe le serate.