Archivio di ottobre 2009

Tod in Venedig alla Fenice

mercoledì 7 ottobre 2009

Il Teatro alla Fenice ha una tradizione di grande raffinatezza. In questo inizio d’autunno ci presenta una vera chicca: Hamburg Ballett con Tod in Venedig, una danza macabra di John Neumeier come recita la locandina. I ballettomani che ci seguono numerosi, sapranno indubbiamente che l’originale coreografo di Milwaukee ma da molti anni trapiantato in Germania, ha iniziato già nel 1983 a rappresentare a Venezia creazioni come La Passione secondo Matteo. Morte a Venezia è una novità assoluta per l’Italia pur essendo stata creata nel 2003. Il personaggio di von Aschenbach diventa qui un coreografo tormentato alla continua ricerca della perfezione non più uno scrittore come nel film. Affascinato dal personaggio di Federico Il Grande ma in maniera diversa da Tadzio, è infelice e roso dall’insoddisfazione fino alla morte. Neumeier  pur tessendo il suo discorso sulla linea del grande film di Visconti, se ne discosta non poco a partire dalle musiche non  mai di Mahler, ma esclusivamente di Bach e di Wagner. Si raffigura così l’eterna insoddisfazione di un artista coreutico, spezzando in continuazione l’azione con improvvise sospensioni provocate dal buio immediato sulla scena. Grandi silenzi o meglio pause interrompono la narrazione coreografica volutamente quindi spezzettata e frammentata. Ma l’adolescente Tadzio è qui un uomo già formato e dalla possente muscolatura non più un giovane imberbe come nel film. Quasi inesistenti i personaggi femminili raggruppati in un’unica interprete Joelle Boulogne, per la verità piuttosto brava. Vero protagonista contorto e introverso è Lloyd Riggins. Ivan Urban un affascinante Federico il Grande circondato dai continui ricordi dei balli di società sempre brillanti e vivaci ma mai soddisfacenti sia pure nei ricordi di Aschenbach. Notevole il pianismo di Elisabeth Cooper. Ricordiamo che le scene e i costumi, quanto di più adeguato alle rarefatte atmosfere del testo di Mann erano dello stesso Neumeier e di Peter Schmidt. Grande successo per un balletto che speriamo vedano in molti anche in altri teatri.

    

Norma a Catania ossia la grande scuola americana

venerdì 2 ottobre 2009

“Rossini non è Bellini e neppure Donizetti” ci diceva qualche tempo fa conversando la grande Renata Scotto. Anche se molti melomani pensano infatti che le matrici del belcanto siano comuni a questi tre massimi autori,lo stile interpretativo belliniano non solo ha caratteristiche ben precise che lo differenziano dagli altri autori sopra nominati, ma è probabilmente il più difficile e complesso fra quelli più propriamente belcantisti. Quasi tutte le primedonne tremano prima di affrontare Norma e non unicamente a causa del fantasma di Maria Callas sempre presente. Le asperità del ruolo del capolavoro belliniano risultano quasi sempre di impegnativa risoluzione. Per l’allestimento del Primo Festival Belliniano Catania ha voluto così fare le cose in grande. E’ riuscita a garantirsi quelli che non stentiamo a definire i migliori interpreti protagonisti ancora oggi in circolazione: June Anderson e Gregory Kunde. A dire il vero il primo Premio Bellini d’oro, massima onorificenza bellininiana, fu conferita proprio a June Anderson a testimonianza del fatto che la città culla del cigno catanese capì quasi subito la statura della grande interprete di Boston. Per quanto riguarda la cronaca la nostra trasferta catanese non è stata molto fortunata in quanto funestata da rovesci metereologici che hanno impedito lo svolgimento dello spettacolo nel fascinoso Teatro Romano, imponendoci così un repentino trasferimento al Teatro Bellini. Rapidamente allestito per l’occasione si è dimostrato ancora una volta stupendo scrigno, atto a diffondere le più intime sfumature del capolavoro belliniano. Sotto la direzione del maestro Marco Zambelli si sono così splendidamente dispiegati gli incalzanti accordi della sinfonia sempre emozionanti per il numeroso pubblico che affollava come non mai la splendida sala catanese. June Anderson, anche se non più in possesso dei mezzi vocali di un tempo, ha saputo impostare una Norma squisitamente lirica, mai volgare o esasperata ma sempre sulla linea di una vocalità pura, elegantissima priva di barocchismi o dal dubbio gusto liberty. Fiati lunghissimi ma soprattutto una purezza di fraseggio assai difficile da riscontrare nei soprani di coloratura, sempre portati ad esagerare sul piano dei virtuosismi. La nitidezza di una vocalità affatto drammatica, ma spesso angelicata, alla quale non si deve chiedere accenti scolpiti, ma piuttosto la semplicità e l’eleganza di un canto astratto. Gregory Kunde è forse il migliore Pollione oggi in circolazione ed è paragonabile ai grandi del passato. Autentico belcantista come si diceva, ma anche in possesso di un timbro assai scuro e una dizione assai definita. Non tradisce minimamente la sua lingua madre,l’inglese, possiede un italiano fluente e scandisce la parte con accenti autenticamente aulici. L’Adalgisa di Lyubov Petrova non si distingueva certo per bellezza di timbro, né per felicità interpretativa. Leggendo il suo curriculum appare evidente la sua impostazione di soprano di coloratura. L’ascolto in sala deve purtroppo riscontrare non poche difficoltà nel settore acuto, anche se la parte sopranile di Adalgisa richiede una fra le tessiture ritenute più tranquille dagli stessi mezzosoprani. Francesco Ellero D’Artegna è un Oroveso ammirevole sotto l’aspetto sia interpretativo come vocale. Lontano dalle sonorità tonitruanti dei bassi profondi di tradizione, delinea un personaggio nobile ed elegante come pochi. Christine Knorren è stata una discreta Clotilde. Il Coro e l’Orchestra del Massimo Bellini si sono dimostrati all’altezza della situazione presentando duttilità e insieme definizione. Trionfo in una sala gremitissima nonostante gli imprevisti metereologici.