Archivio di agosto 2009

Tenorissimi al Rof

venerdì 28 agosto 2009

“Il vero Rossini nella città di Rossini” recita lo spot televisivo in onda su Sky .Ma quale sarà mai il vero Rossini? Certo neppure il cigno pesarese avrebbe mai pensato che Zelmira nella versione di Parigi del 1826 andasse in scena a Pesaro nel 2009 all’Adriatic Arena. Ma si sa a Pesaro sono caparbi da morire e la macchina del festival continua a funzionare quasi intatta con lo stesso “cast”da trent’anni .Quale sarà mai questa ricetta? Difficile a dirsi visto che nessun altra città culla dei grandi compositori italiani ottocenteschi ma neppure settecenteschi può vantare un tale primato a parte quello pucciniano di Torre del Lago, ma si sa la popolarità di Puccini non ha confini. Non che quella del Rossini comico li avesse mai avuti, ma opere come Zelmira son purtroppo cadute nel dimenticatoio, come sappiamo. Recuperata già nel Festival del 1995 viene ora riproposta in edizione critica dopo essere stata rappresentata sia in Italia che all’estero. A dispetto del nome del titolo Zelmira appare come opera di conflitto e centralità assolutamente tenorile anche perchè in questo caso i tenori si chiamano Gregory Kunde e Juan Diego Florez. Kate Aldrich è stata invece una slavata e scipita protagonista, quanto mai le due stelle tenorili sembravano splendere di luce propria differenziandosi sia nelle personalità come nelle ardite tessiture rossiniane. Gregory Kunde, tenore dell’Illinois, ormai veterano del festival, già dalla prima apparizione del 1992 a dispetto di una fama non all’altezza del suo effettivo valore, il tenore americano dell’Illinois sembra migliorare di anno in anno come una pregiata cuvée di Champagne o di Sauternes. Auterovolissimo in ogni registro della tessitura da baritenore cui è chiamato a cimentarsi con una sicurezza e solidità di stile autenticamente rossiniano quale raramente è stato dato di ascoltare. Non meno in forma è apparso Juan Diego Florez la cui bellezza di timbro e omogeneità nei diversi registri appare sempre esemplare. Se fosse un po’meno rigido in scena e più spericolato nelle colorature acquisirebbe ancora un pizzico di fascino in più, ma la perfezione non è di questo mondo. Anche Alex Esposito come Polidoro e Mirco Palazzi come Leucippo trovavano il loro spazio adeguato come pure la Emma di Marianna Pizzolato. Ottima la direzione di Roberto Abbado che appare sempre più cresciuto nella direzione dell’accompagnamento belcantistico pur non dimenticando colori e accenti orchestrali .In cauda venenum dicevano gli antichi e bene facevano. La regia di Giorgio Barberio Corsetti oltre ad apparire scontata e stravista in un arraffazzonamento generale di stili mescolati, di specchi obliqui di costumi tipo Germania Nazista ultrademodée. Ancora più grave è l’evidenziazione di una totale estraneità al mondo rossiniano, che appare guardato con sospetto e distacco in ogni suo aspetto. Ma per fortuna c’erano i tenori che ci credono e che fanno rinascere partiture ultrasepolte.

Re Lear di Cagnoni in Valle d’Itria

lunedì 24 agosto 2009

Pensando a Re Lear tutti gli appassionati di teatro non possono dimenticare lo straordinario allestimento che Giorgio Strehler fece al Piccolo Teatro di Milano negli anni settanta. Praticamente  inesistente il numero di coloro che prima dell’anno scorso conoscevano il nome di Luigi Cagnoni compositore ottocentesco di cui fu rappresentato a Martina Franca Don Bucefalo. Re Lear, tragedia lirica in quattro atti su libretto di Antonio Ghislanzoni non era infatti mai stata portata in scena anche perché incompiuta dallo stesso autore. Grazie alle cure del musicologo Anders Wiklund la partitura ha potuto essere eseguita e pubblicata da Ricordi. Sappiamo che il testo shakespeariano aveva fatto gola persino al grande Verdi il quale però dopo aver composto diversa musica, aveva preferito riutilizzarla nel Simon Boccanegra, ritenuto oggi uno dei veri e propri capolavori riscoperti del cigno di Busseto. Difficile dare da parte nostra un giudizio definitivo sulla partitura di Cagnoni dopo un solo ascolto. Non possiamo certo definire il primo impatto fra i più esaltanti. Il tessuto orchestrale ed armonico della partitura non è disprezzabile, ma manca a Cagnoni quello slancio autentico, quella vena melodica tipicamente italiana che quasi tutti i compositori avevano sia prima che dopo di lui. Quale melodia o tema rimane impresso nelle orecchie o nel cuore a fine serata? Praticamente nessuna, ben altra la fantasia ad esempio di Ponchielli che qualcuno ha voluto tirare in campo secondo noi a torto. Niente di nuovo in una partitura del 1850 un po’scontata anche se non di cattivo gusto, che non riesce comunque a tener viva l’attenzione dello spettatore seppure curioso di nuove tele musicali. L’allestimento era firmato dal giovane Francesco Esposito che però sembrava non aver messo molta originale freschezza. Un’unica scena circolare firmata dal sempreverde e famoso Nicola Rubertelli che solo in parte sembrava modificarsi in una specie di torretta ricoperta ora da specchi ora da drappi, mentre venivano evidenziati i bei costumi di Maria Carla Ricotti. Le coreografie di Domenico Iannone ci sono sembrate appena passabili. Attenta e capace invece la direzione di Massimiliano Caldi quanto più ci si sarebbe potuti aspettare, non solo nei colori e negli accenti ma pure nell’equilibrare palcoscenico e orchestra. Serena Daolio era Cordelia solo episodicamente sfocata in alcune zone ma dal fraseggio espressivo, mentre protagonista il baritono Costantino Finucci soddisfaceva appieno.  Ottima la prova del tenore Danilo Formaggia nostra vecchia conoscenza come allievo a un master del leggendario Alfredo Kraus. Calorosa l’accoglienza del pubblico per questa lodevole iniziativa musicale.

