Archivio di dicembre 2012

Cecilia Bartoli, vera leonessa

martedì 11 dicembre 2012

Cecilia Bartoli alla Scala. Un’ occasione ghiotta di belcanto pensavano in molti. Per altri un ‘occasione per fare bagarre e sfogare le proprie frustrazioni represse nel tempio della lirica. Diventare protagonisti per pochi minuti, rovinando l’inaugurazione della Filarmonica della Scala. La Bartoli si dimostrava ancora una volta una vera signora, dichiarando a caldo al maestro Barenboim che si ripresenterà volentieri alla Scala. “Voce piccola , non si sente, non corre, non passa l’orchestra” dicono alcuni sedicenti competenti fuori e dentro dal loggione.  Anche alcuni critici togati non la amano affatto anzi, l ‘accusano ripetutamente di essere un buon prodotto discografico ma non una vera cantante lirica. Indubbiamente dietro tutto ciò vi è anche il fastidio provocato da un intenso battage pubblicitario di una cantante che della diva ha sì qualche aspetto, ma anche una semplicità e una immediata comunicatività. Affatto americana come si vorrebbe far credere, ma genuinamente italiana. Da parte nostra, se proprio volessimo farle un appunto, non è certo sul canto ma esclusivamente sullo stile dell’ abbigliamento: un fasciatissimo abito verde smeraldo, non è certo quanto di più adatto a chi possiede qualche chiletto in più. Tutto sommato poteva anche  essere simpatico. Il concerto si apriva co  una diligente esecuzione della Sinfonia in si bemolle maggiore K319 di Mozart. Una sinfonia per la verità piuttosto scolastica del grande genio salisburghese ma eseguita con grande disinvoltura da Barenboim e dalle compagini scaligere. Cecilia Bartoli ha potuto esprimere  con la maestria che le è propria ogni spericolata agilità della grande aria di Agilea dal Teseo di Handel. Passando poi a “Lascia la spina” dal Trionfo del Tempo e del Disinganno, il mezzosoprano ha potuto  dimostrare il suo afflato lirico nella grande aria che presagisce il più celebre “Lascia ch’io pianga.”Ma è stato poi nel terzo e ultimo brano della prima parte con Amadigi di Gaula, che la Bartoli ha potuto sfoderare tutta l’arte drammatica più genuinamente belcantistica, a chiusura della parte handeliana del concerto. Con il celebre mottetto Exultate , Jubilate  la Bartoli ha potuto dimostrare le giuste differenze con lo stile celebrativo mozartiano, indubbiamente più classicheggiante. La seconda parte del concerto, dedicata interamente a Rossini è stata aperta con la grande scena di Desdemona dall’Otello.  Giusto per smentire le accuse mosse che la vedrebbero impersonare sempre ruoli minori.  Il mezzosoprano ha sfoderato non solo stile appropriato ma anche immedesimazione emotiva, nel difficile ruolo della sofferente eroina. Gioia incontenibile e sfarzo belcantistico ripetutamente bissato per il grande finale di Angiolina sfoggiato con rutilanti agilità. Da vera leonessa nell’arena  la Bartoli a risposto ripetutamente rinforzando ad hoc la voce, dimostrando il vero sostegno del fiato e non una voce cosiddetta” spoggiata”. Il concerto è stato poi concluso da una lodevole esecuzione della celeberrima Sinfonia n. 40 in Sol minore K 550 dove il maestro Barenboim e le compagini scaligere hanno potuto  il più compiuto me non compiaciuto stile mozartiano fatto di eleganza mai manierata ma sempre contenuta . Trionfo finale per tutti.  

Otello infiamma la Fenice

lunedì 3 dicembre 2012

“Datemi il tenore e vi darò Otello” era frase assai frequente nelle direzioni artistiche dei teatri di tutto il mondo. Ebbene ancora una volta l’eccezione che conferma la regola. Chi avrebbe mai detto che il grandissimo  tenore rossiniano  Gregory Kunde, potesse cimentarsi nel più inaffrontabile dei grandi ruoli da tenore drammatico? Misteri della voce umana, ma anche perfetta conoscenza da parte del  tenore americano dei propri mezzi e della tecnica posseduta e consolidata nel corso della lunga carriera. Uno smacco nei confronti degli scettici nei confronti di una voce ibrida, adatta a cantare in tessiture piuttosto centrali ma anche facilissima nel settore acuto e sovracuto. Ciò che ha stupito in questa interpretazione è stata anche la prorompente forza scenica che Kunde ha saputo infondere dall’inizio alla fine. Linea di canto sicurissima ma con sfumature, mezze voci e colori inauditi nelle interpretazioni storiche anche della grande tradizione tenorile, se non consideriamo eccezioni come Jon Vickers o Ramon Vinay celeberrimi Otello del passato ormai non più prossimo. Ma questo Otello veneziano è stato caratterizzato da una splendida direzione orchestrale da parte di Myung- Whun  Chung. Sontuosa brillante ma attenta alle minime sfumature e ad ogni colore. Se ci fosse stata una maggiore cura nel bilanciamento voci-golfo mistico, avremmo potuto citarla come antologica ma comprendiamo che anche ai più grandi direttori d’impronta sinfonica a volte è facile farsi sfuggire il difficile equilibrio. Note alterne invece per la regia di Francesco Micheli che partiva da una scena generale sempre uguale blu come il mare ma con segni astrologici , leoni di San Marco e quant’altro. Bello invece il grande cubo aperto solo dal lato frontale che rappresentava  le scene intime fra Otello e Desdemona con i diversi stati d’animo quali rosso per la passione giallo per la gelosia e così via. Desdemona  era una Leah Crocetto vocalmente impressionante ma piuttosto uniforme nella linea interpretativa. Lucio Gallo era uno Jago piuttosto lontano dalla tradizione: muscolare, poco sottile ma dal canto significativo e sicuro in tutta la tessitura. Ottima prova dell’orchestra e del coro. Trionfo finale per tutti.