Archivio di marzo 2010

Alla Fenice Manon va al luna Park

martedì 9 marzo 2010

Se il termine “evento” non fosse troppo inflazionato, sarebbe il caso di parlare della Manon Lescaut della veneziana Fenice proprio in questi termini. Non solo per la geniale regia di Graham Vick, ma anche per le reazioni del pubblico presente in sala che ha dimostrato sonora disapprovazione come raramente abbiamo constatato nella nostra lunga “militanza”teatrale. Ciò dimostra comunque che il teatro lirico non è affatto morto come vorrebbero dimostrare alcuni, ma assolutamente vivo. La semplicità della storia di Manon fa sì che anche i melomani più modesti se ne approprino ( un po’come Traviata del resto, di cui Manon può essere considerata la diretta discendente) e ritengano pertanto di avere in mano l’unica interpretazione della storia, naturalmente imprescindibile dai soliti parrucconi settecenteschi. Vick ha voluto dare una pesante mano di vernice a tutto ciò, trasportando l’azione in epoca moderna ma soprattutto inserendo già dall’inizio la prolusione a quella che sarà la fine di Manon e Des Grieux: il viaggio in America visto qui come lo sprofondare nell’abisso di una cava. Manon e des Grieux vivono fin dall’inzio in un mondo infantile, del genere vestivamo alla marinara, sempre sull’orlo di un luna park solo apparentemente tenero ma in realtà sempre soggiacente alle regole del mercato . Impressionante è poi la grande scena che apre il terzo atto, quando le signore sono sospese in aria n dai loro stessi corsetti e sono visibili le sole gambe. Ciò a significare la riduzione in stato schiavistico delle povere ragazze. Potremmo proseguire a raccontare altri particolari innovativi e spesso memorabili di questa regia dove anche i singoli coristi sono stati portati ad agire e a muoversi in maniera originale. Renato Palumbo alla testa dell’orchestra della Fenice, riusciva a ottenere unità e risolutezza anche se spesso appariva non bilanciare a dovere voci e golfo mistico, costringendo i cantanti a sforzi tutt’altro che trascurabili. Qualche cantabile meno sostenuto ma dalla linea più lirica e più italiana, avrebbe forse giovato non solo agli interpreti ma anche all’insieme dell’esecuzione. In primis Martina Serafin che oggi non ha molte rivali avrebbe forse evitato certi suoni sforzati nel settore acuto e probabilmente avrebbe fraseggiato con legato più “italiano”. Walter Fraccaro sosteneva l’impervia parte di des Grieux con sicurezza e disinvoltura e con dinamiche più articolate avrebbe reso un personaggio più completo. Uno spettacolo moderno intenso e coinvolgente come non vedevamo da tempo.

Otello rossiniano a Losanna

martedì 9 marzo 2010

La Rossini renaissance, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è uno fra i pochissimi autentici fenomeni musicali degli ultimi trent’anni. Parallela ad essa vi è stata pure tutta una riscoperta barocca i cui risultati artistici sono sotto gli occhi di tutti anche nelle numerosissime registrazioni video di compositori dimenticati,oggi accessibili ai melomani di tutto il mondo. In tale ottica artistica l’Opéra di Losanna ha prodotto insieme al Rossini Opera Festival e alla Deutsche Oper di Berlino questo Otello già andato in scena a Pesaro e finalmente approdato alla Salle Metropole della elegante città svizzera.

La regia di Giancarlo Del Monaco, pur distinguendosi per originalità, non appariva cogliere nel segno della tragica atmosfera rossiniana. Ci proponeva infatti un’unica scena chiara di ambientazione marina più adatta a un fine settimana in una spiaggia adriatica che alle scure tensioni degli amori fra Otello e Desdemona e alle veneziane lotte di potere del padre Elmiro. Campeggiavano, in movimento continuo tutta una serie di porte azzurre dove Otello e i suoi cloni, già presentati nella sinfonia iniziale, continuavano a passeggiare entrando e uscendo brandendo la lettera ossia la prova del tradimento di Desdemona che la porterà alla morte. La genialità di Rossini consiste spesso nel saper introdurre il comico nel tragico e il tragico nel comico. Probabilmente Del Monaco intendeva rifarsi a questo concetto. Purtroppo il risultato non è stato molto appropriato nel senso che la tragicità dell’opera sembrava spesso volutamente ridicolizzata. Ben diverso il discorso sul piano musicale che con la direzione di Corrado Rovaris con un cast autenticamente rossiniano era stilisticamente appropriato. In particolare il tenore americano si conferma oggi come uno fra i più autorevoli in campo internazionale e non solo nel repertorio rossiniano o belcantista

