Archivio di dicembre 2019

Don Chisciotte al Verdi di Trieste

domenica 22 dicembre 2019

Lviv National Opera indica la locandina del Verdi di Trieste. Trattasi in realtà della molto più celebre Leopoli , una grande città ben nota passata sotto la dominazione austroungarica e dove anche gli influssi architettonici italiani sono ben presenti. Questa osservazione  avrebbe forse attirato al teatro Verdi un maggiore afflusso in una città non appassionatissima al balletto come all’opera. Nonostante una certa personale e ingiustificata difidenza nei confronti di un corpo di ballo che non conoscevamo, il nostro giudizio è stato più che buono. L’allestimento di Lviv , pur con scene dipinte e assolutamente tradizionali, funzionava perfettamente dal punto di vista drammaturgico anche nelle parti mimate. Esse apparivano  parte integrante assolutamente non trascurabile nella trasposizione coreografica dal testo di Cervantes. Un giovane corpo di ballo scattante e veloce sia nel settore maschile come in quello femminile, sia negli insiemi come nelle parti solistiche . Forse l’unico limite di questa esecuzione peraltro pregevole e spassosa, era una velocità esasperata portata talvolta al parossismo. Un ritmo sempre rapidissimo che si stemperava solo nell’atto delle driadi, eseguito piuttosto bene finalmente senza troppi spasimi.  Ottima la coppia dei protagonisti ben fusa fra  loro con facilità di esecuzione e bei virtuosismi in particolare nei celebri fouettéés finali anche tripli. Kitri era una leggiadra Yaryna Kotys, mentre il giovane agilissimo Olexsander Omelchenko ritraeva un Basilio scattante e dinamico come pochi. Il Don Chisciotte di Yuriy Grygoriev era elegante e non parossistico,  mentre il Sancho Panza di Borys Yakubus non eccedeva per ridicolaggine. Anche il Gamache di Vitaliy Ryzyy si distingueva. La direzione orchestrale di Yuriy Bervetsky accentuava forse un po’troppo spesso l’aspetto bandistico della partitura ma dava sempre il senso della danza . Caloroso il trionfo finale alla prima.

Don Carlo alla Fenice

venerdì 20 dicembre 2019

Don Carlo è la quarta opera che Verdi compose su un dramma di Schiller ma è forse la più profonda e la più interessante dal punto di vista drammaturgico. L’introspezione psicologica che Verdi opera sui sei personaggi rende quest’opera probabilmente non solo la più fosca e intensa fra tutte ma anche quella che permette ad ogni interprete sia sulla scena come nel golfo mistico di potersi esprimere al massimo. Nel caso dell’allestimento del grande,teatro veneziano risulta poi assai difficile attribuire la palma del migliore risultato. La regia di Robert Carsen era di quelle che non lasciano spazio a dubbi:la centralità assoluta di Rodrigo vero protagonista manipolatore degli altri personaggi. Verdi presenta infatti nella tessitura del baritono le pagine forse più belle dell’opera e Carsen accentua questo. In più la sontuosa vocalità di Julian Kim sembra studiata apposta per questo ruolo tale da poter paragonare questo baritono ad alcuni grandi del passato . Carsen appresta un Don Carlo minimalista nella sua monocromia,dove solo un velo bianco sul capo di Elisabetta rompe un sostanziale grigio nero imperante.Il marchese di Posa infatti non muore ma si rialza e va a stringere la mano al grande Inquisitore.  A parte questa trovata piuttosto personale e forse criticabile ciè che convince pienamente è la resa gestuale non solo dei protagonisti vocali ma anche delle masse coreutiche che si disimpegnano quasi fossero dei veri primi attori. Myung Whun Chung ha confermato le aspettative di grande direttore verdiano profondendo spessore drammatico e matura densità alla partitura. Unica pecca di una direzione assai brillante e sempre emozionante un volume sonoro spesso sovrastante le voci. Un’interpretazione comunque antologica anche nella resa degli insiemi coro e orchestra. Il cast era decisamente all’altezza della situazione. Piero Pretti è stato un valido protagonista ben sicuro nel settore acuto. Filippo II era Alex Esposito intenso e autorevole. Autorevole e insinuante il grande inquisitore di Marco Spotti. Elisabetta di Maria Agresta sempre convincente in tutti i registri . Veronica Simeoni era sensuale e disperata comme il faut. Buono anche il livello dei comprimari. Trionfo alla recita del 7 dicembre per tutto il cast.

Aida inaugura il Verdi di Trieste

mercoledì 4 dicembre 2019

Il Verdi di Trieste in collaborazione con il teatro accademico nazionale di Odessa ha aperto la stagione 2020 con due capolavori del teatro operistico, . Se per ragioni di salute non abbiamo potuto assistere alla prima rapprresentazione di Turandot non ci siamo lasciati sfuggire quella di Aida. Sfogliando il programma di sala non possiamo non notare quali siano stati in passato i protagonisti di questo titolo sia sul podio che sulla scena : Antonino Votto, Arturo Basile, Francesco Molinari Pradelli e infine Nello Santi che offrì un’interpretazione memorabile del capolavoro verdiano. Franco Corelli e Giangiacomo Guelfi sono nomi che si presentano da soli. Per quanto riguarda i registi citiamo Hugo De Ana Giancarlo Menotti e  Virginio Puecher. Aida forse la più popolare delle opere di Verdi fu ad esempio assente per molti anni dal Metropolitan di New York quando la grande Leontyne Price lasciò le scene. L’allestimento firmato da Katia Ricciarelli e Davide Garattini è di quelli che si dovrebbero definire” semplice semplice” per andare incontro alle aspettative del grande pubblico. Costumi sgargianti che sembrano tratti dalle vecchie figurine Liebig evidenziati da luci spiazzanti alla Star Trek. Inutile cercare certe atmosfere sfumate o chiaroscurali insite nella partitura, in quanto la regia sembra prediligere l’aspetto più esuberante e effettistico dell’opera. Forse va bene così : il successo non è mancato, il pubblico triestino cerca conferme più che emozioni teatrali. Visioni personali e moderne dell’opera come si fa ormai un pò dappertutto qui sono assai lontane. Peccato che anche la gestualità dei protagonisti era basata sui vecchi stilemi della commedia dell’arte anni 50. Un pò come se s registi come Strehler non fossero mai esistiti…Diverso il discorso sul lato musicale che vedeva nella direzione di Fabrizio Maria Carminati se non un esempio di raffinatezze e di tavolozze coloristiche, un certo senso teatrale anche se non sempre riusciva a districare i bandoli di una complicata matassa. Le coreografie di Morena Barrone si bilanciavano in una genericità non sempre sgradevole,, nella discreta presenza del corpo di ballo di Odessa. Il cast era nel suo insieme all’altezza della situazione: Anastasia Boldyreva era Amneris  e  ritraeva una principessa da antologia non solo nella bellezza della presenza scenica e nell’eleganza dell’interpretazione: algida e insieme sofferente innamorata. Non lo stesso possiamo dire dell’Aida di Svetlana Kasyan, che spesso forzata nel seetore acuto dipanava con difficoltà una linea di canto sempre tesa e mai chiaroscurale, nei fraseggi sempre uguali a loro stessi. Gianluca Terranova dava una buona tenuta alla perigliosa vocalità di Radamès. Discreto Amonasro era Andrea Borghini . Ramfis era Cristian Saitta mentre il re Fulvio Valenti. Il coro non ci è sembrato ottimo come in passato. Più che generosa la risposta del pubblico.