Archivio di gennaio 2013

Nabucco al Verdi di Padova

mercoledì 16 gennaio 2013

Sembrerà banale a molti, ma spesso uscendo da teatro ci poniamo un interrogativo: quale potrebbe essere il pensiero di chi si reca per la prima volta a teatro a vedere un’opera? In questo caso temiamo che la risposta non sarebbe troppo positiva. Questo Nabucco è andato in scena il 23 dicembre a Padova al Teatro Verdi. Una produzione già presentata a Bassano l’estate scorsa con la quale si è avviata una coproduzione che speriamo fertile in futuro fra i teatri di Padova Rovigo e Trieste. In tempi di crisi simili collaborazioni da noi già auspicate in tempi ben più munifici di finanziamenti statali e privati, risultano assai utili se non indispensabili. La lugubre presenza di una molteplicità di manichini appesi  definiva  forse i morti nei conflitti religiosi che da sempre hanno afflitto l’umanità . Per il resto la scenografia di questo Nabucco ideato da Stefano Poda nella regia nelle scene e nei costumi è apparsa piuttosto generica anche con quelle grandi pareti dipinte che incombevano  dall’inizio alla fine dell’opera.  La scarsa collocazione storica risultante nei costumi non aiutava certo lo spettatore a calarsi nell’atmosfera chiaramente risorgimentale cui Nabucco si è sempre ricollegato nella tradizione. La direzione orchestrale non è sempre stata felicemente armonizzata con il palcoscenico.  In particolare il baritono protagonista Carlos Almaguer, non era sempre musicalmente calibrato. Mezzi vocali comunque assai ragguardevoli con un timbro corposo e quindi tipicamente verdiano. Più corretta la Abigaille di Sorina Munteanu anche se non molto a suo agio nella coloratura e un po’ avara anche nell’espressività .  Sufficiente l’Ismaele di Armaldo Kllojeri come pure  la Fenena di Romina Tomasoni . Non troppo all’altezza lo Zaccaria di Askar Abdrazakov. Grande successo di pubblico alla fine.

Roméo et Juliette della Waltz alla Scala

sabato 12 gennaio 2013

Se Hector Berlioz non è indubbiamente il compositore più noto e amato sulle scene italiane e la sua musica non fra le più danzabili in assoluto, una ragione ci dovrà pur essere. Nonostante ciò la versione di Romeo e Giulietta, celebre dramma Shakespeariano, andata in scena al Teatro alla Scala con ben dieci recite fra questa fine d’anno e inizio gennaio, ha avuto un grande successo e non immotivato.  Molte sono le coreografie dipanate sulla più celebre partitura di Sergei Prokofiev . Sasha Waltz, coreografa tedesca, fa parte in qualche modo di quella corrente chiamata “Tanz-theater” . Il lavoro della Waltz su Berlioz, è un atto unico di un’ora e 45 minuti anche se non fa gridare al miracolo per originalità di linguaggio coreografico, ha comunque un suo motivo d’essere e una sua dignità artistica. Lontana anni luce dalla cupezza espressiva di Pina Bausch, riesce a trasfondere alla sua creazione comunicatività e lirismo. Con grande femminilità e impronta contemporanea non dilania strutture e spezza il movimento ma lo lascia fluire con continuità espressiva. Certo la potenza ispirata dalla dirompenza di Berlioz non sembrano averla scossa in fondo più di tanto. E’un balletto di grandi insiemi di fazioni avverse com’è giusto ma anche di assoli assai pregnanti come quello di Giulietta e del veleno o quello di Romeo prima della morte. La seconda parte diventa assai corale nello spiegamento dei vivi rispetto ai morti a causa dell’amore. Sentita e profonda la linea del corpo di ballo della Scala che ha filtrato con intelligenza e sensibilità la creazione della Waltz. Emanuela Montanari è stata una Giulietta più che centrata nella plasticità mai fine a se stessa ma autenticamente protagonista.  Antonino Sutera  è stato un Romeo non sempre incisivo ma tecnicamente più che adeguato.  Autorevole e statuario il Frate Lorenzo di Mick Zeni. La direzione orchestrale  di James  Conlon è stata più che significativa mentre nessuno dei tre solisti vocali ci è sembrato degno di gran nota. Grande successo alla recita di martedì 8 gennaio. 

Vittorio Grigolo in recital alla Scala

venerdì 11 gennaio 2013

Vittorio  Grigolo è il giovane tenore italiano portato alla ribalta internazionale dalla celebre versione di Rigoletto con Placido Domingo nel ruolo di Rigoletto prodotto dalla Rai e visto in Mondovisione. Recente il trionfale debutto alla Scala nel bel ruolo di Roméo nell’omonima opera di Gounod, dove ha perfettamente centrato il personaggio e la vocalità . La bella presenza e il bel timbro vocale da vero tenore lirico sono in lui pregi evidenti. Lunedi sera al difficile banco di prova di un recital di canto alla Scala è stato accompagnato dall’assai esperto Vincenzo Scalera. La prorompente personalità del giovane tenore è apparsa da subito in tutta la sua irrefrenabile energia. Il dominio dei mezzi vocali, l’impostazione corretta e la genuina comunicatività non sono certo mai mancati. Ciò che è mancato invece in particolare nella prima parte dedicata al belcanto italiano del primo Ottocento è stata piuttosto l’aderenza stilistica che fa di Bellini qualcosa di diverso da Donizetti, da Verdi e da Rossini. Un’agitarsi continuo anche scenicamente ha inficiato una prova che se dosata da un maggior controllo avrebbe potuto dare risultati artistici invidiabili. Il belcanto italiano inoltre dovrebbe essere comunque esempio di aristocratica sensibilità, di abbandono estatico, mai di istintività non repressa anche se genuina. Intendiamoci niente da dire sull’emissione e la correttezza della tecnica vocale. Sarà forse per questo motivo che la seconda parte del concerto dedicata a canzoni più tarde, fine Ottocento primi Novecento quali quelle di Paolo Tosti o di Leoncavallo, sono sembrate molto più calzanti ed adeguate alla personalità dell’artista. Assai generosa è stata poi la conclusione con i numerosi bis fra cui la celeberrima Mamma ,”Una furtiva lagrima” eseguita con cura belcantista, Amor ti vieta”da Fedora e infine l’immancabile “O sole mio”. Esemplare è stato l’accompagnamento di Vincenzo Scalera.