Archivio di agosto 2017

Le Siège de Corinthe a Pesaro

venerdì 25 agosto 2017

Non ci si annoia mai al Rossini Opera Festival. Anche quest’anno contrariamente alle previsioni che vedevano di fatto una sola nuova produzione e l’assenza di vere e proprie star canore. Queste dovrebbero essere in teoria la vera anima di un festival esclusivamente incentrato sulle creazioni rossiniane,ricordiamolo,sempre concepite per grandi cantanti solisti, le  vere e proprie star dell’epoca di composizione. Oggi le star sono invece i registi e il vero richiamo per giornali televisioni e gran parte del pubblico sono loro in tutto e per tutto. Anche se poi i tempi sono fertili produttori di nuove voci giovani e fresche come quelle presentate quest’anno al festival . Fura dels bauls, come si sa, è in campo internazionale fra i più richiesti gruppi registici ed è così che la nuova produzione del monumentale  Siège de Corinthe  è stata affidata al gruppo catalano. Esso ha ritenuto di rappresentare il problema  della gestione dell’acqua comune, come  motivo scatenante di guerre internazionali e di lotte intestine. Uno spettacolo indubbiamente imponente e ad effetto, ma che veniva anche spesso a sembrare assai lontano dalle effettive ragioni musicali della splendida partitura rossiniana, basata sempre sull’esaltazione del bello. Non per niente infatti si venivano ad assaporare le splendide musiche per le danze, finalmente recuperate nella loro interezza ed assai adeguatamente eseguite dall’esperta bacchetta di Roberto Abbado, soprattutto quando era assente ogni movimento scenico. Ad Abbado va ascritto il principale merito di questa notevole esecuzione de” Le Siège”. Diverse volte durante le spettacolo  ci è venuto infatti da pensare come le grandi partiture ben eseguite, abbiano la forza di resistere alle più ardite scelte registiche . Resta comunque la grandiosità di Rossini nell’essere riuscito a realizzare un vero grand-opéra francese di grande eleganza ricchezza e drammaticità pur conservando il proprio carattere melodico tipicamente italiano o meglio rossiniano. L’ Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai ben corrispondeva alla direzione di  Abbado che, pur infortunato al braccio destro riusciva a concertare con sicura tempra anche il buon coro del Teatro Ventidio Basso. Luca Pisaroni è un protagonista Mahomet, spavaldo e arrgoante comme il faut nella scena e nella vocalità sprezzante del suo personaggio . Vera rivelazione è stata poi la acuta e spesso acutissima tenorilità del Neoclés di Serghei  Romanovsky che trova nel registro acuto una sicurezza sbalorditiva e teneri abbandoni in particolare nel meraviglioso “Celeste providence” dipanato con grande sicurezza.  Anche il Cléomene di John Irvin non deludeva affatto. Nino Machaidze è stata  una Pamyra di sicura presa drammatica e saldo impatto anche se certe durezze timbriche e uno scarso fascino nel settore acuto le impediscono abbandoni e trasporto nei momenti più lirici. Trionfo alla prova generale.

Altri canti d’amor

sabato 19 agosto 2017

Più che un chiostro quello di san Domenico è uno scrigno all’interno del quale fin dalla sua prima utilizzazione possiamo dire di aver potuto apprezzare spettacoli sempre di alto livello. Come si sa in questi casi il livello di attesa è sempre alto ed ogni anno il rischio è quello di rimanere delusi anche perché l’esiguità delle possibilità sceniche offerte dallo spazio ridottissimo e la vicinanza con gli artisti è sempre così ristretta da mettere a nudo eventuali carenze.  E’ stato così che il fascino di Monteverdi e dei suoi madrigali in particolar di “Hor che il ciel e la terra” , del Lamento della Ninfa e del Ballo delle Ingrate ha ammantato ancora una volta di prezioso fascino. Plasticità che solo la leggera mano di Antonio Greco riesce a conferire ai solisti del Ensemble Barocco del Festival Della Valle D’itria. Anche la regia di Giacomo Ferraù che si avvaleva delle semplici coreografie di Riccardo Olivier soddisfaceva le esigenze espressive degli arditi sonetti petrarcheschi legati agli eterni temi di vita, morte, amore . Nonostante la tarda ora d’inizio dello spettacolo la rarefatta atmosfera monteverdiana soddisfaceva pienamente il folto pubblico accorso .

