Archivio di novembre 2018

Macbeth alla Fenice

giovedì 29 novembre 2018

Macbeth è indubbiamente uno fra i titoli più invoglianti per i registi e la Fenice ha scelto di inaugurare la stagione 2019 con questo capolavoro verdiano . Damiano Michieletto alla sua nona regia nel massimo teatro veneziano non solo non delude le aspettative ma supera se stesso, con un allestimento destinato a dividere il pubblico. Dimostra anche, se ce ne fosse stato bisogno ancora una volta, che per fare del grande teatro non sono necessarie scene faraoniche o allestimenti ultracostosi, ma basta un bravo regista. Il bravo regista non solo riesce a fare il gran teatro con i fichi secchi come si faceva negli anni cinquanta , ma anche fa recitare solisti e masse come abbiamo potuto apprezzare in questa occasione . Il bravo regista sa rinnovarsi sempre e riesce a non essere mai prevedibile, come troppo spesso capita. In più la lettura psicanalitica del dramma scespiriano operata dal regista viene trasmessa con una forza comunicativa diretta e sicura come raramente ci è stato dato di vedere. In pratica ci troviamo spesso davanti a un lavoro da manuale come nell’uso accuratissimo delle luci o dei colori come quello del sangue dei morti spettralmente bianco, o dei materiali come il cellophane che si stringe per uccidere e avvolgere i morti. Anche le scene che spesso mastodontiche intralciano l’introspezione psicologica, qui sono totalmente assenti e mettono l’accento sugli eleganti costumi moderni di Carla Teti. Unica nota negativa la totale mancanza delle danze non solo per lo splendore delle musiche verdiane, ma anche perché ci saremmo aspettati da Michieletto una personale interpretazione delle stesse. La direzione di Myung-Whun Chung si può accostare a quella dei grandi direttori che hanno affrontato la parte in passato. Slancio autenticamente verdiano rifiniture accuratissime , solo talvolta eccesso nei volumi ma l’acustica ricchissima della sala gioca questi scherzi. Protagonista era Luca Salsi un baritono con mezzi vocali superiori alla media, ottima tecnica ma talvolta eccessivamente prorompente e compiaciuto delle sue capacità . Vittoria Yeo è stata una splendida Lady per presenza scenica e intensità interpretativa. Pur non essendo un vero drammatico come la parte richiederebbe, ha ottenuto con lo scavo del fraseggio una grande immedesimazione. Ottimi anche il Banco di Simon Lim e il Macduff di Stefano Secco. Notevoli pure le prove del coro e dell’orchestra della Fenice in uno spettacolo giustamente applauditissimo.

I Puritani inaugurano il Verdi di Trieste

venerdì 23 novembre 2018

IPuritani non è forse solo l’ultimo capolavoro ma un vero e proprio testamento spirituale di Bellini in quanto l’ultima opera prima della prematura morte del cigno di Catania. E’ anche una vera e propria sfida per quanto riguarda la composizione del cast in cui al tenore protagonista di eccezionali capacità va affiancato un soprano dalle grandi doti vocali e interpretative . Il Verdi di Trieste ha voluto dunque cimentarsi in questa prova inaugurando la stagione di quest’anno. Sfida complessivamente vinta se si considera il grande successo di pubblico alla prima serata di inaugurazione della stagione 2019. Affidata la regia al tandem Katia Ricciarelli Davide Garattini i quali hanno presentato una visione piuttosto tradizionale dell’opera che volendo mantenersi nell’ambito di una giusta attinenza all’ambientazione originale, non presentava sorprese ma neppure idee personali e introspezione psicologica dei protagonisti. La direzione d’orchestra di Fabrizio Maria Carminati teneva il passo nel suo insieme anche se con qualche scollatura fra coro e orchestra in particolare nel primo atto alla prima rappresentazione, poi riparata nelle recite successivea. Carminati sapeva nel suo insieme sostenere i cantanti nelle impervie tessiture. Ritmi spesso un po’ troppo serrati, mancava talvolta quel senso di abbandono elegiaco tipico di Bellini. Pregevoli sono stati poi le riaperture di alcuni tagli come i duetti “Ah sento mio bel angiol” e” Da quel di che ti mirai “. Non eseguito solo lo splendido terzetto “Se il destino a me t’invola “ fra le pagine più alte ed ispirate del grande catanese. Ottima prova offerta alla prima da Antonino Siragusa ossia Arturo che conferiva presenza scenica e sicurezza nella tessitura un certo piglio e una comunicativa non indifferente, anche se talvolta un po’ sforzato nell’emissione, pur essendo dotato di ottima tecnica. L’Arturo di Shalva Mukeria era invece assai più elegiaco e meno eroico, con un gusto nel fraseggio e con emissione sicurissima in tutti i registri e grande capacità di sfumature. Ruth Iniesta era una Elvira dal timbro non esageratamente personale ma dalla linea di canto sempre sicura e precisa. Mario Cassi delineava un Riccardo giustamente sprezzante più incisivo rispetto a quello di Stephen Gaertner. Alexey Birkus prospettava un significativo Giorgio non meno di Abramo Rosolen mentre Nozomi Kato dava di Enrichetta una discreta interpretazione. Il coro del Verdi offriva un’ottima prova di sé. Vero trionfo alla prima e ottimo successo alla replica del 22 al Verdi di Trieste.