Ma di chi è quest’Orfeo?

sabato 8 agosto 2009

Vi è un luogo nelle Puglie dove il tempo sembra essersi fermato a qualche anno fa, quando l’avvicendarsi dei festivals culturali era molto più diffuso di oggi. Barga, Fermo,lo stesso festival dell’Operetta di Trieste,il festival Barocco del Filarmonico di Verona e qualche altro sono realtà oggi sparite o quasi. Martina Franca,da cui mancavamo da qualche anno, sembra invece non risentire della crisi ormai generalizzata, o meglio resistere all’imperversare degli eventi di massa. Certo non abbiamo visto il tutto esaurito ma il calore e il colore intorno al piccolo grande Festival giunto ormai alla sua 35 edizione era sempre presente in entrambe le serate cui abbiamo assistito. Un apprezzamento dunque non solo al direttore artistico ma anche a tutti i collaboratori tecnici e artistici che hanno fatto sì che questi spettacoli curati nei particolari pur con pochi mezzi economici, potessero essere al miglior livello. Un particolare riconoscimento va all’Orchestra Internazionale d’Italia ,decisamente migliorata nell’ottimo livello d’esecuzione in entrambe le produzioni da noi visionate. Orfeo di Gluck era il primo titolo, presentato però in una versione assolutamente nuova per i nostri giorni, quella approntata a Napoli nel 1774 per il castrato Senesino, da un figlio del grande Johan Sebastian Bach e cioè Johann Christian Bach. Diciamo subito che Orfeo di Gluck è probabilmente una fra le partiture in assoluto più rimaneggiate e manipolate nella storia dell’opera e che musicalmente questa versione non ci è sembrata certo fra le più infelici e neppure noiosa. Piena di virtuosismi, di asperità vocali di ogni tipo sembra infatti volersi contrapporre a quella tradizionale, emblema della riforma. Al contrario di coloro che ci hanno sempre voluto presentare Gluck come colui che cancellava le astrazioni del belcanto per riportare l’opera all’adesione al vero o meglio alla drammaticità, questa versione prova esattamente il contrario o meglio la completa inutilità di certe tesi musicologiche che vogliono recuperare la filologia per riproporla ai giorni nostri con lo scopo di far trionfare UN direttore piuttosto che i cantanti. ui invece si sarebbe voluto piuttosto contarppore un sopranista a un cQui invece si sarebbe volutQqui Qui invece si sarebbe voluto contrapporre un sopranista protagonista a un contraltista nella parte di Amore . Il fatto è che purtroppo l’Orfeo di Francois Bitar Razek, dalla bella presenza scenica, pur essendo un fine musicista e un interprete sensibile, non si è dimostrato in possesso di quei mezzi vocali e di quella arroganza virtuosistica che la parte di Orfeo avrebbe richiesto. Al contrario Angelo Bonazzoli alias Orfeo, pur fisicamente assai meno attraente, molto più dotato vocalmente sia nei mezzi come pure nello slancio teatrale esibiva troppo spesso suoni di dubbia emissione e intonazione piuttosto sgradevoli. La Euridice di Daniela Diomede si manteneva in una corretta discreta linea vocale. Da sottolineare la accorta direzione di Aldo Salvagno , non compresa persino da alcuni colleghi, si delineava in un attento accompagnamento teso ad evidenziare i pregi piuttosto che i difetti dei solisti. L’allestimento di Toni Cafiero, dispiaciuto ai Soloni della critica, si rifaceva chiaramente a Orphée aux enfers di Offenbach piuttosto che a quello settecentesco di Gluck. La cosa dava naturalmente molto fastidio anche a molta parte del pubblico cui sfuggiva l’aspetto prettamente virtuosistico della versione in scena . Forse certe cadute di gusto si sarebbero potute evitare ma non vorremo vedere in un festival la solita versione lagnosa che va in scena un po’dappertutto? Pizzi per intenderci? Il teatro è sperimentazione e chi non vuole accettare questo concetto che si chiuda in casa a vedere un po’di DVD, che ce ne sono tanti anche bellissimi. Se continuiamo a vedere il teatro lirico come un tempio finirà che ci troveremo in un museo deserto e i teatri saranno vuoti o sempre pieni solo di anziani, di mummie uscite dal museo egizio di Torino…