La serata si era aperta con l’ illuminante interpretazione delle vivaldiane Stagioni da parte dei Barocchisti diretti da Diego Fasolis che dipanavano le arditezze e i virtuosismi con equilibri armonici e dinamici di assoluta originalità tali da raffigurare colori e nuances quasi inaudite alle nostre orecchie assetate di bella musica. Risplendeva in particolare l’arte violinistica del virtuoso Duilio Galletti nell’esecuzione dei diversi movimenti delle stagioni inframmezzata da arie solistiche tratte da opere vivaldiane più o meno celebri. Spiccava Philipp Mathmann controtenore, che eseguiva con grande eleganza la già citata “Sol da te mio dolce amore da Orlando. Anche Michela Antonucci e Loriana Castellano s. Ammirevole era poi l’esecuzione di” Gelido in ogni vena” da parte di Lucia Cirillo. Grande successo al concerto nell’ampio cortile di Palazzo Ducale.

Orlando a Martina Franca

venerdì 11 agosto 2017

Centralissima è risultata la personalità di Antonio Vivaldi con il capolavoro Orlando Furioso . l’Orlando vivaldiano al contrario della maggior parte dei titoli presentati a Martina Franca non è però una prima esecuzione in tempi moderni ma appare bensì in una versione alleggerita dal regista Fabio Ceresa che presumibilmente per ragioni di tempo, ha tagliato la partitura di alcune arie . Ora possiamo capire che i tempi cambiano e che la fruizione dello spettacolo degli spettatori settecenteschi era ben diversa da quella attuale , ma è anche vero che un festival come quello della Valle d’Itria è nato per restituire l’assoluta integrità alle partiture dimenticate dalla tradizione esecutiva .  Il mettere mano a un libretto, fatto peraltro già perpetrato altrove da certi registi , può essere l’inizio di una pericolosa moda che si trova proprio all’antitesi dello spirito di un festival come quello martinese. Detto questo dobbiamo riconoscere che il lavoro registico del giovane milanese non nuovo al festival della Valle d’Itria, non ha mancato certo di attrattività, nella concezione generale dello spettacolo con le imponenti scene di Massimo Checchetto e i ricchi costumi di Giuseppe Palella, che conferivano all’insieme quell’innegabile fascino barocco in cui la suadente musica di Vivaldi non mancava certo di introdurci. Diverso il discorso sulla gestualità, che nell’intenzione di apparire più leggera e graziosa in una certa tradizione settecentesca, toglieva invece agli eroici personaggi  concepiti dall’Ariosto, quell’aura coturnata indissolubile. Essa  accomuna tutti e risplende nelle più intime fibre della partitura vivaldiana che non può assolutamente essere contaminata. I Barocchisti diretti da Diego Fasolis costituivano da soli una vera e propria attrattiva, autenticamente barocca così come ci siamo abituati ad apprezzare da diversi anni . Il gesto deciso ma insieme leggero di Fasolis dipanava con magistrale eleganza l’ensemble di cui ogni elemento risultava come un vero e proprio solista pur nella meravigliosa fusione dell’insieme . Il cast era  discreto anche se privo di quei motivi di grande virtuosismo ed éclat indissolubili. In primis l’Orlando di Sonia Prina pur avendo dalla sua una solida tecnica e uno stile indubbiamente belcantistico, doveva fare i conti con il trascorrere degli anni e con una certa usura vocale, che non le impediva comunque di ritrarre interpretativamente un solido personaggio in particolare nella scena della pazzia. Assai positiva poi la non prevista presenza del controtenore Luigi Schifano nella parte di Ruggiero, ,che ci ha riservato il momento più toccante dell’intera serata eseguendo magistralmente “Sol per te mio dolce amore”. Angelica di Michela Antenucci era di buon livello, come pure l’Alcina di Lucia Cirillo, senza fissare comunque un segno significativo nella memoria dell’’ascoltatore.  Il Medoro di Konstantin Derri lasciava piuttosto a desiderare a causa del leggerissimo spessore vocale. Discreto il Bradamante di Loriana Castellano. Palazzo Ducale gremito e gran successo finale.

