Francesca a Martina Franca

La filologia fa da anni la parte del leone nelle diverse querelles alla base del recupero dei titoli operistici dimenticati. Fa piacere scoprire che all’origine dell’oblio di Francesca da Rimini di Mercadante vi è una presunta querelle fra due massime primedonne del primo Ottocento .Se infatti il ruolo di Francesca fu affidato ad Adelaide Tosi con cui il compositore aveva avuto una liaison, ciò generò le ire nientemeno di  Giuditta Pasta alla quale fu affidata solo la parte di Paolo. La diva fu così furiosa da inficiare la riuscita della  prima a Madrid . Francesca da Rimini dovette cosi attendere 185 anni per essere rappresentata pochi giorni fa al Festival della Valle d’Itria. Il Festival martinese resta  fra le pochissime culle di una italianità colta e raffinata che va sempre più scomparendo e alla quale la sparuta schiera di appassionati belcantisti non sa più rinunciare. La lunga e complessa partitura di Saverio Mercadante dicevamo è rivissuta pertanto in tutto il suo splendore sotto le cure di Fabio Luisi, che ha saputo servire su un piatto d’argento una partitura di impianto classicamente rossiniano, non privo però di influenze ed echi bellinaini. L’imponente struttura musicale appare comunque ben costruita a sostenere le scritture tipicamente belcantistiche in particolare del ruolo tenorile di Lanciotto e sopranile di Francesca, sostenuti con grande professionalità da Mert  Sungu e Leonor Bonill.Vera sorpresa appariva il contralto Aya Wakizono alla quale l’impervia tessitura risultava del tutto calzante. L’influenza rossiniana nella partitura risplendeva in tutta la sua compiuta ed e elegante ampiezza espressiva sotto le cure di Fabio Luisi, che assecondava le esigenze vocali senza mai dimenticare di sottolineare quelle orchestrali, dipanando sfumature colori e accenti in ogni momento dell’opera. L’allestimento di Pier Luigi Pizzi restava sulle linee di una tradizione ormai consolidata di grande elegante semplicità lasciando il palco privo di ogni elemento strutturale ,basando il tutto unicamente sull’ondeggiare dei leggerissimi voiles dei costumi mossi da un vento che poteva sembrare casuale. Si dava movimento così a un’azione drammatica non troppo pronunciata. Va da sé che parte determinante avevano le coreografie dell’esperto Gheorghe Iancu che pur non brillando per originalità di linguaggio non disturbavano come spesso accade oggigiorno ma descrivevano bene l’azione. Ottimo successo per un ‘iniziativa che speriamo vada ripresa anche altrove.