Archivio di novembre 2016

Samson al Regio di Torino

lunedì 21 novembre 2016

Se esiste un ‘opera sensuale questa è Samson et Dalila di Camille Saint-Saens. Preoccupante l’intestazione del libretto che titola invece Sansone e Dalila in italiano! Preludio a un ritorno alle traduzioni italiane ? Speriamo proprio di no soprattutto da parte del torinese Teatro Regio che della lingua francese dovrebbe essere l’alfiere in Italia .Tantopiù che il libretto di Ferdinand Lemaitre non solo è più che pregevole, ma costituisce una vera eccezione rispetto a tanti testi di poco pregio anche nel repertorio francese. Il nuovo allestimento firmato da Hugo de Ana in collaborazione con il China National Centre for the Performing Arts deve evidentemente fare iconti con i tempi e con i gusti degli sponsor. L’ampia descrittività che caratterizza ogni produzione del grande regista argentino è sempre presente, anche se qui non  vi sono quelle grandi macchine semoventi che avevamo precedentemente ammirato.   Persino la qualità dei tessuti dei costumi non sono sembrate all’altezza della situazione che dovrebbe rappresentare il massimo sfarzo della corte dei filistei. Rimane comunque un allestimento imponente e non privo di certe atmosfere influenzate da influsso e gusto cinese hanno. Le coreografie di Leda Lojodice ben esprimono le cupe ma insieme sensuali e spesso anche inquietanti sensazioni di Saint- Saens. Da sottolineare in primis l’ottima direzione di Pinchas Steinberg alla quale dobbiamo ricondurre l’effettivo successo della produzione . La direzione coesa attenta nei numerosi momenti di insieme sapeva sostenere i cantanti come la Barcellona spesso in difficoltà, lasciando le voci in primo piano senza affossarle con la grande orchestra prevista dall’autore. Grande varietà di colori in una tavolozza densa di ansia e ineluttabilità.  Il direttore riesce a conferire all’orchestra anche il grande fascino di arie come “Mon coeur s’ouvre à ta voix”, che purtroppo la corretta Barcellona non riesce a rendere dal punto di vista interpretativo, ma puramente vocale. Manca infatti la ricchezza e la pastosità del medium . Diverso il discorso per Gregory Kunde che ogni volta che abbiamo il piacere di ascoltare in un ruolo nuovo dobbiamo ammettere superare  se stesso: recitativi, arie, acuti messe di voce smorzati, ricchezza di timbro fanno pensare a un Samson ideale come non se ne ascoltava da tempo . La corposità del registro centrale e la drammaticità del colore quasi baritonale fanno pensare ai grandi del passato mentre l’intatto squillo tenorile riporta l’ascoltatore al grande tenore rossiniano di brillantissima carriera. Claudio Sgura nella parte di Dagon ha dato un ottima prova vocale e interpretativa. Ottima la risposta del pubblico in una sala esaurita.

