Gianni di Parigi in Valle d’Itria


Altra scelta saggiamente anti intellighenzia è risultata poi quella del Gianni di Parigi di Donizetti, soprannominato da ignoranti e saccenti (purtroppo anche qualche vecchio critico musicale è fra di essi) Dozzinetti.Recuperata tardivamente in seguito alla Donizetti renaissance e rappresentata al festival Donizetti di Bergamo solo nel 1988 ma con interpreti del calibro di Giuseppe Morino e Luciana Serra. Mai più ripresa da allora, gode per fortuna di una bella testimonianza discografica che dovrebbe essere ancora reperibile. Di impianto tipicamente rossiniano cela al suo interno pagine musicali di rara bellezza e inventiva, più di altre composizioni del celebre compositore bergamasco. Prelude per alcuni aspetti al romanticismo dell’Elisir d’amore e del Don Pasquale . La sua trama, su libretto di Felice Romani, non è invece di particolari pretese, ma dà la possibilità ai solisti di cimentarsi e spaziare nelle voluttuosità vocali più ardite come quelle concepite ad esempio per un tenore del livello di Rubini, vera star dell’epoca. E ‘interessante ricordare anche che la rappresentazione scaligera del 1839 avvenne contro la volontà dell’autore che non si era ancora accordato con l’editore Ricordi. L’edizione martinese di quest’anno si basava sul lavoro di Anders Wiklund sulla versione della Scala e non su quella presentata al San Carlo fra il 1828 e il 1832. L’allestimento nuovo del giovane Federico Grazzini allo stesso tempo imponente ma elegante, con una scena unica di impianto chiaramente liberty firmato da Tiziano Santi si avvaleva di costumi piuttosto classicheggianti di Valeria Bettella. Buona anche la cura dell’azione scenica anche del coro Slovacco di Bratislava guidato da Pavol Prochazka. Non poco sollazzo è derivato poi dalle ardite improvvisazioni dei due giovani bassi Roberto De Candia e Andrea Porta che, a causa di un improvviso black out in assenza del maestro direttore Giacomo Sagripanti, si sono trovati a districarsi con amabile leggerezza in una vera scena che potremmo definire “da baule”divertendo non poco il pubblico. La direzione di Sagripanti è apparsa un po’ discontinua non riuscendo sempre ad evidenziare accenti e nuances ma assecondando però con professionalità le ragioni del canto. Edgardo Rocha, in sostituzione di Ivan Magrì, è tenore di grazia come si diceva un tempo; non fa gridare al miracolo per arditezze vocali ed estensione negli acuti. È però corretto ed elegante in una tessitura riservata a pochi. Se i discografici e i direttori artistici (dei teatri con buone disponibilità finanziarie),pensassero a Florez? Ekaterina Lekhina è un soprano leggero dal timbro non bellissimo ma sa cantare con una certa perizia. È molto bella ed elegante in scena ma manca di quell’éclat virtuosistico che richiederebbe la principessa di Navarra. Roberto De Candia si è raffinato nell’emissione mentre il Pedrigo di Andrea Porta è stato più che discreto. L’Orchestra Internazionale d’Italia ben portava a termine la sua esecuzione. Grande successo e gradimento per tutti, nonostante il rinvio della prima esecuzione.