Archivio di maggio 2015

Norma alla Fenice

sabato 30 maggio 2015

Norma alla Fenice attesissima, non solo come accadeva una volta per la protagonista che, diceva qualche anno fa la moglie di un celebre direttore d’orchestra, nonché direttrice di un Festival dai grandi sponsor, :”verrà scelta dal maestro al momento” ma per la “metteuse en scène” la celebre Karah Walker scelta dalla Biennale veneziana . La Walker ambienta Norma in Africa all’epoca del colonialismo e non lo fa con molta leggerezza : vedasi ad esempio i costumi rossi degli uomini che sembrano dei prémaman  con tanto di parrucche ricciolute castano scure che li rendono più che ridicoli. Per non parlare degli invasori romani il cui costume ricalca esagerandolo quello dei soldati del tanto esecrato ventennio. La cosa più indovinata è la grande maschera distesa su un fianco. Oroveso invece che un gran sacerdote sembra un guru dei no global. Peccato che non solo manca la recitazione delle masse schierate alla vecchia maniera, ma la scena è statica dall’inizio alla fine senza un coup de théatre neppure al momento del rogo finale. Musicalmente l’orchestra è diretta con un po’ troppa enfasi da Gaetano d’Espinosa che non ha gran fantasia nei colori non rende variati i recitativi . La sua è risultata così una Norma noiosa piatta senza rubati nè colori ma professionalmente compatta senza alcun cedimento. Carmela Remigio è Norma ; non si può dire che non sappia cantare ma è assai lontana dal peso vocale richiesto, cioè a dire drammatico d’agilità . Risulta così assai lontana dal personaggio e anche a causa della figura scenica per niente sacerdotale. Forse sostenuta da una diversa regia sarebbe risultata meno estranea alla parte ma in questo contesto è apparsa più che altro coraggiosa. Diverso il discorso per Veronica Simeoni, che a parte qualche acuto sforzato, era ben a suo agio come Adalgisa. In forma straordinaria invece Gregory Kunde che sembra superare se stesso in una tessitura impervia per altri ma non per lui, rossiniano doc ma oggi lui si vero drammatico d’agilità se si potesse definire così’ un tenore. Ottimo anche Oroveso di Dmitry Beloselskiy. Grande successo per tutti alla replica del 24 maggio in una sala gremita. 

Il Lago al Verdi di Trieste

venerdì 22 maggio 2015

Il Lago dei cigni per il balletto è un po’ come il Trovatore per l’opera lirica:alfa e omega di ogni corpo di ballo, un vero banco di prova.  Al Verdi di Trieste in effetti sono stati ospitati negli anni ogni genere di corpi di ballo: dall’immenso Kirov passando per lo Stanislavskij o ai Ballets Trockadero  o il London Festival fino allo storico ballet del Marchese di Cuevas con Rudolf Nureyev nel 1961. La SNG opera in balet di Lubiana ha presentato una versione del capolavoro Ciaikovskiano con coreografie di Lynne Charles che non è facilmente comprensibile neppure da chi come noi assiste a tante produzioni da più di quarant’anni sulle scene internazionali. Da un lato non ci si è voluti infatti allontanare troppo dalla versione originale, quella di Petipa e Ivanov, dall’altro neppure osare una trasgressione totale, quale quella celebre ma decisamente originale di Matthew Bourne apparsa anche in DVD. Interventi più o meno evidenti sulla drammaturgia costellano questa coreografia fra i quali più marcati appaiono nel celebre passo a due del Cigno nero che viene sostituito da diversi cigni neri destinati e solo in alcune versioni unicamente al quarto atto. Ma anche dal punto di vista tecnico esecutivo il corpo di ballo dimostrava diversi punti critici o meglio alti e bassi. Probabilmente l’origine di tali disagi provenivano anche dalla direzione orchestrale di Ziva Ploj Persuh,direttrice dalle indubbie qualità ma molto più adatta a un concerto sinfonico piuttosto che all’accompagnamento di un balletto. Quasi totale mancanza di considerazione delle problematiche di un corpo di ballo, quali la scelta dei tempi, ma soprattutto assenza dell’elasticità richiesta a chi dovrebbe sostenere e assecondare il palcoscenico dall’inizio alla fine o per lo meno nei momenti critici. Abbiamo avuto insomma la netta impressione che la direttrice volesse emulare certi dittatori della bacchetta operistica piuttosto che mettersi al servizio del palcoscenico. Nota interessante  la particolarissima interpretazione di Laura Hidalgo alias Odette Odile; fisicamente ballerina assolutamente lontana da quello classico di Odette dotata di spalle larghe muscolatura accentuata nel torso presentava un personaggio assai inquietante ed ambigua adatta al Lago dei Trockadero nella loro accademica presentazione. Grande successo alla prima.      

