Archivio di aprile 2015

Puritani al Regio di Torino

lunedì 27 aprile 2015

I Puritani di Vincenzo Bellini mancavano al Regio di Torino dal 1996 e noi abbiamo avuto la fortuna di assistervi : protagonisti Mariella Devia e Giuseppe Sabbatini. Signori che al di là dei gusti personali ,potrebbero comporre dei manuali di canto ad uso delle giovani generazioni. Pur dovendo premettere che questa volta al Regio di Torino abbiamo assistito alla prova generale aperta al pubblico, dobbiamo ammettere che il risultato vocale è stato ben diverso. La produzione firmata da Fabio Ceresa e già presentata a Firenze e in televisione nei mesi scorsi, appariva piuttosto tetra e talvolta anche lugubre. Nell’insieme non mancava di gusto personale e di originalità pur accentuando un po’ troppo lo stile  gotico e infarcendo le scene con molte comparse a delineare la drammaticità dell’azione. In primis si trovava così la direzione di Michele Mariotti in carriera ormai più che internazionale.  Dimostra così ancora una volta di conoscere la difficile arte di assecondare privilegiando il palcoscenico e cioè a dire i solisti, impegnati in una fra le più ardue prove belcantistiche. Dimitri Korchak alias Arturo denotava  sicurezza vocale in ogni registro dell’ impegnativo ruolo tenorile, pur non facendo suo quell’abbandono e quella morbidezza interpretativa  che fanno parte del cosiddetto canto belliniano.  Olga Peretyatko  pur non essendo dotata di un timbro fra i più fascinosi si sforzava di conferire un proprio spessore interpretativo al ruolo di Elvira con risultato non più che discreto. Note negative invece per il Riccardo di Nicola Alaimo che al di là delle carenze vocali, dimostrava anche scarsa immedesimazione nel ruolo. Migliore il basso Nicola Ulivieri come Giorgio . Buona prova del Coro e dell’Orchestra del Regio. Molti applausi alla prova generale.

Pasqua barocca

giovedì 23 aprile 2015

L’Ensemble la Barocca diretta da Ruben Jais e la Settimana Santa,sono diventati già da anni un appuntamento imprescindibile per i milanesi rimasti a Milano nei giorni del grande esodo pasquale.  Anche quest’anno però le numerose attese per una sala quella dell’auditorium di largo Mahler non sono andate  affatto deluse. In primis per la luminosa esecuzione della grande Passione Secondo Matteo di Bach. In essa infatti il direttore milanese ha saputo infondere una personale interpretazione pur rispettando la compattezza e la grandiosità dell’unità stilistica bachiana. Non è facile infatti rendere quel perfetto equilibrio fra drammaticità spirituale ben lontano dalla teatralità di certi compositori settecenteschi e la sublimazione spirituale che riscontriamo in uno fra i più alti e complessi lavori mai compiuti da mente umana. In particolare il cast era molto curato ed equilibrato in ogni sua parte. La vocalità di Filippo Mineccia contralto fra i più convincenti, ha colpito non solo per la pregnanza del timbro autenticamente brunito ma anche per l’eleganza del fraseggio dispiegato in ogni passaggio. Meno significativo è stato invece l’evangelista di Clemens Loschmann poco incisivo e variegato nel fraseggio. Anche Celine Scheen soprano non ha dispiegato un timbro e una vocalità convincente. Discreti invece il basso Marco Granata e il tenore Tim Lawrence dalla buona vocalità.