avendo già trionfato nel Vampiro di Marschner al Comunale di Bologna. Voce uniforme in tutti i registi e solida tecnica lo rendono oggi un splendido baritenore sull’onda dei grandi Merritt, Kunde, Ford che abbiamo avuto il piacere di ascoltare in questo stesso ruolo. Forse un maggiore abbandono lirico verrà conquistato con il tempo. Il Rodrigo di Maxim Mironov anche se un po’sbiancato in certe zone acute, soddisfaceva per eleganza e sicurezza di fraseggio. Convinceva invece totalmente il tenore cinese Shi Yijie che con timbro autorevole e padronanza stilistica, rendeva credibile lo scomodo e ostico personaggio di Iago. Giovanni Furlanetto nell’odiosa parte di Elmiro dava un bel taglio virile all’antipatico padre di Desdemona. La Desdemona di Olga Peretyatko appariva assai sicura e precisa in ogni registro vocale anche se speriamo possa conquistare in seguito una maggiore varietà di sfumature. Professionale e sicura la tenuta dell’Orchestra e del coro dell’Opéra di Losanna con Corrado Rovaris alla direzione.

domenica 7 marzo 2010

L’equivoco stravagante è un dramma giocoso composto da Rossini nel 1811 (quindi a 18 anni). Il libretto in due atti su libretto di Giovanni Gasbarri presentato a Bologna, fu all’origine dell’oblio di questa divertente opera che anticipa i più famosi capolavori comici ben noti . Il motivo dell’oblio non fu questa volta come quasi sempre negli altri casi rossiniani il mutato gusto del pubblico o le difficoltà vocali insite nei ruoli ma piuttosto l’argomento del libretto assai scabroso per l’epoca assai lontani dalla solita commedia borghese tipici ad esempio del Barbiere di Siviglia o dell’Italiana in Algeri. Nella trama viene inserita infatti la “pruderie” del pubblico maschile per quelli che venivano al tempo definiti come “musici” ma erano in realtà i giovani castrati che abbigliandosi in modo femminile attiravano l’interesse del pubblico maschile. Il bello è che Rossini da vero uomo di teatro, riuscì ad accentuare musicalmente tale caratteristica. Oggi l’Equivoco è presentato nella nuova edizione critica dall’edizione critica della Fondazione Rossini. Purtroppo quasi sicuramente il libretto che ci è giunto a stato pesantemente tagliato dalla censura dell’epoca: alcune cronache riportano infatti come che nonostante la censura i cantanti continuavano ad utilizzare i testi censurati. Musicalmente i temi sono come sempre in Rossini vari e variati ed alcuni utilizzati anche in opere più tarde. Veniamo a quello che in inglese si definisce “plot” con una parola non troppo elegante. Ernestina figlia di Gamberotto, un ricco imprenditore del ramo alimentare, si innamora di uno squattrinato, Ermanno. Per far allontanare Buralicchio il ricco  fanfarone sostenuto da Gamberotto, gli si fa credere che Ernestina sia in realtà un castrato per meglio poter cantare. L’allestimento dello spagnolo Emilio Sagi, semplice ma efficace, trasferisce l’azione negli anni 70 fra quadri astratti Andy Warhol ed Ernestina non è appassionata di letture, libri e biblioteche ma, molto più semplicemente, di uomini. La recitazione dei protagonisti è assai accurata e precisa e la scena sul divano/separé è pepata comme il faut. Adeguati gli interpreti musicalmente ma anche scenicamente sia per caratteristiche fisiche come pure per valida presenza scenica. Convincono l’ambrato colore vocale della Ernestina di Marina Prudenskaja come pure la prorompente fisicità e la solida omogeneità vocale di Marco Vinco. Bruno De Simone soddisfa come sempre sia interpretazione come pure vocalità . Un po’in difficoltà negli acuti il tenore Dmitri Korchak. Umberto Benedetti Michelangeli dirige l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento con pertinenza stilistica ma non troppa originalità.