Grupo Corpo a Lubiana

giovedì 22 novembre 2018

Quella del Grupo Corpo è una danza intensa, estrema, irrefrenabile destinata a dare emozioni forti. Può piacere o non piacere ma ci trasporta comunque in un vortice di ritmo a volte ossessivo. Sembra come se non ci si potesse mai fermare mai avere un attimo di pausa o di riflessione intima. Partendo dalla Danza SinFonica in cui i 21 elementi divisi equamente fra maschi e femmine si succedono in un vorticoso alternarsi di forze antagoniste nelle quali non vi sono tracce di svenevolezze. I ritmi musicali incessanti delle tradizioni popolari americane sono intrecciati a quelli più moderni e spasmodici . Quello che colpisce sono poi i corpi eccezionalmente muscolosi delle ballerine che ricordano quelli di appartenenti a sport fra i più energici. In tutti i casi la Danza Sinfonica rimane comunque una sorta di testamento spirituale dello stile pluriennale della compagnia e del coreografo Pederneiras . il secondo pezzo presentato” Gira” del 2017 era invece connotato da una maggiore attenzione ai motivi religiosi di origine afroamericana ricordati anche dagli ampi costumi bianchi. Le musiche espressamente composte da Metà Meta, su antichi temi tribali di origine religios,a ben rendevano l’azione. Anche qui il rutilante succedersi di impetuosi ritmi afrocubani trovava nella forza magnetica di corpi maschili e femminili parificati sia nei costumi, come nella mancanza totale di ogni femminilità, una fra le caratteristiche più evidenti. Grande comunque l’accuratezza e l’ efficienza esecutiva nella spasmodica velocità di esecuzione. Trionfo e folto pubblico il 14 Novembre a Lubiana alla Cankarjev dom.

Serse a Lubiana

sabato 3 novembre 2018

Bisogna dare atto al Festival della Valle d’Itria di aver fatto conoscere in Italia Franco Fagioli. Il controtenore argentino vero sbalorditivo esempio di questo “nuovo”registro vocale che tanto affascina le platee di mezzo mondo lirico e in cui l’Italia rimane ancora una volta in secondo piano. Il 20 ottobre infatti al Cankarjev Dom di Lubiana abbiamo avuto il piacere di assistere a un’ esecuzione di notevolissimo livello che a tratti potremmo definire eccezionale di Xerse di Handel. In primis il gruppo Pomo d’Oro diretto da Maxim Jemeljanicev ha ben poco da invidiare ai più celebri ensemble attivi in campo internazionale, sia per bellezza di suono come pure per cura dei dettagli e brillantezza di esecuzione. Raramente abbiamo potuto ascoltare così accurata attinenza stilistica nell’esecuzione di questa raffinata partitura, dove agli ampi cantabili succedono arie spericolate di imprevedibile agilità, ottimamente eseguite dal cast assai compatto . A dispetto dei troppo diffusi detrattori dello star system, le pubblicazioni di incisioni come questa a firma della Deutsche Gramophone, sono importanti per titoli desueti e capolavori operistici che andrebbero altrimenti dispersi. Allo straordinario talento di Franco Fagioli vero mattatore scenico e non solo vocale di un’ esecuzione che avveniva in forma di concerto ma in cui non mancava una mimica ben accentuata da parte di tutti. Soprattutto una vivacità teatrale non sempre riscontrata in tanti allestimenti registici stanchi o al contrario troppo volutamente arditi. Unico appunto l’esecuzione di una partitura in cui ci risultano effettuati alcuni tagli, forse per non oltrepassare le ben tre ore e mezza di esecuzione scenica . Vivica Genaux era Arsamene ancora una volta la prova provata di come si possa essere grandi cantanti anche se non in possesso di un timbro straordinariamente bello. Agilità straordinarie,legato, senso del fraseggio e musicalità autentica in un’artista assai elegante e affascinante anche scenicamente. Vera rivelazione è stato il soprano Inga Kalna come Romilda : in possesso di timbro dal velluto pregiatissimo si è espressa in filati, piani e smorzati dall’eccezionale valore interpretativo e vocale. Discreto è stato pure Biagio Pizzuti come Elviro. Trionfo per tutti in una serata memorabile di autentico belcanto.