Il concerto di Pasquetta aveva come giusto del resto un tono più leggero e piacevole. che si apriva con l’importante cantata Ein fest Burg di Bach. Anche in questo caso la presenza del contralto Filippo Mineccia ha contraddistinto assai positivamente la presenza vocale .Il concerto in La maggiore di Telemann per viola da gamba era poi presentato con perizia da Cristiano Contadin. L’Oratorio di Pasqua appariva poi in tutta la leggiadra e insieme profonda struttura barocca nella ottima direzione musicale di Ruben Jais che dimostrava cura e sostegno nei confronti di ogni solista. Pubblico partecipe e commosso in entrambi i concerti

Elisir al Regio di Parma

sabato 11 aprile 2015

Il Regio di Parma è stato da sempre teatro di grandi tenori. Quest’ultima produzione di Elisir d’amore non smentisce affatto tale affermazione. Celso Albelo che nel panorama internazionale è ormai una stella di prima grandezza, si sta infatti affermando non più solo come il “nuovo Kraus”, ma con una propria personalità, se vogliamo più esuberante, meno aristocraticamente contenuta, e con una comunicabilità più immediata e spontanea. Facilità nella zona acuta con puntature di tradizione, ma soprattutto una presenza scenica scoppiettante. In particolare nel secondo atto, dove il tenore canario al di là di una regia non troppo significativa, infarcisce con la sua propria verve un Nemorino di assoluto rispetto. Senza voler imitare il grande e indimenticabile Alfredo da noi apprezzato anche in questo ruolo alla viennese Staatsoper ormai diversi anni fa. La produzione parmigiana, non nuovissima, a firma di Marcello Grigorov, non si distingueva per particolari trovate sceniche o registiche, ma si manteneva nel solco di una certa eleganza e pulizia formale .in anni di esagerazioni  e travisamenti di ogni tipo è assolutamente apprezzabile. Occasione non colta dalla direzione di Francesco Cilluffo che dimostrava diverse volte qualche difficoltà nella concertazione  e nell’insieme non troppa personalità. Jessica Nuccio pur non essendo dotata di un timbro fra i più accattivanti si dismpegnava con professionalità in una discreta Adina. Vera sorpresa era invece Julian Kim come Belcore che in possesso non solo di giovanile freschezza adattissima al personaggio, sapeva ben modulare una vocalità calda e pastosa. Roberto De Candia era un simpatico Dulcamara. Notevole successo e affollamento di pubblico nella replica del 31 marzo.  

    

Alceste alla Fenice

lunedì 6 aprile 2015

 Le regie di Pier Luigi Pizzi si distinguono nettamente fra quelle attualmente in circolazione . Da un lato il minimalismo imperante di certo teatro di regia alla tedesca , dall’altro ad esempio la sovrabbondanza un po’ alla Davide Livermore dell’italiana in Algeri pesarese. La classicità un po’ statica di certo Pizzi d’annata rivive dunque in questa Alceste veneziana. Una luce non nuova dunque ma non priva di charme. Tale risultato giunge da un ‘esigenza di pulizia, di rigore, di classicità, di semplicità neoclassica, che il tradizionale regista propone ormai da tanti decenni. Non cercheremo infatti lampi di genio, trovate sceniche eclatanti o particolari impronte nella recitazione dei singoli. Tutto ciò non è mai stato fra i punti forti di Pizzi in attività dal 1951. Ma la rappresentazione lineare con una certa resa della realtà drammatica e’indubbiamente confacente alla poetica musicale gluckiana. In particolare con Alceste e non solo con Orfeo Gluck vuol allontanarsi dal belcanto all’italiana, inteso come astrazione puramente edonistica. Gluck si avvicina così a una vera e propria “adesione al vero” che sfocerà poi nella vera tragédie- lirique autenticamente francese. L‘edizione veneziana si basava sulla versione di Vienna del 1767(senza danze purtroppo). Come freccia al suo arco la brillante direzione di Guillaume Tourniaire che ben equilibrava voci e orchestra dando quasi sempre calibrati accenti ai numerosi recitativi. Ben si disimpegnava anche il coro della Fenice chiamato a una prova affatto trascurabile. Carmela Remigio era un’ottima Alceste per tenuta interpretativa e vocale e adesione stilistica. Marlin Miller Admeto si dimostrava piuttosto carente in certi passaggi acuti . Significativo invece l’Evandro di Giorgio Misseri. Ottimo successo per uno spettacolo degno dei migliori anni di questo grande teatro che si conferma non solo nel nostro cuore fra i migliori in campo internazionale.