Frizzante Fille a Trieste

 Vi era un tempo in cui La fille du regiment di Gaetano Donizetti era un titolo dimenticato. Poi negli anni Settanta Joan Sutherland e Luciano Pavarotti con la direzione di Richard Bonynge decisero di farne un’incisione che ancora oggi è un punto di riferimento. Ma fu Alfredo Kraus che, sempre con Joan Sutherland lasciò negli Stati uniti un’interpretazione indimenticabile, tale che un collega americano intitolò il suo pezzo:“Il figlio del reggimento”, per sottolineare la straordinaria centralità del tenore, che per linea di canto e classe nessuno potrà mai dimenticare. Da allora il ruolo di Tonio è diventato cavallo di battaglia di tutti i tenori lirico leggeri del mondo da Juan Diego Florez a Gregory Kunde a Rockwell Blake e pochi altri A  Trieste la Fille era stata rappresentata vent’anni fa ma nella versione italiana oggi decisamente desueta. Quella francese è invece adottata un po’dappertutto nel mondo. Non poche sono state negli ultimi anni le versioni registiche che ci hanno soddisfatto facendoci diventare così piuttosto esigenti come sempre accade quando si vede rappresentare spesso un titolo. Il teatro triestino ha affidato a Davide Livermore il compito di far vivere sulle scene la storia della vivandiera Marie e del suo amato Tonio che seguendo il tipico intreccio di un amore contrastato dalle convenienze sociali francesi della metà dell’Ottocento, riescono a  vedere coronato il loro sogno d’amore. Il capolavoro donizettiano nelle mani del regista Livermore ha brillato in tutta la sua essenza di vera opéra-comique francese, quella che diventerà poi vera e propria operetta, ma che operetta non è ancora, poiché conta alcune fra le più difficili arie mai composte dal cigno bergamasco. Livermore inserisce gags a tutto spiano e riesce perfettamente a far divertire il pubblico dall’inizio alla fine facendo recitare splendidamente protagonisti e coro, inventandosi un’ambientazione quasi fiabesca ricca di colori e tutta giocata su una comicità a volte esasperata ma assai ricca di energia, gioia,musicalità e spontaneità .Qualche taglio in particolare nella parte finale ha fatto pensare alla stessa opportunità nella prima parte dello spettacolo un po’ noiosetta , ma si sa oggi le ragioni filologiche prevalgono. La direzione di Gerard Korsten, a quanto pare non graditissima dall’orchestra, è stata invece più che discreta sia nell’accompagnamento del palcoscenico come pure nella tenuta degli insiemi. Forse un po’d’abbandono e qualche rubato in più avrebbero comunque giovato. Eva Mei ha trovato in Marie una fra le sue migliori interpretazioni degli ultimi anni: spavalda nella coloratura e nella recitazione senza mai insicurezze, sia nel lato comico come in quello larmoyant: si può nettamente far rispettare al fianco delle grandi colleghe del passato. Antonino Siragusa, fra i migliori tenori di grazia oggi in circolazione, non solo ha bissato Pour mon ame senza il benchè minimo sforzo, ma ha delineato con eleganza anche “Pour me rapprocher de Marie”..la grande aria finale. Buono il Sulpice di Paolo Rumetz come pure da ricordare la breve apparizione di Ariella Reggio la Duchesse. De Crackentorp. Il coro del Verdi si è distinto discretamente.