Archivio di giugno 2015

Kaufmann e Florez alla Scala

giovedì 25 giugno 2015

Il Teatro alla Scala ha in questa tarda primavera offerto agli appassionati di belcanto un’ abbinata di recital di tenori a dir poco eccezionale : Jonas Kaufmanne e Juan Diego Florez. L’accoppiata di quelli che sono attualmente fra i maggiori idoli del tenorismo in campo mondiale ha il sapore non tanto della sfida vista la diversa natura dei due prodigiosi cantanti, ma piuttosto quasi una beffa nei confronti dei vecchi melomani che da anni ormai lamentano l’assenza di tenori paragonabili a quelli del passato . Se poi consideriamo anche Gregory Kunde che sarà protagonista nell’Otello di Rossini in programma dal 4 luglio in poi, possiamo tranquillamente affermare che quel sovrintendente scaligero piuttosto modesto, che qualche anno fa ci disse che la Scala è un teatro di direttori piuttosto che di tenori, è stato pacificamente contraddetto dai fatti contemporanei . Certo molti tenori mancano all’appello come ad esempio il grande maltese Joseph Calleja ma confidiamo nelle programmazioni future. Jonas Kaufmann accompagnato dall’Orchestra Filarmonica della Scala diretta da Jochen Rieder, ha dato ancora una volta una magistrale lezione di belcanto . Soprattutto nella prima parte del concerto il grande tenore tedesco ha impostato il suo gusto pucciniano su alcune arie da opere meno conosciute  come le Villi ed Edgar. In esse ha sfoggiato una linea di canto invidiabilissima sempre pulita, stilizzata ed autenticamente belcantistica. La linearità infatti di un puro stile  derivato da un canto che non ha bisogno di singhiozzi, accenti esasperati  o altre sovrapposizioni di gusto verista. Nella seconda parte ha invece preferito accostarsi a pagine più note come quelle da Tosca, Fanciulla del West, o Turandot ma sempre impreziosite da un gusto assai nobile e raffinato dove le messe di voce e le filature non sono apparse mai fine a se stesse ma sempre sostenute da un gusto sorvegliatissimo e contemporaneo . Grande generosità poi nei numerosi bis fra cui il popolarissimo “Nessun dorma” bissato con una breve pausa dovuta a una perdonabilissima dimenticanza del testo che ha reso il tenore tedesco ancora più simpatico e umano di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. L’interpretazione direttoriale di Jochen Rieder  è apparsa per lo piuttosto estranea non solo alle ragioni del tenore che troppo spesso è stato penalizzato con sonorità esagerate ma anche da quella minima assenza di rubati di accenti nascosti che anche nel repertorio pucciniano trovano la loro ragion d’essere .

Di impianto completamente diverso il concerto del tenore peruviano Juan Diego Florez che accompagnato o dal grande Vincenzo Scalera al pianoforte ha proposto un programma piuttosto accattivante contrariamente alla sua provenienza tipicamente belcantistica e rossiniana in particolare. Stefano Donaudy e Francesco Paolo Tosti non ce ne vorranno certamente ma le loro romanze salottiere di fine Ottocento primi Novecento per passare all’amato Rossini solo nella parte finale del primo tempo del concerto con ”Intesi,  ah tutto intesi”  dal Turco in italia e dalla Lucrezia Borgia di Donizetti :”T’amo qual s’ama un angelo”. La seconda parte dedicata al repertorio francese da camera, al di là di una pronuncia francese non esemplare in quanto priva di suoni nasali e di legato ha permesso al tenore peruviano una tranquillità vocale di tutto rispetto. Con le due arie da Werther e da Roméo et Juliette Florez ha riscaldato la sala per infiammarla poi nei bis fra cui quello tratto da”La Belle Héléne di Offenbach” è risultato decisamente eccezionale come pure la donizettiana “Furtiva lagrima”. Anche le canzoni spagnole quali Granada o Jurame sono state notevoli. Anche qui trionfo di pubblico con per Kaufmann non si vedeva da tempo nel massimo

Don Pasquale al Verdi di Trieste

mercoledì 10 giugno 2015

La semplicità dei grandi è indubbiamente riposta nel capolavoro donizettiano. Don Pasquale che può apparentemente sembrare una commediola borghese fu deturpato negli anni del verismo da volgari deformazioni macchiettisti che. Ha saputo rifiorire solo negli anni della rinascita belcantistica alleggerendosi di tutti quegli orpelli che avevano appesantito l’originale leggerezza di un canovaccio che pur essendo legato ancora a una morale autenticamente borghese non è privo di spunti ancora attuali. La regia di Stefano Vizioli al Verdi di Trieste è ripresa da uno spettacolo da noi già visionato alla Scala qualche anno fa se non erriamo. Un lavoro intimistico mai esasperato caratterizzato da piccoli gesti . A volte però soprattutto nel caso del protagonista il tutto appariva un po’ sottotono a discapito del risultato finale. Tradizionali ma funzionali le scene di Susanna Rossi Jost e i costumi di Roberta Guidi Di Bagno. Ma il grosso deficit di questa produzione stava  nella direzione orchestrale di Hirofumi Hoshida che fin dall’ouverture appariva totalmente estraneo al mondo donizettiano fatto di leggerezza di elasticità e di malinconia. Spesso in ritardo sui tempi dei cantanti si rivelava forse meno in difficoltà nei pezzi d’assieme. In tutti i casi dimostrava troppo spesso mancanza di senso del canto e dell’accompagnamento. Andrea Concetti ritraeva un Don Pasquale lineare, interiorizzato ma non troppo convincente nel suo insieme. Interessante il Malatesta di Federico Longhi, mentre l’Ernesto di Giorgio Misseri si dimostrava discreto. La Norina di Mihaela Marcu era sicura e spavalda comme il faut, pur senza un timbro troppo ammaliante. Buona prova nonostante tutto dell’orchestra e del coro del Verdi.