sabato 6 marzo 2010

L’ennesima edizione di Orfeo e Euridice dirà qualcuno. Ebbene sì, le grandi sfide sono sempre piaciute a Roberto Alagna uno fra i più celebri tenori in circolazione. Ultimamente per la verità un po’ in ombra dalle prime pagine dalle prime pagine delle cronache per diversi motivi. Il fratello del  grande tenore franco italiano classe 1963, David Alagna ( ma di sicuro l’ispiratore è Roberto) presenta qui una sua personale e sentita revisione dell’immortale capolavoro di Gluck . Fu infatti Orfeo e Euridice il dramma che segnò la cosiddetta riforma del teatro musicale nel 1774  a Parigi, tanto per cambiare. Furono cosi accantonate tutte le forme e gli stilemi barocchi per rappresentare la realtà e la verità dei sentimenti umani e non più le forme stereotipate del teatro barocco. In verità dell’originale versione di Gluck esistono diverse versioni sia autografe che rimaneggiate Questa firmata da Alagna nonostante una iniziale diffidenza con la quale anche noi stessi ci siamo trovati a fare i conti appare in realtà molto più tradizionale di quella apparsa ad esempio quest’estate al Festival di Martina Franca, a firma di Toni Cafiero,in cui ad esempio la parte principale era affidata a un controtenore. La regia di David Alagna, trasporta l’azione ai giorni nostri e la morte di Euridice è dovuta a un incidente stradale al quale Orfeo riesce a sopravvivere. La forza del suo amore è tale da permettergli di varcare il regno dei morti dove riesce a rivedere l’amata che non dovrà mai guardare direttamente in volto. Purtroppo la fragilità di Orfeo e l’insistenza di Euridice faranno ripiombare il giovane poeta nella morte. Il finale tragico è molto più credibile e attuale di quello lieto che Gluck, costretto dalle convenzioni dell’epoca, fu costretto a comporre. Certo il personaggio di Amore, originariamente un soprano, qui la Guida, è un baritono, un  becchino che ha il compito di trasportare il protagonista nel regno dei morti. I morti sono creature fluttuanti, spiriti addormentati senza né dolori né sofferenze. Il ruolo di Euridice pur essendo più acuto in questa versione di quanto sia nella versione originale, è drammaturgicamente più centrale in quanto ella stessa tiene i fili della delicata vicenda. Ciò che conta in definitiva al di là di ammettere chiaramente di aver agito effettivamente sulla drammaturgia, è anche il fatto che questa versione di David Alagna appare come un excursus culturale acuto e moderno in cui si vuole in particolare mettere l’accento sul coté più drammatico della celebre trama. In effetti ciò è tipicamente gluckiano in quanto si avvicina nettamente all’opera di svecchiamento dagli stereotipi barocchi come Gluck stesso operò. Roberto Alagna, vero tenore lirico è qui una vera icona interpretativa ; il suo Orfeo è sensuale, virile e tenero insieme. La sua padronanza della lingua francese in tutte le sue più intime sfumature, la perfetta pronuncia, la musicalità connaturata al senso profondo del canto, lo rendono insostituibile. La modernità e la spontaneità del suo canto mai artefatto rendono plausibile e utile un’operazione come questa. L’Orfeo di Alagna, che questo dvd ci consegna, non solo è una fra le sue migliori prove in tanti anni di carriera, ma è anche una sfida a quanti vorranno interpretarlo in questa versione. Il soprano Serena Gamberoni nel ruolo di Euridice si disimpegna professionalmente come pure Marc Barrard nel ruolo della Guida. Bella fotografia e regia video, una volta tanto in un teatro italiano di grande tradizione come il Comunale di Bologna, con la sua degna Orchestra diretta da Giampaolo Bisanti. Da non perdere.