Margherita in Valle d’Itria

domenica 6 agosto 2017

Il melodramma semiserio  in due atti Margherita d’Anjou di Giacomo Meyerbeer sembrerà strano a dirlo,  ma non era mai stato rappresentata in tempi moderni.  Il mercato discografico gli ha dedicato un ‘edizione completa firmata dall’inglese Opera Rara risalente a qualche anno fa. L’opera concepita e realizzata per il Teatro alla Scala ebbe molto successo a partire dal 1820 e sarebbe stato proprio il caso che il massimo teatro milanese non si perdesse l’occasione di riprendere un tale importante titolo,  piuttosto che eseguire troppo spesso opere di repertorio popolare.  Il personaggio della  celebre sovrana , al centro della non meno celebre Guerra delle due rose, non è forse la principale figura vocale del melodramma semiserio del grande autore francese precursore del grand-opéra, visto che sia il ruolo del Duca di Lavarienne come pure quello di Michele Gamautte, sono da ascriversi come protagonistici. Margherita è indubbiamente risultata la proposta chiave di quest’anno al 43 esimo  Festival  della Valle d’Itria, che personalmente abbiamo l’onore e il piacere di seguire fin dal lontano 1991, a dispetto dello scorrere del tempo. L’allestimento a firma di Alessandro Talevi non ha mancato di generare contrasti vista la scelta spavalda  di ambientare l’azione prima in una moderna casa di mode e poi all’interno di una non meno moderna Spa ,invece che nel 1400. La trasposizione operata dal Talevi non ha però alterato i rapporti fra i personaggi, che si sono mantenuti sempre coerenti  senza modificare la drammaturgia del libretto di Felice Romani per la verità piuttosto complicato e poco leggibile in una prima visione.  Anche le scene e i costumi di Madeleine Boyd ben significavano le intenzioni registiche non meno delle coreografie di Riccardo Olivier. La raffigurazione scenica e la caratterizzazione ad esempio del personaggio di Gamautte sono apparse perfettamente calzanti come pure quella del Duca di Lavarienne. Sul piano musicale il sicuro approccio di Fabio Luisi alla testa dell’Orchestra Internazionale d’Italia non poteva dare altro che grande sicurezza e tenuta sotto ogni punto di vista, anche se forse qualche dinamica e qualche colore in più non sarebbe stato sgradito. Vera rivelazione la spavalderia tenorile di Anton Rositskiy che ha del tenore rossiniano più spericolato, tutte le caratteristiche nell’impervia tessitura vocale e un discreto colore brunito nella zona centrale . Una vocalità di sicura presa  da non trascurare in futuro. Isaura di gaia Petrone è stata forse l’altra sorpresa di questa produzione: bel timbro scuro e incisività nel fraseggio. Marco Filippo Romano come Gamautte ha costituito un notevole punto di interesse, per la naturale e prorompente vena comica. La parte di Margherita affidata a Giulia De Blasis mancava forse di quel fascino che ci si aspetta da una cosiddetta bella voce con il  timbro morbido e pastoso. Buona la prova del Coro del Teatro  Municipale di Piacenza . Buon successo di pubblico affluito in massa alla recita del 2 agosto.