Jenufa al Comunale di Bologna

giovedì 21 maggio 2015

Il compositore ceco Leos Janacek è indubbiamente fra i più misconosciuti in Italia,anche se negli ultimi anni non poche sono state le riprese di alcune fra le sue opere. Il capolavoro del 1904 Jenufa viene presentato questa primavera a Bologna con grande successo, grazie a una coproduzione con il Théatre Royal de la Monnaie di Bruxelles. Vi è la firma di uno fra i più apprezzati registi in campo internazionale quali il lettone Alvis Hermanis, autore fra l’altro della regia anche di un Trovatore piuttosto originale allo scorso Festival di Salisburgo. Ma questa Jenufa che vede il nostro graditissimo ritorno nella splendida sala del Bibiena dopo diverso tempo di assenza ci ha riempito di soddisfazione. In primis per un teatro gremitissimo ma anche per un titolo assai poco popolare come dicevamo. Uno spettacolo quello di Hermanis perfettamente coordinato ci è sembrato di capire su due piani: quello immaginario fantastico del primo e terzo atto che vede nelle fantasie o aspirazioni della vecchia Kostelnicka che vorrebbe per sé e per la figliastra Jenufa una realtà ben diversa da quella che effettivamente è rappresentata nella squallida cucina del secondo atto .E, questo il momento infatti in cui viene realizzato l’atroce delitto cioè a dire l’uccisione del neonato.  Kostelnicka compie il delitto sperando  di vedere realizzato il suo sogno cioè che la Jenufa sposi il ricco Steva anziché il fratello povero Laca da lei amato. Dicevamo il doppio piano concettuale da un lato quello delle bambole e dei ballerine danzanti secondo la tradizione morava nel primo e nel terzo atto, dall’altro quello della triste realtà della vita della povera Jenufa schiava della morale comune e non veramente padrona della propria condizione di donna moderna libera e autonoma. Dobbiamo dire che è inutile cercare nei caldi colori delle scene e dei costumi di Hermanis quelli del dramma di Janacek.  Nella produzione bolognese la direzione orchestrale per così dire sinfonica di Juraj Valcuha, appariva quasi spesso prevaricante nei confronti dei cantanti,per così dire sinfonica. Nello stesso tempo incisiva risoluta e precisa ma soprattutto adatta a significare quel sinfonismo sempre teso e ansioso così lontano dal canto all’italiana cui siamo abituati. Ottimi i cantanti da noi ascoltati nella replica pomeridiana del 18 aprile : in primis la splendida Angeles Blancas Gulin piena di grinta e sicurezza sia vocale che scenica . Ira Bertman era una appassionata Jenufa . Jan Vacik un saldo Laca mentre lo Steva di Ales Brescein si distingueva in tutta la pienezza di un bel timbro. Ottimi poi orchestra e coro del Comunale per un caloroso successo.  

Billy Budd al Carlo Felice

giovedì 7 maggio 2015

Se il teatro d’opera inglese può vantare assai pochi grandi compositori, il contemporaneo  Benjamin Britten è uno di questi. Il Carlo Felice di Genova da noi un po’ trascurato negli ultimi tempi ripresenta  in questa stagione uno fra i più felici allestimenti degli ultimi anni a firma di Davide Livermore.Andò in scena al Regio di Torino già nel 2004. Ancora una volta abbiamo davanti ai nostri occhi la prova che un intelligente e indovinato allestimento anche dopo più di dieci anni non dimostra affatto la sua età. Questa semplice e insieme possente produzione si presenta molto più stimolante di tante novità che si vogliono produrre troppo spesso e volentieri per smanie di rinnovamento quando non per esigenze di portafoglio. Ecco quindi che lo spettacolo minimalista concepito allora si snoda stupendamente sfruttando le moderne macchine del Carlo Felice con grande eleganza facendo salire e scendere i diversi piani della nave di Billy Budd, l’Indomitable, senza alcun rumore o difficoltà scenica . Ma il racconto di Melville è basato sulla terribile accusa di tradimento nei confronti del giovane e aitante Billy Budd reo in realtà di provocare turbamenti sessuali nel perfido commissario di bordo Claggart . L’opera di Britten vuole affrontare molti temi fra cui quello della pena di morte attualissimo negli anni Cinquanta ai tempi dell’ultima condanna nel regno Unito.  Nell’allestimento di Livermore si apprezzava anche la crudezza dell’entourage esclusivamente maschile,pur nell’ambito di una grande eleganza di fondo. Si tratta così di un organico vocale totalmente maschile( quasi un unicum) se non si considera “Da una casa di morti” del grande Janacek. Ma ottima è stata la prova direttoriale di Andrea Battistoni che stavolta si è dimostrato all’altezza della situazione sia nell’equilibrio voci orchestra come pure nella varietà della resa dei lugubri colori della ricca tavolozza musicale di Britten. Personalmente abbiamo assistito alla recita del giorno 18. il cast appariva di un ottimo livello assolutamente omogeneo ma risplendeva indubbiamente nella figura di Valdis Jansons intenso scenicamente e vocalmente, mentre Vere era un valido Patrick Vogel . il perfido Claggart era un adeguato Hector Guedes. Una menzione particolare per i due splendidi cori quello del Carlo Felice e quello del Teatro San Carlo di Lisbona che hanno dato ottima resa al tutto. Unico neo di una produzione esemplare lo scarso pubblico affluito in sala in una replica semifestiva.