Virginia Raffaele a Udine

venerdì 11 novembre 2016

“Difficile far piangere ma più difficile far ridere” recita un vecchio concetto teatrale ma sempre attuale. Virginia Raffaele la giovane comica romana trionfatrice televisiva sanremese non ha certo di questi problemi perché la vis comica ce l’ha nel sangue. Artista poliedrica di provenienza familiare circense ha molte frecce al suo arco : di bella presenza , di buon carisma senza dubbio. Si può permettere dunque di non tenere troppo in considerazione i diktat della comicità imperante di stampo convenzional radical chic ma soprattutto politically correct alla Paolo Rossi o meglio alla Lella Costa per intendersi. Certo un personaggio come Francesca Pascale , l’ultima fra le celebre amanti del Silvio nazionale non poteva mancare, ma l’obiettivo della Raffaele non è certo la satira politica e gliene dobbiamo dare atto. Piuttosto quella di costume basata sui personali tics di celebri personaggi come ad esempio Carla Fracci di cui la Raffaele ha per la prima volta osato toccare l’icona. Bianchi gli abiti per svecchiare anche con il classico chignon delle bambine delle scuole di danza, trucco marcato ma soprattutto braccia sempre allungate a cigno nonostante la schiena rigida, quarta posizione sempre ostentata . Viene riservata la scena finale alla Fracci: comica, dinoccolata alla Totò con rara tecnica attoriale. In più quella punta di cattiveria con frasi come”la danza è sofferenza” infarcite alle giovani allieve da ogni maestra di danza di vecchia generazione. O il ribrezzo davanti a un mazzo di fiori non abbastanza importante a riconoscimento della propria celebrità. Azzeccatissimo è stato il titolo Performance scandito ripetutamente con accento filoamericano come per ridicolizzare se ce ne fosse ancora bisogno, tanti spettacoli di danza triti e ritriti esibiti frequentemente come perle di teatro danza. Certo in alcuni momenti il tono non è sempre allo zenit ma anche il coté patetico- sentimentale non è mancato ad esempio nel personaggio fondamentale della poetessa transessuale Paola Gilberto Do Mar con la sua scomoda e vilipesa identità sessuale. Da non dimenticare anche Ornella Vanoni con il suo grande fascino retrò e la sua spiccata personalità non meno che una Belen Rodriguez costantentemente piegata all’indietro sulle reni ma soprattutto su tacchi vertiginosi. Belen comoda, nel distendersi sulle poltrone già occupate da spettatori naturalmente di sesso maschile. Da non dimenticare soprattutto la bella vocalità sensuale esibita dalla Raffaele nell’imitazione ad esempio della cantante Emma dai capelli color elettrico. Grande trionfo con applausi a scena aperta.

Zauberflute a Padova

giovedì 3 novembre 2016

Se il singspiel mozartiano Flauto Magico non fa certo parte della tradizione operistica dei nostri nonni , sono ormai molteplici gli allestimenti apparsi in questi ultimi anni sulle scene italiane più o meno prestigiose. La produzione in scena a Padova al teatro Verdi pur senza pretese di straordinaria imperdibilità aveva la sua ragion d’essere. La regia di Federico Bertolani che si avvaleva delle semplici scene di Giulio Magnetto e dei costumi di Manuel  Pedretti si basava su un adattamento moderno ma non fastidioso del capolavoro mozartiano. Se infatti vi è un libretto al di fuori del tempo che si lascia facilmente estrapolare è proprio quello di Emanuel Shikaneder. In più pur essendo la maggior parte dei ruoli vocalmente temibili hanno la caratteristica di poter essere quasi sempre affidati a cantanti giovani. Come si sa la tematica dei buoni contro i cattivi è alla base di ogni fiaba e qui Bertolani schiera in una moderna città metropolitana da una parte poliziotti, dall’altra bande di alternativi più o meno punk. Del resto già la dicitura originale del personaggio della Regina della Notte sembra fatta apposta per scatenare la fantasia di un moderno regista. Il singspiel mozartiano, nonostante l’altezza dell’ispirazione e della costruzione musicale che sfiora il sublime dall’inizio alla fine, riesce a coinvolgere anche i bambini presenti in sala. Nel caso della replica di domenica scorsa si sono dimostrati molto più educati ed attenti di molti adulti evidentemente ben poco adusi ad assistere ad uno spettacolo lirico (non più di tre ore intervallo compreso). Non trascurabile era infatti la cura nelle parti recitate che ben descrivevano l’azione. Il giovane ma esperto direttore Giuliano Betta al di là di un certo qual volume orchestrale un po’ soprastante ben conduceva Orchestra di Padova e del Veneto con il coro Lirico Veneto non molto soddisfacente. Regina della Notte era Christina Poulitsi non più che sufficiente vocalmente e assai poco interpretativamente. Assai più interessante Ekaterina Sadovnikova alias Pamina. Tamino era un discreto Fabrizio Paesano chiamato a  sostituire il previsto Paolo Fanale. Wihelm Schwinghammer era un Sarasto piuttosto alterno nella resa come pure il Papageno di Johen Chest in possesso però di un bel timbro. Sala esaurita e buon successo di pubblico.