Festival dell’operetta a Trieste

Innanzitutto un plauso per un Festival quello dell’operetta che non ha uguali in Italia, stato in cui la cultura radical-chic ha da sempre snobbato un genere che annovera capolavori come quelli di Johann Strauss o di Jaques Offenbach. Inoltre quest’anno si è ricuperato il meraviglioso spazio del Castello di San Giusto da anni in disuso per rientrare al Verdi con Offenbach e un’insolita Opera da tre soldi di Kurt Weill .

L’inaugurazione con Una notte a Venezia era sulla carta lo spettacolo clou della stagione con un cast di tutto rispetto costituito da specialisti DOC compreso il direttore Alfred Eschwe un vero protagonista alla Volksoper viennese. Uno spettacolo, ci dicono, organizzato in poco tempo sulla rielaborazione drammaturgica di Gianni Gori in lingua italiana  e basato in particolare sulla narrazione scenica di Giuseppe Pambieri che raccontava nei particolari la trama.  Il risultato non era però quello che ci si aspetta da uno spettacolo d’operetta che fondamentalmente deve divertire e non impegnare. Sarà stato anche forse per la poco intrigante regia di Francesco Esposito che, basata su uno sfondo scenico con proiezioni fotografiche era assai avara di gags e di trovate sceniche.Lo spettatore non riusciva a calarsi nel pittoresco e fascinoso mondo di una Venezia decadente e affascinante. Anche la direzione del pur esperto Alfred Eschwe mancava di slancio e convinzione. Daniela Mazzucato sempre splendente nella sua classe e nel suo stile conferiva ad Annina un’allure inconfondibile. Max Renè Cosotti dava di Caramello una rara attinenza stilistica e proprietà scenica. Marco Frusoni era un Guido assai fisso, legato scenicamente e piuttosto inespressivo. Simpatico il Pappacoda di Stefano Consolini. Discreta la Ciboletta di Erika Pagan.

Diverso il discorso per La metamorfosi di una gatta di Jacques Offenbach spettacolino senza pretese più adatto a un teatrino che non a una importante scena come quella del Verdi dove appariva un pò fuori luogo. Operetta non fra le più piacevoli e varie del grande autore re dei Bouffes Parisiens ottocenteschi ,godeva comunque al Verdi della regia graziosa di Irene Noli con la pittoresca caratterista Ilaria del Prete e con Sonia Dorigo convincente sia scenicamente che vocalmente. Il protagonista Matè Gal pur nel non agilissimo italiano dava un soddisfacente ritratto del giovane studente bohémien.

L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, ultima ma non ultima, per interesse e valore concludeva il ciclo delle tre opere rappresentate mentre il Festival si chiuderà  alla fine del mese di luglio con un concerto celebrativo dei 150 anni dall’Unità d’Italia. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Napoli con la regia di Luca De Fusco che sembra essere costato assai caro, è risultato però assai imponente nella scenografia e nel numero degli interpreti presenti in scena.

Brecht autore novecentesco politically correct come pochi, piace a certi intellettuali nella suo mettere in ridicolo un mondo dove banchieri delinquenti e piccoli truffatori e quant’altro sono posti un pò sullo stesso piano. L’ambientazione nel napoletano Real Albergo dei Poveri, davanti al quale appaiono un’infinità di vetusti computer abbandonati, riporta a una Napoli tristemente celebre oggi più che altro per i propri rifiuti . I continui riferimenti testuali alla Londra dei primi Novecento risultano però piuttosto stridenti con ciò che si vede in scena. La recitazione è accurata e quasi tutti gli interpreti ritraggono con precisione i diversi personaggi. Mackie Messer è un Massimo Ranieri scenicamente convincente ma spesso imbarazzante sul piano vocale nonostante la amplificazione a tratti persino esagerata in un teatro acusticamente perfetto come il Verdi triestino. Lina Sastri nel piccolo personaggio di Jenny delle spelonche porta bene i suoi anni con presenza scenica e carattere. Più che buona la Polly di Gaia Aprea sia nella presenza come nella recitazione. Centralissimo e irrinunciabile il Geremia di Ugo Maria Morosi. La direzione dell’orchestra del Verdi da parte di Francesco Lanzillotta era adeguata.  La durata complessiva dello spettacolo (oltre tre ore) faceva pensare all’opportunità di alcuni tagli in particolare sulle parti recitate più che su quelle musicali. Il pubblico della prima dimostrava di saper apprezzare l‘attento lavoro di regia.

“Viva l’Italia” era invece il titolo allo spettacolo finale di questo Festival dell’operetta. Uno spettacolo garbato di buon gusto non privo di aspetti polemizzanti nei confronti dell’attuale momento politico e, guarda caso, di  quello del Ventennio. Ottimo equilibrio fra le parti recitate e quelle cantate, dove le masse corali ben si distinguevano. Daniela Mazzucato brillava nell’interpretazione di canzoni come Ideale o sogno di Tosti. Elegante, mai prevaricante ma sempre brillante,ella  metteva ancora una volta in luce il fascino di una cantante attrice come oggi non se ne vedono più. Calzante la drammaturgia di Gianni Borgna ed equilibrata la regia di Fabrizio Angelini atta a ricostruire la travagliata storia dell’unità d’Italia attraverso le composizioni musicali. Riccardo Simone Berdini si è poi distinto in diverse canzoni fra cui la toccante Tammurriata Nera. Buona anche la prova di Andrea Binetti nella presenza scenica sempre sentita. Buon successo in uno spettacolo ben costruito e ben diretto da Romolo Gessi.